05 ottobre 2016

Bruce Springtsteen: Born to Run, l'autobiografia

il manifesto 5 ottobre 2016 “Le parole vorticavano impetuose come una tempesta, schiantandosi l’una contro l’altra senza ritegno”: è Bruce Springsteen che parla del suo primo disco. ma vale anche per questo libro. Springsteen è anche un artista della parola; e la prima cosa che si chiede a un libro è che sia un atto di parola sostenuto, competente e godibile. Questo lo è: non la solita autobiografia di star – anche se a volte rischia di scivolarci dentro – descrizioni di concerti, cene con i VIP… - ma un’autobiografia vera. Da un’autobiografia ci si aspetta in primo luogo che la persona che scrive di sé sia anche rappresentativa, che la sua sia anche la storia di un tempo e di un luogo. La città di Freehold, le case e le mezze case) della famiglia Springsteen le tocchiamo, le sentiamo, le odoriamo, con tutti quelli che ci vivono dentro. La musica è la chiave con cui Springsteen spiega questo mondo, ma questo mondo è anche la chiave che ci fa capire come nasce la musica. L’entusiasmo – la notte, le ragazze, le macchine – di tante canzoni di Springsteen acquista profondità e ambiguità perché sullo sfondo dei luoghi e nel futuro dei personaggi stanno periferie proletarie dove vivere, fuggire, tornare: “Per raccontare la loro vita occorreva un mix tra il romanticismo cupo e violento del doo-wop, il vigoroso realismo del soul e quella vaga promessa di ascesa sociale offerta dalla Motown […] L’atteggiamento alternativo degli Stones e dei loro colleghi negli anni Sessanta non rispecchiava l’esperienza di quei ragazzi. E chi se lo poteva permettere? C’era da lottare, stringere i denti, lavorare, proteggere ciò che era tuo, restare fedele ai tuoi compagni, ai tuoi antenati, alla famiglia, al territorio, ai fratelli e sorelle greaser, alla patria. Erano queste le cose che ti rimanevano quando tutto il resto si sgretolava, quando le mode passavano e mettevi incinta la tua ragazza, quando tuo padre finiva in galera o perdeva il lavoro e toccava a te rimboccarti le maniche”. In secondo luogo, ci aspetta la ricostruzione di un percorso: come l’io narrato diventa l’io narrante. Avevano ragione i suoi genitori, scrive Springsteen: la possibilità che “il quindicenne foruncoloso di Freehold, New Jersey, con la sua chitarra Kent da due soldi” sarebbe stato l’unico a salire un giorno sul palco coi Rolling Stones, suoi idoli adolescenziali (e davanti a centomila romani al Circo Massimo) era “una su un milione”. Come è successo? “Non ero nato genio. Per sopravvivere in quel mondo avrei dovuto metterci tutto me stesso, l’astuzia, le doti musicali, la presenza scenica, l’intelligenza, il cuore e la volontà”. Genio, diceva Thomas Edison, è “uno percento ispirazione, novantanove percento sudore”. “Ho lasciato abbastanza sudore sui palchi di tutto il mondo da riempire almeno uno dei sette mari”, scrive Springsteen. E’ l’etica operaia trasferita nella musica (gli Steel Mill: “musica operaia, fragorosamente chitarristica con sonorità di matrice Southern rock”); ma è “sudore” anche il lavoro mentale, l’intelligenza: “la mia Asbury Park era un’isola di disadattati e colletti blu, intelligenti ma non intellettuali” (il corsivo è mio!). Ma il sudore non è tutto: quell’un percento, che Springsteen chiama “talento” è intangibile e inspiegato. Dice una canzone di Iris Dement: “let the mystery be”, accettiamo il mistero. E un po’ di mistero è bene che rimanga anche qui. Infine, ci si aspetta un percorso di conoscenza di sé, un modo per esplorarsi scrivendo. C’è una parola inattesa che ricorre più volte: “rabbia” – accumulata nell’infanzia cattolica, covata ed esplosa da suo padre nel silenzio e nella birra, interiorizzata e repressa fino a inquinare i rapporti più profondi: un “abisso in cui rabbia, paura, sfiducia, insicurezza e una misoginia di matrice famigliare facevano a pugni con le mie doti migliori”. C’è una felicità, scrive, che è “la sorella allegra della depressione”. Come l’euforia delle canzoni giovanili stava sullo sfondo della violenza di classe, così lo Springsteen atletico e vitalistico che vediamo sul palco è anche l’esorcismo di depressioni ricorrenti e curate con l’analisi e i farmaci, e con il lavoro di scrivere questo libro. “Ho passato la vita a combattere, studiare, suonare e lavorare, perché volevo ascoltare e conoscere tutta la storia, la mia storia […] per potermi liberare dalle sue influenze più deleterie […] Non so se ci sono riuscito, il diavolo è sempre dietro l’angolo, ma so che è quanto mi sono impegnato a fare da giovane, con me stesso e con te”.

2 Comments:

Blogger BobSaintClair said...

le storie raccontate sono il passaporto per innamorarsi dell'altro sconosciuto :)

Ero al Logos l'altro giorno, non avevo che 5 euro in tasca e volevo comprare il libro che lei stava presentando sul palco, di cui mi sono goduto dalla prima alla penultima sillaba, perché poi cmq son dovuto andar via. Volevo sapere il titolo per poi prenderne una copia. Grazie.

1:45 AM  
Blogger Michele P. said...

Caro Alessandro (se posso darti del tu), vorrei invitare uno studioso di letteratura e un lettore a dir poco attento come te a prendere la buona abitudine di citare i traduttori italiani dei libri di cui parli, a prescindere dal fatto che l'autobiografia di Bruce l'ho tradotta io. Un saluto, Michele

12:07 PM  

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