27 gennaio 2016

L'Europa del genocidio respinge i migranti

A undici anni dalla sua istituzione, la Giornata della Memoria suscita valutazioni e commenti ambivalenti. Non sono poche, né poco autorevoli, le voci che lamentano un rischio, senz’altro reale, di saturazione, di ritualità burocratica e ripetitiva, un ricordo di un giorno per non pensarci più per tutto l’anno. D’altra parte, quando da fonti autorevoli sentiamo dire che l’idea della Shoah è stata suggerita a Hitler dai palestinesi, mentre l’Iran continua a non prendere le distanze dal negazionismo e neonazisti e affini di tutta Europa scelgono l’Italia per i loro raduni, ci rendiamo conto di quanto pervasivi possano essere il razzismo, il revisionismo opportunista e il negazionismo strumentale. Il problema, come sempre, non è tanto se ricordare o no, ma che cosa ricordare e come. Dovremmo cominciare col distinguere la memoria in senso lato di conoscenza storica del passato, dalla memoria in senso proprio di consapevolezza critica delle esperienze sociali e personali vissute. La giornata della memoria acquisterebbe una dimensione ulteriore di senso se, insieme agli eventi ricordati, aprisse anche una riflessione sulla presenza, il ruolo, la crisi della memoria stessa. Altrimenti, la necessarissima conoscenza storica e sentita commemorazione della Shoah, della Resistenza (e anche delle foibe e del gulag) non compensa la smemoratezza intenzionale di una società in cui politici e media possono dire una settimana il contrario di quello che avevano detto la settimana prima senza che nessuno se lo ricordi e glielo ricordi. Più ancora della conoscenza storica, la memoria impone una relazione vissuta fra il passato ricordato e il presente che ricorda. La commemorazione smette di essere un rituale e diventa memoria vissuta se quello che ci raccontiamo del passato serve a orientare il nostro agire nel presente. Il ricordo della Shoah rischia di restare relegato a un passato autoconcluso se non insegna niente a un’Europa che oggi rischia di andare in pezzi per l’incapacità di accogliere migranti e profughi. Una giornata della memoria dovrebbe servire anche a farci ricordare che l’Europa che oggi respinge i migranti è la stessa Europa che ha inventato e messo in pratica il genocidio organizzato. Non è stata la nostra barbarie, è stata la nostra cultura che ha prodotto e produce tutto questo. Proprio perché la Shoah è un crimine specificamente europeo, non possiamo fare del suo ricordo una memoria etnocentrica. E invece, fra le tante memorie che giustamente vengono evocate in giornate come questa, non trova posto la memoria del colonialismo, specialmente del colonialismo italiano e dei suoi crimini. Di che memoria sono portatori gli abitanti della Libia, ex colonia italiana, dove ci prepariamo di nuovo a “intervenire” (dopo il 1912 e il 2012), che memoria arriva in Italia con i migranti che arrivano (quando ci riescono) dall’ex colonia italiana dell’Eritrea? Che cosa ricordiamo dei trent’anni di resistenza libica all’occupazione, della resistenza etiope all’aggressione italiana, nel paese che erige sacrari alla memoria di un massacratore di libici e di etiopi come Rodolfo Graziani? Possiamo parlarne, o no, nella cosiddetta giornata della memoria? Con tanti problemi e domande, però vorrei aggiungere un esempio positivo. Il 23 gennaio, nel liceo che porta il suo nome, si è svolta un’emozionante “notte di Primo Levi”. E’ stata emozionante per il modo in cui Edith Bruck, Sami Modiano, Giacoma Limentani – testimoni diretti degli eventi – hanno fatto capire a una vasta aula magna stracolma di studenti e famiglie fino a che punto le tragedie di allora sono ferite ancora aperte nell’anima di persone che ci sono vicine;farli vivere a una vasta aula magna stracolma di studenti e famiglie; per come tutto è stato reso più profondo e coinvolgente dalla musica dei MishMash e del coro Musica Nova, e dagli spettacoli e letture creati dagli studenti stessi; per la creazione di un senso di comunità e condivisione attorno alle tavole cariche di buone cose portate dai ragazzi e dai genitori stessi; per la consapevolezza diffusa che, come in tutte le grandi culture tradizionali, fare festa è un modo serio di ricordare. Ma è stato bellissimo soprattutto perché gli studenti e le loro famiglie non hanno partecipato come destinatari più o meno coinvolti di discorsi calati dall’alto, ma hanno retto tutto l’evento con il lavoro, le voci e le idee loro e dei loro insegnanti. Questo è un modo non solo di prendere coscienza del passato, ma di costruire memoria per il futuro: perché imparando da narratori come Edith, Sami, Giacometta i ragazzi di oggi si rendono conto che la memoria futura del nostro tempo dipende dalla loro partecipazione attiva in esso: se non ricordiamo,noln saremo ricordati. Per un volta, insomma, si è vista in azione la vera e autentica “buona scuola”.

