16 agosto 2014

La Plata: città di memoria

il manifesto 14.8.2014 ................................. Il bar dell’università di La Plata, Argentina, un pomeriggio di agosto. Musica, voci. Di colpo, la musica si ferma, le voci si abbassano, tutte le facce si girano con gli occhi alzati verso la TV. “Come al Mundial”, commenta qualcuno. Ma non è il mundial. Trasmettono in diretta, per intero, senza interruzioni pubblicitarie, la conferenza stampa di Estela Carlotto, presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo, e di Guido, suo nipote appena recuperato. E’ impossibile descrivere l’impatto emotivo per tutta l’Argentina. In un Paese dove gli scomparsi e la dittatura sono ancora memoria aperta e ferita viva, la tenerezza personale verso una anziana signora coi capelli bianchi che ritrova un nipote perduto e cercato da 35 anni si intreccia con il sollievo pubblico di sentire, in tempi difficili, che l’ostinazione, la passione, la lotta ci trasformano da vittime in protagonisti, e non sono sempre invano. Forse è davvero un po’ come il mundial, un’emozione che unisce tutto un paese. Ma è un’emozione di altra profondità e spessore. Certe volte si può sconfiggere il passato. ……………………………………………………… A La Plata tutto questo è ancora più intenso. Ci vengo da un po’ di anni, e mi vado convincendo che – si parva licet – questa città un po’ anonima dove le strade non hanno nome ma numeri, perpendicolari e diagonali, è un poco come Roma: non puoi fare un passo senza sentire la storia sotto i piedi. Qui, una storia recente che sanguina ancora. ……………………………………………………. L’università si è appena trasferita da un francamente orribile edificio nel centro (“un panoptico”, dice uno studente) in questo campus nel verde di edifici immacolati e spaziosi appena restaurati. Volevano farci un supermercato, l’opinione pubblica glielo ha impedito. In passato, era la sede di un reggimento militare, e in questi edifici si praticarono detenzioni e torture. Anni fa, feci un corso in un centro di documentazione che era l’ex sede della polizia politica, con tutti gli schedari ancora lì; molta gente cambiava ancora marciapiedi passandoci davanti, come da noi a via Tasso.. Rovesciare il senso di questi luoghi è un modo di ricordare che cosa sono stati per proclamare che non lo saranno mai più. ……………………………………………….. Laura Carlotto, la figlia assassinata di Estela e madre di Guido, era studentessa di questa università, come anche il suo compagno desaparecido, Oscar Montoya. Fuori del bar, una placca sul muro bianco elenca almeno 150 studenti, docenti, dipendenti dell’università uccisi, desaparecidos, torturati. Il nome di Laura Carlotto è poco sotto quello di Maria Brugnone de Bonafini. Sia Estela Carlotto sia Hebe Bonafini, leader delle Madres, sono di La Plata. Le radici delle Abuelas e delle Madres de Plaza de Mayo stanno qui, in questa città studentesca colpita dalla repressione più di ogni altra, circondata di realtà operaie – praticamente attaccata c’è Berisso, con gli antichi stabilimenti abbandonati dell’esportazione della carne, collorata da murales che ricordano le lotte operaie. ……………………………………………………… Sto ancora leggendo la placca e passa una ragazza. Me la presentano: è la nipote di un comunista che, ancora studente, fu ammazzato dentro l’università dalla destra, negli anni ’60. ………………………………………………………… I dottorandi in storia mi hanno portato a conoscere un altro luogo di memoria: la casa Mariani-Teruggi. Era la sede della tipografia clandestina dei Montoneros; nel 1976, l’intero isolato fu circondato da unità di tutte le forze armate e di polizia e la casa fu letteralmente sfondata cannonate coi carri armati e bombardata con bombe incendiarie. Si vedono ancora i buchi e le pareti crollate, la macchina nel garage crivellata di colpi. Morirono Diana Teruggi, trent’anni, e altri quattro compagni. Suo marito Daniel in quel momento si trovava a Buenos Aires; fu catturato e desaparecido poco tempo dopo. ……………………………………………………. L’ano scorso, il mio ultimo giorno era il 16 settembre, l’anniversari di quella che chiamano “la notte delle matite spezzate”. Sotto una pioggia battente seguii il corteo degli studenti che sfilavano per ricordare i sei studenti medi assassinati qui a La Plata nel 1976, e per protestare contro i tagli governativi all’istruzione pubblica. I ragazzi erano colpevoli di avere appartenuto all’unione degli studenti medi, che aveva manifestato chiedendo il “Boleto Estudiantil”, uno sconto sui libri e i trasporti per gli studenti. Sovversivi da sopprimere. Entrando oggi in facoltà trovo un cartello: vogliamo il Boleto Estudiantil. …………………………………………………….. Carlos Esteban Alaye Dematti era stato un leader dell’unione degli studenti medi. Fu catturato e ammazzato nel maggio 1977. ………………………………………………….. Parlo a lungo con sua madre, Adelina Dematti Alaye, 87 anni, con le Madres fin dall’inizio. Mi racconta la storia della sua famiglia, a partire dai nonni emigrati intorno al 1870. ED ppoi, racconta di come, cercando le tracce di suo figlio, scoprì che il cimitero di La Plata è pieno di fosse dove la polizia seppelliva senza nome alcune delle sue vittime. Glielo hanno rivelato i falegnami e gli ebanisti a cui la polizia ordinava bare più in fretta di quanto riuscissero a fabbricarle. ………………………………………………….. In TV, Guido Carlotto dice: l’incontro fra me e mia nonna significa che dobbiamo continuare a cercare ancora., Hanno ritrovato 114 figli e nipoti rapiti, ne mancano ancora quasi 300. Anahì Mariani, figlia di Diana e Daniel, due mesi, fu portata via dalle macerie della sua casa, dagli assassini dei suoi genitori. Non è stata ancora ritrovata.

Ho le prove che Clara Anahí è viva: intervista con Chicha Mariani

Intervista con Chicha Mariani La Plata 12.8.2014 .............................. il manifesto 14.8.2014 ............................. Oggi, 12 agosto, è un giorno speciale. In questo giorno, 38 anni fa, nasceva una bambina a cui misero nome Clara Anahì. Tre mesi dopo, il 24 novembre 1976, fu rubata dai militari che avevano bombardato e distrutto la sua casa e ucciso sua madre Diana Teruggi e altri quattro compagni. Suo padre Daniel Mariani fu ammazzato sei mesi dopo. I suoi genitori erano montoneros e tenevano in casa la tipografia clandestina del movimento; la copertura era un allevamento di conigli. Clara Anahì nessuno l’ha più vista. Sua nonna Chicha Mariani ha novant’anni e continua a cercarla. E racconta. …………………………………………………………………………………………. Alla casa, da sola, ci sono stata solo una volta, che loro erano in viaggio e dovevo dare da mangiare e cambiare l’acqua ai conigli. Non so perché, mi prese un senso di terrore inspiegabile. Non sapevo della tipografia, ma tornai via portandomi dentro questa paura. Il giorno del mio compleanno vennero mio figlio, Diana e la bambina. Entrarono ridendo, dicevano che mi avevano fatto il regalo di compleanno. Avevano la machina piena fino al soffitto di biscotti. Dico, che ci faccio con tutti questi biscotti? Dice, non sono per te: sono per regalarli a tuo nome alla gente del quartiere. È questo il tuo regalo di compleanno. E lo fecero, li andarono a regalare in un quartiere operaio, in periferia. Era il 19 novembre. Il 24 successe tutto. Fu l’ultima volta che le ho viste. Era mercoledì, tenevo la bambina tutti i mercoledì e i sabati e avevo preparato il bagnetto, il mangiare; me la lasciavano tutta la sera, lei mi guardava con quegli occhi grandi… Mi ricordo che una volta ero arrivata a casa loro, lei piangeva e quando sentì la mia voce si mise a ridere contenta. ............................ Quel mercoledì 24 novembre, uscii di corsa da scuola, presi un taxi per arrivare a casa prima che Diana mi portasse la bambina. E non arrivava, non arrivava, e dopo un po’ comincio a sentire bombe e spari, bombe a spari, e avevo paura che Diana stesse in strada con la bambina e ci andasse di mezzo. Passata un’ora e non arrivava, disperata, vado da un’amica che abitava lì vicino. Vedevo gli elicotteri che girava e giravano, camion di soldati per la strada, la mia amica dice vengo con te, e tornammo qui aspettando, aspettando, aspettando. Continuavano gli spari, le bombe, i camion, e Diana non arrivava. Mi fa molto male raccontarlo. A me non mi uccisero perché mentre ero lì con la mia amica mi telefonò mia madre che mio padre s’era ammalato, e voleva che andassi da loro. Dico non posso, non posso, aspetto i ragazzi, non ho notizie… Mia madre insiste, e ci andai. Lasciai un biglietto sul camino – ragazzi, vado dai nonni, torno domani. La mattina dopo prendo l’autobus per tornare a casa. Non mi immaginavo che quella notte avevano attaccato anche casa mia. Trovai tutto distrutto, mi lasciarono senza niente. C’erano tutti i vicini ammassati davanti alla mia porta, pensavano che ero lì dentro morta. I soldati, avevano sparato, sfasciato, saccheggiato, si erano portati via pure il sacchetto di carbone per l’asado. Una rapina orribile, vergognosa. Un caos, avevano rovesciato tutte le bottiglie, l’olio, tutto versato sopra le carte, i vestiti, i mobili. L’unica cosa intatta era il seggiolone di Clara, la mia assicurazione sulla vita, e il nastro del Requiem di Verdi diretto da mio marito. ................................. Credevamo tutti che Clara Anahì era morta. Stavo dai miei genitori perché a casa mia non potevo stare, per la polvere, l’odore della polvere da sparo, che ancora adesso non lo sopporto. Piangevamo disperati, e venne una signora e ci disse non piangete, la bambina è viva, mia nonna ha visto che la portavano via. A noi avevano detto che era morta anche lei. “No, mia nonna l’ha vista, è viva”. Io quella donna non l’ho più vista, non ho mai saputo chi era. Poi avemmo altre prove che era viva. ........................................................................................ Pochi giorni dopo tornai a pulire la casa, a sistemarla, ero sola, riempivo scatoloni e scatoloni di roba rotta e sporca e li mettevo sul marciapiedi. E un giorno, ero ancora a casa quando passarono gli spazzini, e successe una cosa emozionante– sollevavano gli scatoloni con la nostra roba come se fossero stati qualcosa di sacro. Li vedevo da dietro le tendine della finestra, e mi commosse, in quel momento non so che cosa mi successe in quel momento, però dentro di me mi fece bene. Ne parlai poi con Edoardo Galeano, ne parla nel suo libro, Memorias del fuego. ......................................................... Pulivo e mettevo a posto, piangendo disperata, pensavo che li avevano uccisi tutti. Invece mio figlio quando successo tutto era Buenos Aires al lavoro. Entrò in clandestinità, non volle lasciare il paese. Ci incontrammo, con lui e mio marito, in campagna, un posto terribile, lo implorammo che se ne andasse, mio marito gli aveva già comprato una casa a Roma, perché se ne andassero lì. Lo implorò piangendo, in quel campo. “Ti prego, vai via”. “No, non me ne vado. Hanno ucciso Diana, non me ne posso andare, per i miei compagni non me ne posso andare, e devo aiutare a cercare Clara Anahì”. Così ci lasciammo, e lo uccisero il 1 agosto del ’77. Fu un’epoca terribile, io cercavo da sola, non mi immaginavo che ci fossero altri figli spariti. Sempre sola. Non lo dicevo neanche ai miei genitori. Andavo dappertutto, mi poteva succedere qualunque cosa. Mi ricevevano con disprezzo, sgarbati, mi lasciavano sulla porta, non mi facevano entrare. Ma all’ufficio minorenni una funzionaria mi disse che c’era un’altra donna che cercava sola. Feci un salto, corsi a cercarla, le dissi di lavorare insieme, perché in due ci avrebbero dato più ascolto. Disse, sì, però io conosco altre, che avevano le figlie incinte e non le trovano. Ci riunimmo con loro. ........................................................... Doveva venire Cyrus Vance, inviato di Jimmy Carter, a vedere che cosa succedeva in Argentina. Lo aspettammo in plaza San Martìn. Andai senza sapere niente, senza conoscere nessuno. Era pieno di soldati, militari, cani, da tutte le parti. Mi avevano detto che ciascuna avrebbe scritto la sua testimonianza e l’avrebbe consegnata a Cyrus Vance; io avevo preparato la mia, passa Cyrus Vance, circondato dai soldati, dai