30 dicembre 2015

Joe Hill: 1915-2015

Era la fine del 1915, cent’anni fa. A Salt Lake City, Utah, i tribunali e lo stato uccisero Joe Hill, militante e bardo del sindacato rivoluzionario degli Industrial Workers of the World (IWW). Dal carcere, aveva scritto: “So che molti ribelli importanti dicono che la satira e la canzone sono fuori luogo in un’organizzazione di lavoratori, e ammetto che le canzoni non sono indispensabili alla causa; ma ogni volta che mi viene, continuerò a scrivere queste mie sciocchezze cantate, anche se so bene che la lotta di classe è una cosa seria.” Scrive Tom Morello, musicista ribelle di oggi: “Senza Joe Hill, non ci sarebbero Woody Guthrie, Bob Dylan, Bruce Springsteen, i Clash, i Public Enemy, Minor Threat, System of a Down, Rage against the Machine.” Joe Hill spiegava: “Un opuscolo, per buono che sia, lo leggi una volta e basta, ma una canzone la impari a memoria e la canti e la canti; se prendi un po’ di nudi fatti e di senso comune, li rivesti con un po’ di umorismo per renderli meno aridi, e li metti in una canzone puoi raggiungere tanti lavoratori troppo poco istruiti o troppo indifferenti per leggere un opuscolo o un editoriale.” La base degli IWW erano lavoratori migranti e stagionali, e niente è più leggero, resistente e trasportabile di una canzone; come poi il movimento dei diritti civili, gli IWW saranno un singing movement , i cui militanti girano l’America portandosi in tasca due cose: la tessera che li fa riconoscere come compagni dovunque vanno, e il canzoniere rosso, The little red songbook, il cui fine dichiarato era di “fan the flames”, alimentare le fiamme della rivolta. Joe Hill era un genio della parodia. Prendeva canzonette di successo, canti popolari, brani gospel, e rovesciava il senso mantenendo il suono. Prende una canzone popolare, la storia dell’eroico ferroviere Casey Jones, e lo trasforma in Casey Jones il crumiro, che si ammazza per far corere i treni durante uno sciopero, arriva in paradiso dove gli angeli sono in lotta, fa il crumiro anche lì e finisce a spalare zolfo all’inferno. Dalle canzoni di chiesa riprende la capacità di creare comunità, di cantare e improvvisare tutti insieme, e le trasforma in inni all’unità operaia. “There is power in the blood of the lamb,” c’è potere nel sangue dell’Agnello, diventa “there is power in a band of working man,” c’è potere in una schiera di lavoratori, quando sono uniti, mano nella mano. A forza di sentire le bande dell’Esercito della Salvezza annunciare la beatitudine futura nella dolcezza del cielo (“in the sweet bye and bye”), si inventa una frase diventata familiare anche da noi: “mangia e prega, campa di niente, e avrai la torta in cielo (“pie in the sky”)”. Senza Joe Hill, anche un po’ di Gianni Rodari (La torta in cielo, 1966) non ci sarebbe. Scrive Tom Morello: “Joe Hill non si limitava a scrivere canzoni contro l’ingiustizia. Era in prima linea, a rischio della vita, per creare un mondo migliore e più giusto. Per questo il potere aveva paura di lui. Per questo l’hanno ucciso”. Le sue canzoni hanno avuto un impatto così straordinario e duraturo perché nascono da dentro il proletariato ribelle, intrise del linguaggio che Joe Hill, immigrato proletario, aveva assorbito sui moli del porto di San Diego, fra i boscaioli dell’Oregon, nelle miniere di rame, nei saloon della Bowery, in tutti i posti dove aveva lavorato e lottato. Joe Hill rimane un’icona della sinistra (c’è anche un film di Bo Widerberg, Joe Hill, 1971. Peccato che nella versione italiana le canzoni siano cantate in pedestri traduzioni italiane) sia per le sue canzoni, sia per l’ ingiustizia simbolica della sua morte. L’accusa di omicidio per rapina fu sostenuta solo da vaghi indizi; i testimoni cambiarono versione in vista del processo; gli atti del processo scomparvero dagli archivi; il governo dello Utah rifiutò di ascoltare le proteste di tutto il mondo e il messaggio del presidente Wilson che chiedeva una revisione del processo. Ogni somiglianza con la storia di Sacco e Vanzetti è storicamente fondata. Nel 1938, Alfred Hayes ed Earl Robinson lo ricordavano in una canzone subito resa classica dall’interpretazione di Paul Robeson: “Ho sognato di vedere Joe Hill stanotte, vivo come e te. Gli dissi, ma Joe, sei morto da anni; e lui: non sono morto mai. Dovunque i lavoratori sono in sciopero, in ogni fabbrica e miniera, dove i lavoratori lottano per i loro diritti, è lì che troverai Joe Hill.” C’è traccia di questa canzone nel discorso di Tom Joad in Furore di Steinbeck (e nel film John Ford): “Dove si lotta per dar da mangiare a chi fame, io sarò lì. Dove c’è uno sbirro che picchia qualcuno, io sarò lì…” Dal romanzo e dal film, queste parole arrivano a Woody Guthrie e poi a Bruce Springsteen: “Dove c’è un poliziotto che picchia qualcuno, dove c’è una lotta contro il sangue e l’odio nell’aria, cercami e sarò lì…” “Il mio testamento,” scrisse Joe Hill il giorno prima dell’esecuzione, “è facile da fare: non c’è niente da spartirsi, perché il muschio non si attacca a una pietra che rotola”( già: a rolling stone). Se potessi decidere, vorrei che Il mio corpo fosse fatto cenere e la cenere sparsa al vento, che la porterà dove crescono i fiori, e forse aiuterà un fiore appassito a rinascere.” Al suo funerale, marciarono in 30.000. Ma forse avevano ragione Hayes e Robinson: Joe Hill non è morto, il suo fantasma è qui insieme a quello di Tom Joad. Chissà che ricordarlo e cantarlo non aiuti a far rifiorire quel movimento operaio per cui è vissuto ed è stato ucciso cento anni fa.

19 dicembre 2015

"Adua" di Igiaba Scego - il manifesto 15.12.2015

Erano appena i primi anni ’90, e alcuni di noi si posero una domanda: ma queste persone che arrivano ora da tante altre parti del mondo, stanno raccontando, stanno inventando, stanno scrivendo? C’era stato qualche incontro, qualche segnale, e ci domandammo se, con modalità paragonabili ma con tempi molto più rapidi, come negli Stati Uniti era nata una letteratura afroamericana, non stesse nascendo qualcosa che per mancanza di un altro termine, chiamammo provvisoriamente “letteratura afroitaliana”: persone non nate in Italia, o da famiglie non native italiane, che tuttavia scrivevano in italiano e pubblicavano in Italia. Ricordo un po’ di scetticismo. Gli italianisti dell’università che rifiutarono di accettare questi scritti come letteratura italiana (al massimo, “letterature comparate”); l’industria editoriale che da questi scrittori – come per quasi un secolo era successo agli afroamericani - si aspettava solo documentazione (autobiografia) o sentimenti (poesia), ma non gli riconosceva il diritto all’immaginazione (romanzo) e la capacità di metterla in parole. Inutile ripetere che il tempo ha dimostrato che questa scrittura non solo esiste, ma cresce e ormai è arrivata a piena maturità, a solida coscienza di sé, e occupa uno spazio tutt’altro che trascurabile nella cultura dell’Italia contemporanea. Sottolineo Italia: perché quella che con un termine non necessariamente soddisfacente oggi chiamiamo “letteratura migrante” è un’espressione imprescindibile di quello che è oggi il nostro condiviso e molteplice paese. Se la storia dell’Italia, se le radici dell’Europa sono in gran parte il colonialismo e le guerre portate nel resto del mondo, allora le memorie degli eritrei o dei curdi che oggi abitano l’Italia diventano a pieno titolo memoria di tutti. Per esempio, è memoria dell’Italia quella dà il titolo e il nome della protagonista ad Adua, il recente romanzo di Igiaba Scego: la prima sconfitta militare subita da un paese europeo (1896) per mano delle forze africane. Come ha mostrato la stessa Igiaba Scego in un altro utilissimo libro (Roma negata, Ediesse 2014), basterebbe guardarsi intorno per ritrovare nelle strade, sui muri, nei monumenti della capitale d’Italia i segni del passato coloniale italiano – glorificato dal nazionalismo e dal fascismo, trascurato e quindi tollerato dall’Italia democratica, e almeno in parte costruito proprio attorno alla non dichiarata intenzione di cancellare la memoria di quell’umiliazione originaria. Solo che adesso Adua è presente nelle stesse strade e negli stessi quartieri anche con un’altra connotazione e un altro punto di vista: quello degli italiani e dei migranti per i quali è una memoria (peraltro, come mostra il romanzo, ambigua e complessa) di dignità e orgoglio. Forse l’unico modo per elaborare davvero Adua è fare nostra Adua: riconoscerci in una memoria che, proprio perché è una memoria di guerra, non può essere che divisa nel momento in cui la accogliamo come condivisa. Come altri testi recenti (penso a Il comandante del fiume di Cristina Ali Farah, a Regina di fiori e di perle di Gabriella Ghermandi), Adua è il prodotto di questa stagione di maturità autoconsapevolezza di questa nuova letteratura italiana. E’ un romanzo ambizioso. Leggendolo, mi è venuta in mente la categoria di “opera mondo” elaborata da Franco Moretti a proposito di opere canoniche della letteratura “occidentale”, dal Faust a Cent’anni di solitudine: opere che cercano l’impossibile impresa di fare entrare in mondo intero in un solo testo, che naturalmente falliscono, ma che proprio nelle loro imperfezioni recano il segno della loro grandezza. Adua non si misura con il mondo intero, ma certamente ha il coraggio di cercare di mettere in un solo testo tutta la storia di un pezzo di mondo, quella di un’Italia della cui storia fanno parte l’Eritrea, l’Etiopia, la Somalia e le loro memorie. La protagonista la racconta all’unico interlocutore in grado, anche grazie alle sue grandi orecchie, di ascoltarla: l’elefantino del Bernini in piazza della Minerva, altra presenza africana nel centro dell’Italia. La storia di Adua va da un’infanzia rimpianta nella Somalia rurale alla scoperta del cinema nelle città colonizzate dagli italiani, dall’infibulazione allo sfruttamento sessuale in certo cinema italiano erotico-esotico degli anni ’70 (con un’appendice scopertamente berlusconica un po’ tirata per i capelli ma utile a portare la storia fino a noi), all’affetto e conflitto anche generazionale fra la prima diaspora postcoloniale e l'immigrazione recente (rispettivamente e spietatamente, nei relativi gerghi, “vecchie lire” e “Titanic"). Questa storia si intreccia con quelle del padre della protagonista, Zoppe, e del padre di lui: il contrasto campagna-città, le relazioni generazionali (le “paternali”, i monologhi in discorso indiretto libero del padre alla figlia sono le pagine meglio riuscite godibili del libro), ma soprattutto le complicazioni di un rapporto fra colonizzati e colonizzatori in cui la rabbia e il risentimento dell’oppresso si intrecciano con la subalternità e magari anche con l’opportunismo della sopravvivenza, in cui dai a tua figlia il nome di una vittoriosa battaglia anticoloniale ma poi coi colonizzatori (e quindi con la tua coscienza) sei per forza costretto convivere, adattarti e servire. Il padre di Adua nel romanzo si chiama Zoppe. Anche nella forma “Zoope”, è un nome abbastanza diffuso in Somalia. Ma una volta che entra nel discorso italiano, le connotazioni diventano altre, e a me suggerisce irresistibilmente il più famoso zoppo della cultura euro-africo-asiatica – Edipo. Come ha mostrato Carlo Ginzburg in Storia notturna, da Edipo a Cenerentola la zoppia - rottura della simmetria costitutiva del corpo umano – è il segno di uno squilibrio profondo, di un disordine cosmico; ma proprio per questo è anche il segno di una posizione intermedia fra mondi diversi e in comunicanti (sono zoppi il coyote e la iena, mediatori fra mondo dei vivi e mondo dei morti in molte mitologie native americane). Ora, Zoppe è appunto questo: come Edipo, è indovino, mediatore fra mondi visibili e invisibili, capace di evocare persone lontane e pre-vedere tempi futuri (cosa che aiuta Scego a far entrare nel libro anche tempi che sarebbero fuori del suo orizzonte cronologico); e di mestiere fa il traduttore, la più complicata di tutte le figure di mediatore in un mondo in cui le lingue non si capiscono fra loro. Traduttore traditore, dice il proverbio: Zoppe dà ai colonizzatori accesso alle parole dei colonizzati, e in gran parte rinuncia alla propria – non racconterà mai a nessuno la sua storia, e il silenzio lo avvelena (grazia alla sua capacità visionaria, e all’incontro con una bambina e una famiglia ebrea, Zoppe pre-vede anche la Shoah: anche qui, un po’ forzato, ma utile a ricordarci che antisemitismo fascista e razzismo coloniale sono legati a doppio filo; e funzionale all’ambizione di opera-mondo del libro). Il romanzo ci conclude in piazza dei Cinquecento. Nessuno ci pensa o lo sa: è un’altra memoria ambigua un po’ vergognosa e un po’ dimenticata. Proprio Igiaba Scego ci ha ricordato che prende il nome dei “cinquecento” italiani periti in un altro disastro coloniale, la battaglia di Dogali in Eritrea, nel 1897. Se uno la guarda su Wikipedia, ci trova un racconto “eroico” dei prodi italiani che soccombono a soverchianti forze africane – armate peraltro, sempre stando a Wikipedia, solo di lance. Se uno la pensa dentro la memoria di quelli che difendevano il loro paese da un’arrogante invasione straniera, è impossibile non stare dalla loro parte, contro una parte di “noi italiani” stessi. Se non la ricordiamo, è perché è vergognosa da due lati: da quello eroico-guerresco, perché è una sconfitta; e da quello civile, perché è parte di un’incivile storia di aggressione coloniale. In questo luogo simbolico, Adua si separa da Ahmed, il giovane immigrato con cui ha scambiato protezione, calore e affetto al di là delle differenze di età. Per la prima volta, lei si toglie lo “strano turbante” fatto con la stoffa blu ereditata da suo padre, e scopre che può liberarsi del peso e del marchio della sua memoria. Come dono d’addio Ahmed le regala una cinepresa: dopo essere stata filmata come oggetto da sfruttare, adesso finalmente potrà dare forma all’immagine che ha di se stessa. Per chi si libera dell’oppressivo turbante blu di una storia che ti grava addosso, piazza dei Cinquecento a Roma è soltanto la piazza della stazione: luogo multiculturale di incontri, di arrivi, di partenze, e di nuovi inizi.

05 novembre 2015

Link a una pr esentazione del mio libro su Bruce Springsteen ("Badlands. Springsteen e l'America: il lavoro e i sogni", Donzelli, settembre 2015) a PPristina, Kosovo! http://oralhistorykosovo.org/portelli-on-springsteen/#prettyPhoto[pp_gal]/0/

30 luglio 2015

Lampedusa, Calais, Ventimiglia...