cani poliziotto, e le Madres tutte nello stesso momento si mettono il fazzoletto in testa e cominciano a gridare i nomi dei loro figli. Io restai pietrificata, e non glielo diedi. Venne una signora correndo, era Azucena, la madre di un desaparecido, dice gliel’hai data la tua testimonianza? No, non so come fare. Me lo strappò di mano, gli corse dietro e glielo consegnò. Poi seppi che l’avevano desaparecida un mese dopo. ....................................................... Restammo lì sul marciapiedi, e vennero le dieci Madres che erano rimaste, e sorridevano. Io ero tutta una lacrima, non capivo perché. Mi stavano accogliendo, come sempre hanno e abbiamo fatto, tutte con un sorriso, senza parlare ciascuna del suo dramma, se no non saremmo riuscite a lavorare. Quello fu il primo incontro delle Abuelas, il 21 novembre 1977. Ci organizzammo per vederci di nascosto, e la mia lotta diventò parte di quella di tutte. Mi fecero segretaria esecutiva. Per prima cosa scrivemmo al papa. La scrissi io perché ero l’unica che sapeva scrivere a macchina, con un dito. Il papa non ci rispose. Non ci rispose mai. Andammo a Roma, chiedemmo di essere ricevute e quelli vestiti di nero ci dissero che non riceveva, ma di andare tutte in piazza quando passava, con un cartello con scritto Nonne di Plaza de Mayo. E facemmo così. Ci fecero mettere dove passava il papa, emozionatissime, il papa polacco – era dello stesso paese di mio padre – insomma si avvicina il papa, saluta la gente che fa ala sul suo percorso, si avvicina uno di quelli vestiti di nero e gli dice qualcosa all’orecchio – noi stavamo lì, con lo striscione – il papa legge lo striscione, si volta dall'altra parte, ci passa davanti senza guardarci. Uno dei colpi più duri che mi ha dato la Chiesa, questo disprezzo, questo orrore. ............................................................ Ho le prove che Clara Anahì l’hanno portata via viva. L’ho cercata in tutto il mondo. Cercandola, abbiamo formato le Abuelas de Plaza de Mayo. E’ stato un lavoro di molti anni, di molto andare, di molta fatica. E la cerco ancora, Clara Anahì. Un giorno dopo l’altro.

Ho ritrovato mio nipote rapito dai militari: intervista con Estela Carlotto

Il manifesto 14.8.2014 Buenos Aires, 12.8.2014 Ho ricevuto una delle gioie più grandi della mia vita: ritrovare un nipote che mi rubò la dittatura civico-militare, quando mia figlia Laura, la più grande, lo diede alla luce in un campo di concentramento. L’ho cercato per più di trentasei anni – trentasette, perché quando l’hanno presa già sapevo che aspettava un bambino e cominciai a cercarlo, a reclamarlo alla giustizia di allora, che era la giustizia militare, una giustizia che non esisteva. Trentasette anni di cammino per tutto il paese, per tutto il mondo, cercando tutti i nipoti, perché questa delle Abuelas è un’istituzione collettiva – non si cerca il nipote di ciascuna, ma tutti i nipoti. E’ un lavoro duro, una lotta di donne che si sono ribellate, e ci riusciamo quando vengono loro a cercarci ora che sono adulti, come ha fatto mio nipote, o quando noi troviamo dati sufficienti per presentarli ai tribunali. Io vedevo che passavano gli anni senza notizie, avevo già fatto 84 anni e la mia preghiera era: non voglio morire senza riabbracciare mio nipote. Anche quando ho dovuto testimoniare al procedimento che è in corso contro gli assassini, gli chiesi che si mettessero una mano sul cuore, ci dicessero quello che sanno perché possiamo trovare i nipoti che sono desaparecidos vivi. Comunque non so come è arrivato il giorno in cui nei dati della nostra Banca dei dati genetici risultò che avevano identificato mio nipote Guido – perché per me, per la mia famiglia, si chiama così [lui è vissuto finora col nome di Ignacio e ancora si trova più suo agio così]. Il 5 agosto. Un miracolo, una cosa che mi ha riempito di luce, dicono che sembro rigiovanita di colpo. La gioia trasforma tutto. [Le compagne dell’università di La Plata che sono con me confermano: lo scorso aprile venne a La Plata a inaugurare la lapide