il manifesto 30.7.2015 Da Lampedusa non si entra. Da Calais non si esce. Da Ventimiglia non si passa. Dalla Serbia a Budapest si viaggia in vagoni piombati. A Ceuta e Melilla, enclave spagnole in terra d’Africa, come al confine fra Bulgaria e Turchia o al confine fra Ungheria e Serbia, si alzano reticolati e muri. Un po’ per volta l’Europa sta ritrovando le sue radici: confini inviolabili, egoismi e pregiudizi nazionali e razziali, l’eredità di un secolo e mezzo di colonialismo, le conseguenze di guerre dissennate a cavallo del terzo millennio, gli effetti del pensiero unico occidentale in forma di liberismo sfrenato. Il tunnel di Calais è una vivida metafora di tutto questo: pensato per unire, è diventato una invalicabile barriera divisoria per chi non ha i soldi del biglietto – anzi, una barriera fra chi i soldi ce li ha e chi no. Scrivendo su un altro confine e un altro muro – quello fra Stati Uniti e Messico, la scrittrice chicana Gloria Anzaldúa conclude: il confine “es una herida abierta”, è una ferita aperta, dove il Terzo Mondo si strofina con il Primo, e sanguina. Come il Rio Grande e il muro che lo costeggia, anche Lampedusa, Calais, Ventimiglia sono ferite aperte, il sanguinante confine fra un Primo Mondo sempre più selvaggio e un Terzo Mondo che non ce la fa più a sopportare fame, guerra e dittature come destini ineluttabili e viene a chiedercene il conto. Adesso questi due mondi non si strofinano più soltanto ai confini fra loro, ma anche dentro l’Europa stessa, e la insanguinano tutta; ma il senso è sempre quello: l’insopportabilità di un mondo in cui ricchezza e risorse si ripartiscono in misura sempre più ingiusta e disuguale. Un tempo, di queste ingiustizie si occupava la sinistra. Oggi, ci raccontano, sono finite le ideologie; ma la lotta di classe continua, in forme insolite e drammatiche. Da un lato, quella guerra di classe dei ricchi contro i poveri di cui ha scritto eloquentemente Luciano Gallino (e di cui la vicenda greca è una variante significativa). Dall’altro, la più antica lotta dei poveri per avere anche loro quello che hanno i ricchi: l’immigrazione di massa è infine (ed è sempre stata) proprio questo, l’arma estrema dei dannati della terra per un minimo di accesso ai beni della terra su cui viviamo tutti. A differenza delle forme di lotta e dei conflitti sociali del secolo scorso, questa lotta non è mossa dal progetto di abbattere un sistema, ma dall’ansia di condividerlo; non dall’ostilità ma dal desiderio, dal sogno, se non dall’amore idealizzato. Solo che siccome il sistema che vorrebbero condividere è in realtà retto da egoismo ed esclusioni, la richiesta di condivisione ne mette a nudo limiti e ipocrisie, impone inevitabilmente il cambiamento e per questo l’Europa la percepisce come invasione e minaccia e cerca in tutti i modi di fermarla. Ma fermare un simile cambiamento epocale è come provare a fermare il mare con le mani. E’ difficile dire come possiamo noi svolgere un ruolo in questa nuova lotta di classe . Il lavoro di tante forme di volontariato e di intervento di base è prezioso, aiuta, salva vite, crea rapporti; ma le dimensioni del dramma sono almeno per ora superiori alle forze che può mettere in campo da solo. Io credo che dobbiamo comunque tutti accettare che le nostre vite non possono continuare uguali come se nulla fosse, magari con un po’ di tolleranza e benevolenza in più. Né noi né i migranti ci possiamo salvare da soli: quelli che dicono “prima gli italiani” non hanno capito che entrambi abbiamo bisogno delle stesse cose – casa, lavoro, salute, scuola, diritti, tutte cose che i migranti cercano e che noi stiamo un poco per volta perdendo, e che possiamo forse salvare e recuperare insieme, per tutti. Dobbiamo ritrovare alla democrazia il suo significato profondo, che non sta nella politica e nelle istituzioni ma nelle anime: democrazia come solidarietà, come capacità di riconoscere nell’umanità degli altri la nostra umanità stessa. C’è ancora qualcuno che lavora su questo? Diceva un testo sacro del pensiero liberale: la mia libertà finisce dove comincia quella del mio vicino: che è precisamente un invito a vedere il vicino, specie si diverso e nuovo, come un limite alla propria libertà, come un ostacolo e un potenziale nemico. Io credo che dovremmo riformularlo: la nostra libertà comincia dove comincia la libertà del nostro vicino, i nostri diritti e quelli dei migranti sono per sempre inseparabili, la libertà di tutti noi finisce, e comincia, a Lampedusa, a Ventimiglia e a Calais.

19 luglio 2015

Dov'è la sinistra a Casale San Nicola? - il manifesto 19.7.2015

L’altro giorno la nostra strega preferita, Angela Merkel, ha fatto piangere una bambina palestinese dicendole senza peli sulla lingua: “non possiamo accogliere tutti”. Insensibilità teutonica. Noi latini siamo più umani e bonari: non è che non possiamo accogliere tutti; più semplicemente, non vogliamo accogliere nessuno. Adesso ci sorprendiamo e ci scandalizziamo per le schifezze esplose a Treviso e alla periferia di Roma, con tanto di contorno a braccio teso di Forza Nuova e Casa Pound. Io però mi vorrei fare anche un’altra domanda: com’è che a Casal San Nicola i fascisti c’erano per aizzare le fiamme, e invece non c’era traccia di soggetti democratici, civili e antirazzisti a contrastarli, a spiegare, a offrire ragionamenti alternativi, e magari a sostenere i migranti in questo momento difficile delle loro vite? Dov’erano le brave persone del PD locale, che conosco e rispetto e che ho visto attivarsi solo per organizzare le primarie? Dov’era Sel? E lasciamo stare gli altri. E’ la stessa storia che ho visto, dall’altro lato dello stesso quartiere, qualche anno fa, quando l’allora amministrazione Rutelli cercò di decentrare i campi rom istituendone uno di dimensioni limitate anche da queste parti: blocchi stradali, indignazione, grida rivoltose, Forza Italia e gli ultras della Lazio in strada, e della sinistra non una traccia. E alla fine, come a Treviso, come a viale Morandi, vincono loro. Il senso comune, il mescolarsi di paura, egoismo, vittimismo, ignoranza che si respira nell’aria di oggi è anche il risultato della nostra abdicazione dalla politica come pratica quotidiana nella società e nei territori, direi come didattica ed educazione di massa come è stata per tanta parte della nostra storia. Ci siamo riempiti la bocca con Syriza, ma in paese ben più difficile e con più immigrati del nostro, Syriza nelle strade e nei quartieri c’era, ed è per questo che finora Alba Dorata non egemonizza le piazze. I manifestanti di Casale San Nicola non sono innocenti e la “comprensione” da più parti manifestata per le loro “ragioni” è pericolosamente vicina alla complicità. Ma sono soggetti subalterni e manipolati, capaci di ribellarsi solo contro gente più debole di loro. La colpa più grave è la nostra, la colpa è di una sinistra che ha un’idea rattrappita, separata, specialistica e mediatica della politica, che ha scelto di lasciare impolverare una democrazia costituzionale basata sulla partecipazione attiva dei cittadini – e che anche per questo si è ampiamente lasciata contaminare da settarismo, da affarismo e corruzione, e anche in buona parte dalla stessa mentalità egoistica e proprietaria di cui vediamo anche in questi episodi i risultati. I nostri governanti non hanno per migranti e rifugiati più rispetto dei rivoltosi trevigiani e romani. Basta vedere come li gestiscono: non sono persone ma problemi, da collocare dove capita, nella prima discarica che viene sotto mano, senza progettare, senza coinvolgere, senza attivare pratiche democratiche che possano prevenire i conflitti e aiutare l’accoglienza, senza assicurarsi che dove li mettono ci possano davvero vivere. Chi sta al governo lo sa benissimo che aria tira. Operazioni improvvisate, dilettantistiche e autoritarie come queste sembrano – magari, sapendo chi c’è al ministero degli interni, sono – fatte apposta per aizzare il peggio che c’è nel paese. Poi si mandano i poliziotti coi caschi blu, a menare e a farsi menare. Le vere priorità di governo sono altre. Eppure io resto convinto che questo paese non è rappresentato dai facinorosi di Quinto e di Casale San Nicola. Sono convinto che siano minoranze che monopolizzano il discorso pubblico e mediatico solo perché glielo consente il silenzio di tutti gli altri. La possibile ricostruzione della sinistra passa da qui. Vanno benissimo gi accordi politici, le sinergie fra notabili e gruppi dirigenti. Ma fino a quando in strada ci saranno solo quelli di Casa Pound, tutto questo – al meglio – resterà chiuso fra le solite quattro mura. A proposito. All fine, la bambina palestinese che Angela Merkel ha fatto piangere e la sua famiglia, in Germania ci potranno restare

01 luglio 2015

Charleston - South Carolina - June 20, 2015

Before he started shooting, white terrorist Dylann Roof told the congragation in Charleston’s Emanuel African Methodist Episcopal Church: “You rape our women and are takng over our country”. These are two distinct paranoias – sexuality and power – harking to different historical times and yet connected by an undercurrent of meaning. The image of the “black rapist” has deep roots in history, so much so that it sounds even slightly anachronistic today. Of course, it never disappeared from American (and Italian) imagination: we still remember the use of Willie Horton in Bush’s 1988 campaign. Yet, it harks back mostly to the years of mass lynching between Reconstruction and the 1930s, and has not been as visible recently. The fact that Dylann Roof mentioned it first is a sign of the deep atavistic pathologies he was swimming. On the other hand, the belief that black people are taking over America is closely linked to the present moment. The election of Barack Obama, far from being a sign of the erosion of racial barrier, has unleashed fears of black domination, with African Americans on top and white people reduced to the status of second-class citizens. Whether intentional or not, even the recent wave of police killings of black people is part of this paranoid context. The white suprematist vision of the world cannot countenance coexistence, equality, multiplicity. Either we are on top, or them. So, each time white power appears to have been checked in the slightest manner, it is perceived as an apocalyptic change. Likewise, a few thousand migrants represent an “invasion” to paranoid white Europe. What keeps these two historically distinct paranoias together is the obsession with purity. The obsession with rape evokes the terror of “miscegenation”: in racial ideology, one sixteenth or less of black “blood” makes a person entirely black. Likewise, even the slightest fragment of power by back in society is perceived as a contamination that makes the whole public sphere dirty and impure. An anthropological definition of “dirt” is “matter out of place”: nothing is more out of place than black Trevor Martin in a white neighborhood, or black Barack Obama in the White House. This is why I think that the question whether Dylann Roof acted alone or not is irrelevant. Even if he turns out to have acted alone, his action s not an isolated event. We may have forgotten the white terrorist who broke into a Sikh temple in Wisconsin in 2012 and killed six people: he hated Muslims and Arabs, and the fact that Sikhs are neither was irrelevant, they were out of place anyway, like all immigrants, like this week’s migrants perched on the shoals at the French border or camping around the stations in Rome or Milan (and our peculiar obsession with purity and dirt has invented the paranoia of migrants as bearers of scabies). Dylann’s is not an isolated case: have we forgotten the black church burnings of the mid-90s? ,or the four children killed in Church in Birmngham in 1963? We ought to investigated the relationship between the obsession with the dirt and the aggression to the sacred in all these cases. Charleston is a special place. In slavery times, South Carolina used to be the one state with a blck majority population. Here, in 1821, the ex-slave Denmark Vesey and his comrades organized the most important black revolt in slavery’s history – important not for what they did (they were discovered and killed before they could act) but for what they thought. Charleston is connected to the Caribbeans, and Denmark Vesey had heard from the Haitian sailors in Charleston harbor the story of their revolution and the ideas of the French revolution. In elegant reactionary Charleston, black slaves were the bearers of the ideas of freedom and modernity. Today, it is their descendants who help us salvage some traces f a progressively eroding sense of humanity.

Charleston, South Carolina. - il manifesto 20.6.2015

Prima di iniziare il massacro, Dylann Roof ha detto ai fedeli neri della Emanuel African Methodist Episcopal Church di Charleston, South Carolina: “stuprate le nostre donne e vi state impadronendo dell’America”. Sono due paranoie diverse – la sessualità e il potere - connotate da epoche diverse ma infine connesse da un sottofondo di senso. La figura del nero violentatore affonda radici profonde nella storia, e questo le dà oggi un curioso sapore anacronistico. E’ vero che non è mai del tutto scomparsa dall’immaginario americano (e neanche dal nostro): la campagna elettorale che portò all’elezione di Bush padre nel 1988 fu tutta imperniata sulla figura di Willie Horton, un afroamericano che, in libera uscita dal carcere, aveva violentato una donna bianca. Tuttavia, rinvia soprattutto agli anni dei linciaggi di massa, fra la guerra civile e gli anni ’30, ed è stata relativamente meno presente in epoca più recente. Il fatto che Roof l’abbia riesumata rivela da quali paure ataviche è stato mosso, in quali profondità oscure è andato a pescare. L’idea che i neri stiano impadronendosi dell’America invece è strettamente legata alla contemporaneità. La presidenza Obama, lungi dal segnare il superamento delle tensioni razziali, ha finito per acutizzarle, generando la convinzione che i neri stiano prendendo il potere e si preparino a ridurre i bianchi a cittadini di seconda classe. Intenzionale o meno, anche l’ondata di assassinii di neri da parte della polizia fa parte di questo quadro paranoico. La visione del mondo dei ”suprematisti” bianchi non ammette vie di mezzo coesistenze, sfumature: se non dominiamo noi, domineranno loro. Per questo, ogni volta che il potere bianco viene sia pure minimamente intaccato, è percepito come l’inizio di un capovolgimento apocalittico. E poche migliaia di profughi rappresentano un’”invasione” agli occhi di un Europa bianca paranoica. Quello che tiene insieme queste due paranoie storicamente diverse è l’ossessione della purezza. L’atavica paranoia dello stupro si collega al terrore della miscegenation, la “mescolanza” che contamina la purezza del “sangue” della stirpe dominante. Nell’ideologia razziale americana, basta avere un sedicesimo di “sangue” nero per essere considerati cento per cento neri. La moderna ossessione per la “conquista” o l’”invasione” nera è anch’essa fondata su un analogo terrore della contaminazione : basta che i neri ottengano un frammento di potere perché l’intera sfera del potere sia percepita come sporcata e impura. Se è vero che lo sporco è “materia fuori posto”, ebbene, niente è più fuori posto di Treyvor Martin in un quartiere per bianchi o di un nero alla Casa Bianca. I puri devono correre ai ripari. Per questi motivi mi sembra mal posta la domanda se il terrorista Dylann Roof sia un isolato o faccia parte di un’organizzazione. Anche se avesse agito tutto da solo, comunque non è un isolato, perché è espressione di una patologia diffusa e attivamente coltivata da media e politici di destra. Non è comunque isolato il suo gesto. Forse ce ne siamo già scordati, nel succedersi incessante di tragedie di cronaca, ma nel 2012 un altro terrorista bianco è entrato un tempio Sikh nel Wisconsin e ha ammazzato sei persone: odiava gli arabi e i musulmani, che i Sikh non fossero né l’uno né l’altro era irrilevante. Erano comunque gente fuori posto nell’America bianca e cristiana, come sono fuori posto tutti i migranti, accampati sugli scogli di Ventimiglia o attorno alle stazioni di Roma o di Milano (e la nostrana ossessione della purezza si è inventata pure l’emergenza scabbia). Non è un gesto isolato non solo perché, come in tanti hanno ricordato, echeggia la strage di Birmingham, Alabama, le quattro bambine uccise in chiesa da una bomba terrorista bianca nel 1963, ma anche perché – e anche questo fatichiamo a ricordarcelo – a metà anni ’90 l’America fu segnata da un’ondata di incendi dolosi di chiese nere. E c’è da domandarsi che relazione esista fra l’ossessione dello sporco e l’aggressione ripetuta al sacro. Charleston, dove è successa questa strage, è un posto un po’ speciale. Al tempo della schiavitù, il South Carolina era l’unico stato in cui i neri fossero maggioranza. Fu qui che nel 1821 l’ex schiavo Denmark Vesey e un gruppo di suoi compagni organizzarono il più importante tentativo di rivolta della storia della schiavitù – importante non tanto per quello che fecero (furono scoperti e uccisi prima di poter agire) quanto per quello che pensavano. Orientata verso il Sud, verso i Caraibi, Charleston era “contaminata” dalle idee rivoluzionarie e di liberazione che arrivavano dall’appena compiuta rivoluzione di Haiti. Denmark Vesey era stato in contatto con i marinai haitiani, conosceva il pensiero della rivoluzione francese. Nella raffinata reazionaria Charleston, gli schiavi e gli ex schiavi erano i portatori delle idee di modernità e di libertà. Oggi, sta ai loro discendenti salvare un senso di umanità di cui sempre più, ogni giorno, perdiamo le tracce.