all’università, e camminava col bastone, piegata, il volto scavato. Stasera entra senza aiuto, agile ed elegante come se avesse un quarto di secolo di meno]. Quello che sento da allora è una soddisfazione enorme non solo mia e della mia famiglia: penso a sua madre, a suo padre. E mio marito Guido. Perché la madre lo tenne nel ventre e lo partorì in un luogo orrendo, malnutrita, torturata, ma Guido, il suo bambino, nacque; e nacque bene. Era una coppia sfortunata, avevano già perso due bambini; ma si vede che in questa solitudine del carcere si afferrò a questo figlio. Da dove ci vede, sarà felice anche lei. E il padre, che pochi giorni dopo lo sequestrarono – assassinato. Trovammo i suoi resti, continuavamo a cercare, e c’erano delle corrispondenze con una famiglia del Sud. I ricercatori ci parlarono, gli dissero che c’era la possibilità che loro figlio desaparecido fosse stato il compagno di Laura e anche loro potevano essere i nonni, e accettarono di dare il sangue per la Banca. Così che quando si presenta qui mio nipote, subito si trova la sua identità perché c’era tutto il sangue, paterno e materno. Lo stesso giorno, ci incontrammo per conoscerci, a casa di mia figlia. Io andai per abbracciarlo forte – e lui disse, “piano – piano. facciamo le cose un po’ per volta”. E davvero sto vivendo un sogno. Perché io non sapevo che cosa avrei trovato. Chi lo aveva allevato, come lo avevano trattato, se era stato abusato, se lo avevano inquadrato per farlo diventare uguale agli assassini. Invece trovai un ragazzo puro. E’ cresciuto in campagna, con una famiglia di contadini che magari non ha tutte le sottigliezze della cultura ma lo hanno cresciuto bene. Non non credo che questa coppia di gente semplice, contadini, siano colpevoli, hanno agito in buona fede, in campagna si può credere che davvero una famiglia dia via un figlio che non può allevare. So che è un crimine contro l’umanità, perché era un piano preciso della dittatura; ma spero che non abbiano conseguenze troppo gravi. Non si capisce come è andato a finire con loro, è tutta una catena, l’ultimo che glielo ha consegnato è un latifondista, il padrone della terra che adesso è morto. Glielo ha consegnato e gli ha detto: non ditegli mai che non siete i suoi veri genitori. Guido è ancora in contatto con loro. Nessuno impedisce ai nipoti di farlo; solo col tempo, un po’ per volta,si allontanano. Però, dice, “c’era qualcosa in me, come un suono, che mi diceva: sono differente da loro. Mi piaceva la musica, e anche se ho studiato e mi sono diplomato, direttore di cantiere, che è un mestiere dove si guadagna bene, però volevo studiare musica”. Lo disse alla famiglia, loro gli dissero di no, ma lui ha insistito e adesso dirige una scuola di musica, ha una band – è una ragazzo buono, sano puro. Sentiva da sempre un’inclinazione verso i diritti umani, e ha partecipato anche a un nostro progetto, Musica per l’identità. Fra i musicisti c’erano alcuni dei nipoti ritrovati, e parlò con loro. Quando si decise a venire diceva ironicamente, perché è un ragazzo allegro, gli piace scherzare, diceva alla sua compagna: se esce che davvero sono figlio di desaparecidos voglio che mia nonna sia come minimo Estela perché è il massimo. Dice che aveva visto foto mie e che gli pareva che mi somigliava. Ma non è solo una cosa familiare. L’impatto sociale di questa notizia è stato condiviso a tutti livelli sociali. Mi ha scritto il papa, i presidenti di tutta l’America latina, l’Unesco. L’autobus 114 invece del numero girava col nome di Guido, perché lui è il nipote ritrovato numero 114. C’erano cartelli nelle strade, dai fruttivendoli. Tutti hanno reagito con gioia. Perché? Perché se ci possiamo unire nella gioia di questo incontro che è la liberazione di una persona e il sogno realizzato di un’altra che ha lottato tanto, c’è qualcosa che possiamo festeggiare in comune, qualcosa che ci appartiene a tutti. Ne avevamo bisogno? Credo di sì. Questo paese ne aveva bisogno, in questo momento, con il problema del debito e dei fondi avvoltoio, con