23 maggio 2015

La polizia uccide

Il 4 febbraio 1999, Amadou Diallo, uno studente africano che era a New York per motivi di studio, fu fermato da quattro agenti di polizia sulla soglia della sua casa del Bronx. Mentre metteva la mano in tasca per estrarre il portafoglio e far vedere i documenti, i quattro gli esplosero contro 41 colpi di arma da fuoco, uccidendolo. Diallo era disarmato. I poliziotti dissero che erano alla ricerca di un criminale e che la sua descrizione poteva corrispondere alla fisionomia di Amadou Diallo. Effettivamente, tanto il ricercato quanto la vittima erano neri. I quattro poliziotti resteranno impuniti. Pochi mesi dopo, il 4 giugno, ad Atlanta, Bruce Springsteen e la E Street Band eseguono per la prima volta una nuova canzone – 41 Shots: “E’ un’arma, è un coltello, è un portafogli? È la tua vita, non è un segreto che puoi essere ammazzato solo perché vivi nella tua pelle americana”. La strofa centrale della canzone è un dialogo fra una madre e un figlio: “In queste strade, Charles, devi capire le regole. Se un poliziotto ti ferma, promettimi che sarai sempre educato, che non ti metterai a correre e scappare, e che terrai le mani bene in vista”. Sono praticamente le stesse parole che il sindaco di New York, Bill de Blasio (sua moglie è nera, e quindi lo sono ufficialmente i suoi figli), ha pronunciato dopo l’uccisione impunita di Eric Garner, afroamericano ucciso a New York il 17 luglio 2014 dalla polizia: “Mia moglie e io abbiamo dovuto parlarne per anni a nostro figlio Dante. E’un bravo ragazzo, che rispetta la legge, a cui non verrebbe mai in mente di fare niente di male, eppure c’è una storia che ci pesa addosso, ci sono dei pericoli che corre – abbiamo dovuto letteralmente addestrarlo, come tante famiglie di questa città per decenni, e insegnargli a stare molto attento quando incontra gli agenti di polizia che sono lì per proteggerlo. E’ un doloroso senso di contraddizione che i nostri ragazzi vedono – la polizia è qui per proteggerci eppure c’è una storia che dobbiamo superare, perché tanti dei nostri ragazzi hanno paura. E tante famiglie hanno paura”. Anche il poliziotto che ha ucciso Eric Garner è stato assolto. I figli del sindaco di New York sono neri. E’ nero anche il presidente degli Stati Uniti, e sono nere le sue figlie. Il 26 febbraio 2012 Trayvon Martin, un ragazzo nero di 17 anni, disarmato, fu ucciso a Sanford, Florida, dal vigilante George Zimmerman (anche lui assolto, dopo un lungo ciclo di indagini e processi). Barack Obama commentò: “Quando penso a quel ragazzo, penso alle mie figlie… Se avessi un figlio, somiglierebbe a Trayvon” – avrebbe la stessa “pelle Americana” e correrebbe gli stessi rischi. Puoi essere figlio del sindaco, figlio del presidente, o un borsista africano del Bronx, non fa differenza: la prima e ultima cosa che gli agenti vedono è la tua pelle. La morte di Michael Brown, diciottenne disarmato ucciso il 9 agosto 2014 da un poliziotto bianco a Ferguson, Missouri, e quella di Eric Garner, soffocato a morte da un poliziotto bianco a New York il 17 luglio 2014 sono solo un paio fra gli episodi recenti di una lunga storia. Le più drammatiche rivolte dei ghetti americani – Los Angeles 1992, Miami 1996, Cincinnati 2002 – sono scaturite da episodi di violenza poliziesca. Ma gli episodi di Ferguson e New York hanno segnato un cambiamento nello stato d’animo della popolazione afroamericana, e non solo, risultato di un’amara presa d’atto: l’elezione di un presidente afroamericano ha conferito alla comunità nera una maggiore certezza dei propri diritti di cittadinanza, e reso più insopportabile il fatto che continuino ad essere violati impunemente come se niente fosse cambiato. Così, alla mobilitazione locale e nazionale dopo l’uccisione di Michael Brown (e alle risposte violente della polizia), hanno fatto seguito i “die-in” a New York e altrove, in cui centinaia di persone, bianchi e neri insieme come ai tempi della lotta per i diritti civili, si sono distese a terra ripetendo come slogan le ultime parole di Eric Garner: “I can’t breathe”, non posso respirare. Eric Garner è stato ucciso da in “chokehold”, la presa da dietro con le braccia attorno alla gola. La “chokehold” (“presa a soffocamento”) è parente stretta di quella mortale pratica della”contenzione” che ha provocato non poche vittime anche in Italia. L’abbiamo vista al cinema nella morte di Radio Raheem in Fai la cosa giusta di Spike Lee (che infatti ha mixato le immagini del suo film con quelle della morte di Garner in un video di grande efficacia). “I can’t breathe” è sia una ripresa letterale delle ultime parole di Garner soffocato dalla “chokehold”, sia una metafora dell’atmosfera irrespirabile che si è creata attorno al rapporto fra polizia e minoranze negli Stati Uniti– “la storia che ci grava addosso” , nella parole del sindaco de Blasio. E’ un clima che è stato reso ancora più pesante dall’assassinio di due poliziotti a New York, il 21 dicembre 2014, da parte di un attentatore afroamericano che si è poi suicidato. Nessuno dei due poliziotti uccisi - Liu Wenjin and Raphael Ramos – era bianco. L’evento ha aggravato ancora di più la tensione fra le forze di polizia da un lato e la comunità afroamericana e i difensori dei diritti civili dall’altro, come se la morte di due agenti delegittimasse le proteste e la rabbia per l’assassinio dei ragazzi neri. Ma gli inviti di de Blasio sospendere le proteste hanno avuto un effetto molto limitato. A questa tensione contribuiscono una serie di elementi: lo spirito di corpo, la certezza dell’impunità, il razzismo diffuso, il cosiddetto racial profiling, la segregazione residenziale e la cultura delle armi. Un malinteso spirito di corpo non è certo una specificità americana: i casi Cucchi, Aldrovandi, Magherini e tanti altri mostrano come anche in Italia le cosiddette forze dell’ordine si chiudano a riccio a protezione dei loro membri responsabili di atti di violenza, come se denunciare un abuso da parte di singoli agenti equivalesse ad aggredire l’intera organizzazione anziché cercare di migliorarla. Anche negli Stati Uniti la polizia copre gli abusi invece di liberarsi dei responsabili e arriva (come da noi nel caso di Aldrovandi) a manifestare pubblicamente in difesa dei responsabili. Negli Stati Uniti, questa difesa corporativa ha assunto toni anche spettacolari. Si era appena diffusa la notizia della canzone di Bruce Springsteen su Amadou Diallo che i poliziotti di New York si sono dichiarati insultati e offesi e hanno annunciato – seguiti da stampa simpatetica – il boicottaggio dei concerti di Springsteen. La canzone non l’avevano neanche sentita, ma nominare i “41 colpi” gli pareva in sé una provocazione intollerabile: sull’episodio doveva scendere il silenzio, il solo fatto di parlarne era un’aggressione all’intero corpo di polizia. Eppure la canzone è forse l’unico testo nella cultura popolare americana che cerca di vedere anche il punto di vista dei poliziotti e immaginare la loro umanità: la prima strofa li mostra inginocchiati davanti al corpo di Diallo, che pregano disperatamente perché non muoia. Più recentemente, si è ripetuto il gesto clamoroso dei poliziotti che, in occasione della commemorazione dei due commilitoni uccisi, hanno voltato pubblicamente e ostentatamente le spalle al sindaco de Blasio, colpevole di avere constatato che i ragazzi neri hanno motivo di avere paura della polizia. La dimensione corporativa culmina con il senso di impunità. Anche questa non è una specificità americana: basta pensare alle brillanti carriere dei poliziotti condannati dopo i fatti di Genova del 2001. Allo stesso modo, gli assassini di Amadou Biallo, Michael Brown, Eric Garner, Trayvor Martin sono andati tutti impuniti, ed è stato anche questo che ha suscitato la rabbia e l’indignazione in tutto il paese. C’è una sistematica vicinanza ideologica, sociale e culturale fra l’universo delle forze dell’ordine e quello delle commissioni che indagano e infine decidono sul loro comportamento. Spesso (un po’ come nei nostri processi per stupro – o come nel caso Cucchi), il procedimento nei confronti degli agenti si è trasformato in un’aggressione all’identità delle vittime nel tentativo di dimostrare, contro ogni evidenza, che erano loro gli aggressori (è il caso delle prime versioni della morte di Michael Brown – ma anche il paradossale tentativo di dimostrare che nel caso di Trayvor Martin il vero razzista era lui) o comunque che se l’erano cercata, che se lo meritavano, che erano dei poco di buono marginali. Al centro di questo quadro, naturalmente, sta il razzismo: il pregiudizio e la paura dell’altro. Non è certo un’esclusiva della polizia, ma diversi studi hanno dimostrato che tra i poliziotti il pregiudizio è ancora più diffuso che nella popolazione in generale. Per esempio, in un esperimento condotto dopo l’uccisione di Diallo, la maggioranza dei soggetti scambiavano oggetti innocui per armi con più frequenza se l’immagine era accompagnata da un faccia nera che non da una faccia bianca; e questa tendenza era ancor più marcata fra gli agenti di polizia che avevano partecipato all’esperimento. Come disse uno dei ricercatori, “i poliziotti sono addestrati ad essere molto sensibili alle armi, ma non a disfare gli stereotipi razziali inconsci”. Anche qui non si tratta di una speciale perversità americana: un pregiudizio, implicito e talora esplicito, segna anche il rapporto fra forze dell’ordine e stranieri e migranti in Italia. Ma negli Stati Uniti riceve una definizione e una sanzione quasi istituzionale, sotto il nome di “racial profiling”. Il profiling è una tecnica investigativa che cerca di identificare gli autori di atti criminosi ricostruendone dagli indizi disponibili i tratti psicologici e il retroterra culturale; il profiling razziale è invece l’abitudine degli agenti di assumere l’identità etnica o il colore della pelle di una persona come motivo per ritenerla automaticamente sospetta di comportamenti criminali. Teoricamente il “racial profiling” sarebbe vietato, ma nella pratica investe continuamente la vita quotidiana di afroamericani e ispanici. Per esempio, essere neri, magari benvestiti, e alla guida di una macchina non scassata può essere motivo per venire sospettati di averla rubata ed essere fermati e inquisiti (è successo al filosofo e professore universitario Cornell West). Il “black English” afroamericano ha inventato una ironica definizione di questo crimine: DWI, Driving While Black (parodia del DUI, Driving Under the Influence, guida in stato di ubriachezza o sotto gli effetti della droga): guida in stato di nerità. Un rapporto del Dipartimento della Giustizia riferisce che neri e gli ispanici alla guida vengono perquisiti tre volte più spesso dei bianchi quando vengono fermati per motivi di traffico. Gli afroamericani hanno il doppio delle possibilità di essere arrestati e il quadruplo delle possibilità di subire atti violenti in occasione di incontri con la polizia. Essere nero, giovane e maschio è in sé segno di essere sospetto o direttamente criminali: la presunzione di innocenza si rovescia, sei colpevole fino a prova contraria. Puoi essere anche un professore di Harvard di fama internazionale, come Henry Louis Gates, ma se sei nero e stai armeggiando di fronte alla porta di casa tua, puoi essere arrestato e portato in commissariato (per aver criticato questo comportamento, Barack Obama – sospettato di solidarietà razziale - ha dovuto chiedere scusa al poliziotto protagonista di questo brillante arresto e premiarlo con un invito alla Casa Bianca). Una legge varata in Arizona nel 2010 ordinava che chiunque fosse arrestato per qualunque motivo doveva dimostrare di non essere un immigrato clandestino: ovviamente, il sospetto gravava in primo luogo su chiunque sembrasse di origine messicana o chicana. L’episodio di Henry Louis Gates rinvia a un altro elemento: la segregazione residenziale. Nella sua narrazione autobiografica (Black Boy, 1946), Richard Wright ricorda la paura con cui lui, ragazzo nero, attraversava i quartieri bianchi tornando a casa dal lavoro. I “restrictive covenants”, gli accordi fra proprietari per non vendere o affittare case ad afroamericani, sono vietati dalle leggi sui diritti civili di Lyndon Johnson negli anni ’60; ma, nella misura in cui la razza si incrocia con la classe, i quartieri restano in gran parte socialmente, e quindi etnicamente omogenei – tanto più in quanto si sono diffuse le cosiddette “gated communities”, i quartieri privati recintati ed esclusivi in cui vive solo chi è simile a tutti gli altri. Così, come un nero al volante di una bella macchina è sospetto di furto, così un nero che apre la porta di casa sua in un quartiere borghese di Cambridge, Massachusetts non può essere altro che un rapinatore. Un nero in un quartiere del genere è un corpo fuori posto: c’entra anche questo nell’uccisione di Trayvor Martin in Florida: prima di scontrarsi con lui e di ucciderlo, il vigilante George Zimmerman chiamò la polizia per avvertire che “un tizio assai sospetto…. un maschio nero... sta guardando le case”, ed è quindi – nero, giovane, maschio - automaticamente sospetto di volerle rapinare. A tutto questo va aggiunta l’ossessione americana per le armi. Questo elemento funziona in due direzioni convergenti. Da un lato, questo significa che la polizia, spesso munita - come quella di Ferguson, Missouri, di armi pesanti da guerra – non ha molte remore a usarle. Dall’altro, il fatto che ci siano così tante armi in circolazione induce negli agenti l’aspettativa che qualunque soggetto “sospetto” sia armato. Nella maggior parte degli Stati Uniti, l’unico elemento di moderazione sul possesso delle armi è la norma che autorizza a portarle purché siano visibili; la Florida, dove viene ucciso Trayvor Martin, è uno di quegli stati che invece autorizzano il possesso di armi anche nascoste. Bisogna armarsi, dice la National Rifle Association, perché solo così ci si può difendere dagli aggressori armati che stanno dappertutto: una mentalità da assedio che si traduce, dopo l’11 settembre, in quell’ossessione del terrorismo che salda le paure private alle paranoie pubbliche Così, al pregiudizio e al “racial profiling” si aggiunge la paura. I poliziotti vedono una minaccia in ogni nero e in ogni ispanico povero nel posto sbagliato: Andy Lopez, un ragazzino messico-americano di13 anni, viene ucciso a Sonoma, California, il 22 ottobre 2013, da un delegato dello sceriffo che scambia il suo fucile giocattolo per un’arma vera. Certo, spesso le armi sono vere sul serio, non di rado l’affermazione di avere sparato per legittima difesa corrisponde a verità, e non sono pochi i poliziotti che restano uccisi nell’esercizio delle loro funzioni. Altre volte, si tratta di un’affermazione non dimostrata ma plausibile. Ma anche in questi casi troppo spesso l’addestramento ricevuto non mette i poliziotti in grado di controllare il panico o di rispondere a una minaccia vera o percepita senza uccidere. Il 24 dicembre 2014, Antonio Martin, 18 anni, è ucciso da un poliziotto a St. Louis, non lontano da Ferguson, mentre sono ancora vive le proteste per l’uccisione di Brown e Garner. La polizia afferma che era armato. Il video di sorveglianza della stazione di servizio dove avviene il fatto mostra che Martin ha un braccio teso verso l’agente; non si distingue nessuna arma ma il poliziotto “ha sparato perché aveva paura per la propria vita”. Era la terza persona uccisa dalla polizia a St. Louis dopo la morte di Michael Brown. In un altro caso la vittima era effettivamente armata e aveva sparato per prima. Ma al di là di episodi comprensibili, resta il fatto che gli Stati Uniti sono un paese che fa un uso sproporzionato della repressione e del carcere, e che questa distorsione grava in modo sproporzionato sulla popolazione afroamericana e latina. Un documento della National Association for the Advancement of Colored People (l’organizzazione che lavora soprattutto sui diritti legali degli afroamericani), fornisce alcuni dati (http://www.naacp.org/pages/criminal-justice-fact-sheet). Gli Stati Uniti sono il 5% della popolazione mondiale, ma hanno il 25% delle persone in carcere (2,3 milioni al 2008). Il 3,2% della popolazione è sotto il controllo dell’autorità giudiziaria, in carcere o in libertà provvisoria. Afroamericani e ispanici sono circa un quarto della popolazione degli Stati Uniti, ma costituiscono quasi il 60% dei detenuti. Il 58% dei detenuti nei carceri giovanili è nero; e sono in aumento anche le donne nere detenute. In Italia, dove la quota di stranieri sulla popolazione residente è attorno al 7%, gli stranieri in carcere sono attorno al 23%. Nel frattempo la polizia continua a uccidere: nel mese di gennaio 2015, quindi dopo tutto quello che è successo dopo la morte di Michael Brown, le persone uccise dalla polizia – di tutti i colori, in ogni genere di circostanze, sono 58. Nel 2014, i morti per mano della polizia superavano i 600. Il 28 dicembre 2014 a Jacksonville in Florida David Scott è ucciso da una squadra speciale di polizia. L’ufficio dello sceriffo spiega: “Hanno visto che aveva in mano un oggetto che sembrava una pistola, lo puntava come se fosse una pistola, e gli hanno sparato 21 volte al torso, alle braccia e alle gambe.” L’oggetto che aveva in mano, che ha indotto gli agenti a un panico omicida, era una scatola avvolta in un calzino. La morte di Amadou Diallo non ha insegnato niente.