le parole vuote della politica, con queste guerre in tutto il mondo – che poi è quello che predichiamo noi Abuelas: unità. Se tutti siamo abitanti di questo pianeta Terra, non possiamo essere nemici. Saremo diversi ma non nemici; e cerchiamo quello che abbiamo in comune. Bisogna dare un senso a questa gioia collettiva. Mi arrivano fiori da tutto il mondo, dalla Svizzera, dal Belgio; dall’Italia mi ha telefonato il sindaco di Arzignano,il paese da cui sono emigrati i miei, mi hanno telefonato dalla Fondazione Basso, anche politici, Massimo D’Alema... Dobbiamo condividere questo momento di amore collettivo. E già eravamo uniti nella ricerca. Alla campagna per invitare chi ha dubbi sulla sua identità a venire da noi hanno partecipato perfino i giocatori della nazionale di calcio. Perché parliamo di gente che adesso ha 35 anni, e fin dall’inizio abbiamo cominciato a domandarci che cosa potevamo fare per ciascuna età dei nostri nipoti. Abbiamo sempre lanciato messaggi adeguati all’età che potevano avere. Nell’adolescenza cercammo di raggiungerli attraverso il teatro perché sapevamo che c’erano ragazzi che facevano teatro; poi abbiamo fatto Musica per l’identità, Tango per l’identità… E siamo andate alle partite di calcio, coi cartelli. E poi è successa questa cosa di Messi. E Messi con molto piacere [insieme con Lavezzi, Mascherano, Aguero] è andato in televisione con il cartello delle Abuelas che invitai ragazzi a venire da noi. Adesso farà qualcosa anche Maradona. Si sono saturati i telefoni. Ci sono arrivati undici milioni di messaggi – come dire che almeno un quarto della popolazione argentina ci ha cercato. Adesso abbiamo un’affluenza incredibile di ragazzi che vengono; a quelli che hanno l’età giusta facciamo il test. Sanno che qui li aspetta rispetto, ascolto e – se sono nipoti di desaparecidos – la liberazione.

22 giugno 2014

Hebron: terrore e routine

il manifesto 20.6.2014 (per motivi di spazio il testo uscito sul giornale era un po' ridotto. Questo è il testo completo) Tre ragazzi israeliani scomparsi – quasi certamente rapiti – nei pressi di Hebron, nella Palestina occupata. Letteralmente, non ci dormo la notte. Magari con meno immediatezza, ma la qualità dell’ansia e degli incubi mi ricorda quello che provavo ai tempi del rapimento Moro. A Hebron c’ero stato meno di una settimana prima del fatto, e quello che ho visto fa rabbrividire. Qui l’occupazione israeliana non si è limitata a edificare un insediamento coloniale (Kiryat Arba, sulla collina di fronte a Hebron), ma ha preso direttamente possesso di una parte della città stessa. Hebron è dove si dice sia sepolto Abramo e dove David sarebbe stato proclamato re. Con questa motivazione, poche centinaia di estremisti religiosi israeliani si sono insediati dentro la città, e adesso il venti percento del territorio urbano è direttamente sotto controllo israeliano, occupato da settecento coloni religiosi e altrettanti a soldati. I ventimila arabi che abitavano in questa parte di Hebron sono andati via o sono diventati invisibili. Non possono nemmeno passare per le strade principali, riservate esclusivamente ai coloni (le chiamano “strade sterilizzate”). I vecchi mercati sono macerie abbandonate, le strade laterali sono chiuse da muri, i negozi sono sbarrati, le porte delle case che danno sulla strada sono sigillate per impedire ai loro abitanti di calpestare le strade proibite (se vogliono uscire di casa, devono passare dal tetto e scendere con la scala sul retro), quei pochi che restano sono frequentemente aggrediti, insultati, sputati dai coloni protetti dai militari. Per strada vedo solo plotoni di soldati accompagnati dai coloni. E’ una città fantasma segregata. Mi accompagna un esponente di Breaking the Silence, l’organizzazione dei soldati israeliani che hanno deciso di rendere pubbliche le violenze, gli abusi e i crimini commessi dalle forze di occupazione. Si definisce ebreo ortodosso, e dice di non essere un pacifista. Di Hebron occupata conosce ogni sasso, ogni porta. Mi decifra alcune delle scritte