La polizia uccide

La serie degli omicidi razziali della polizia americana si allunga: in pochi mesi, Treyvor Martin, Michael Brown, Eric Garner, Antonio Martin, David Scott… In questa settimana, il senza casa dal simbolico soprannome di “Africa” a Los Angeles; e Anthony Robinson, 19 anni, a Madison, Wisconsin, nel giorno simbolico del cinquantenario della manifestazione per i diritti civili a Selma mezzo secolo fa (e della sua violenta repressione da parte della polizia). E non sono tutti: Nel 2014 le persone uccise dalla polizia sono oltre 600, di tutti i colori ma soprattutto nere e latine. La geografia di questi omicidi compre l’intero territorio degli Stati Uniti: Florida, New York, Missouri, California, Wisconsin, da sud a nord, da est a ovest. Come dire che il problema non è Selma del 1965 ma l’America intera del 2015. Ha ragione Barak Obama: Selma è adesso, ha detto, ed è dappertutto. Di che è fatto il razzismo che alimenta questa serie di crimini? In primo luogo, il disprezzo: le vite degli afroamericani contano meno (“black lives matter” è stata la parola d’ordine delle proteste negli ultimi mesi). L’impunità e lo spirito di corpo: nessun poliziotto ha perso il posto e tanto meno è andato in carcere per avere ucciso un nero. L’incompetenza: ma è mai possibile che l’unico modo che hanno per controllare persone che reagiscono (o sembra che reagiscano) ai tentativi di arresto sia di ammazzarle? E al tempo stesso, l’addestramento: il racial profiling insegna a vedere in ogni giovane nero un potenziale criminale. Di qui, l,a paura e la paraonoia: in un paese dove tutti sono armati, ci si aspetta che anche i sospettati lo siano, e al primo gesto si risponde, come nel mitico West, sparando per primi – anche ai disarmati. Un tempo dicevamo che l’America è il gendarme del mondo. Nelle periferie di St. Louis e di Madison i gendarmi americani si comportano come il loro paese, intrecciando la paura del terrorismo col senso della propria onnipotenza, si è comportato in Irak e in Afghanistan dopo l’11 settembre (immaginandosi armi di distruzione di massa dove non ce n’erano, come i poliziotti di Harlem e Jacksonville hanno scambiato oggetti innocui per pistole). Il 28 dicembre 2014 a Jacksonville in Florida David Scott è ucciso da una squadra speciale di polizia. L’ufficio dello sceriffo spiega: “Hanno visto che aveva in mano un oggetto che sembrava una pistola, lo puntava come se fosse una pistola, e gli hanno sparato 21 volte al torso, alle braccia e alle gambe.” L’oggetto che aveva in mano, che ha indotto gli agenti a un panico omicida, era una scatola avvolta in un calzino. Nel 1999, a Harlem, Amadou Diallo è stato crivellato con 41 colpi di pistola perché i poliziotti avevano scambiato il suo portafogli per una pistola. E poi c’è la politica. E vero che Selma non è mezzo secolo fa, ma oggi. Da una parte, senza Selma non ci sarebbe Obama: sono i diritti civili strappati dopo quella lotta che hanno reso possibile l’elezione di un presidente nero. Ma è proprio l’elezione di un presidente nero che incita la destra a rimettere in discussione quei diritti perché è il segnale che tanti spazi e privilegi riservati ai banchi non sono più protetti come un tempo. Anche perché da Selma e da Obama,gli afroamericani hanno tratto lì incitamento a far valere i loro diritti di cittadini americani, e in questo modo ne trasformano il senso Diceva Bruce Springsteen: ti possono ammazzare solo perché sei vivo nella tua pelle americana. Altrove ti possono ammazzare perché sei vivo e basta. Ho cominciato elencando i nomi delle vittime afroamericane negli Stati Uniti. Potremmo fare una lista anche noi: Aldrovandi, Cucchi, Magherini, Sandri… Abbiamo una forza politica nazionale in ascesa che invita tutti a proteggersi da neri e immigrati sparando e uccidendo. Stiamoci attenti.