che vediamo sulle porte e sui muri – quella che più mi impressiona dice “arabi al gas”. Recentemente, racconta, un gruppo di giovani palestinesi ha cercato forme di protesta non violente. Si sono messi d’accordo con un’organizzazione di donne ebree di Gerusalemme che in solidarietà sono venute a Hebron, si sono cambiate in abiti tradizionali palestinesi e così vestite si sono incamminate per una strada “sterilizzata”. Le hanno arrestate immediatamente. E poi, qualcuno rapisce quei tre ragazzi ed è logico che si scateni l’inferno. Mentre scrivo sono a New York e mi capita per mano il Wall Street Journal, uno dei migliori esempi di giornalismo anglosassone. Centoventi righe ben documentate e precise sulle azioni e le dichiarazioni di Netanyahu e del governo israeliano in risposta alla crisi. Nel mezzo dell’articolo, una frase: “Gli arresti hanno provocato scontri e dimostrazioni nella West Bank, che hanno lasciato almeno un palestinese morto”. Non una sillaba di più. Chi era, in che modo è stato “lasciato morto”, che diavolo significa – per un giornalismo così attento alla precisione e ai fatti – “almeno” un morto? Mi viene in mente un fulminante dialogo delle Avventure di Huckleberry Finn. “Si è fatto male qualcuno?” “Nossignora; è morto un negro”. Il rapimento di tre ragazzi israeliani – su questo non ci piove – è un atto terroristico e un delitto. Ammazzare “almeno” un arabo è routine. L’atto terroristico è una notizia, ha conseguenze immediate, gravi e clamorose. La routine non è una notizia, non merita titoli e approfondimenti. Ma la routine scava profondo, e nel tempo gli effetti possono essere terribili per tutti. A Kiryat Arba – spaziosa, bianca di pietra e verde di alberi – c’è un giardino. In cima al giardino, un tempo c’era un monumento e un sacrario. Sono stati rimossi, ma rimane una tomba. E’ la sepoltura di Baruch Goldstein, che il 25 febbraio 1994 irruppe nella parte musulmana della Tomba di Abramo e ammazzò ventinove palestinesi prima di essere sopraffatto. La scritta sulla tomba recita: “Al santo Baruch Goldstein, che ha dato la vita per il popolo ebraico, per la Torah e per la nazione di Israele”. Sulla tomba sono deposti dei sassi, segno tradizionale di pietoso e devoto omaggio. Dei tre ragazzi, purtroppo, nessuna notizia.

05 giugno 2014

La Liberazione non è finita.

il manifesto 5.6.2014 La testimonianza più drammatica della liberazione di Roma, il 4 giugno del 1944, ce l’ho davanti casa: la stele che, dove da via Cassia si diparte una stradina un tempo di campagna e oggi di quartiere dormitorio, elenca i nomi dei prigionieri politici uccisi a sangue freddo dai nazisti (affiancati da collaboratori italiani) dopo che si era bloccato il camion che li trasportava a Nord mentre da Sud entravano in Roma le truppe alleate. Un a quindicina di anni fa, era appena cominciato il processo Priebke, uscendo di casa trovai che qualcuno aveva dipinto sul cippo un’enorme svastica nera. Pochi minuti dopo, attorno al cippo c’era un capannello di gente che discuteva come fare a cancellare quell’insulto. Ognuno proponeva gli strumenti del proprio mestiere: il carrozziere offriva una mola (“ma no, così rovini il marmo!”), il commerciante del ferramenta proponeva un solvente… E io, che facevo un altro mestiere, mi domandavo: e io, che strumenti ho per cancellare quella svastica? Materialmente, adesso la svastica è scomparsa dalla pietra. Ma non è stata cancellata dalle nostre menti e dalla nostra cultura. Quelli di noi che lavorano nella cultura, nella comunicazione, nella scuola devono cercare nel proprio mestiere gli strumenti per continuare il lavoro di quel ferramenta e di quel carrozziere e cancellare la svastica anche dalle coscienze. Finché le svastiche continueranno ad apparire sui nostri muri, e proprio in vicinanza dei luoghi della resistenza (dalla Storta a via Tasso) e nelle ricorrenze (il 25 aprile, il giorno della memoria…), la liberazione di Roma non si potrà dire compiuta. La storia non finisce lì. D’altronde, quel 4 di giugno in cui i nazisti lasciarono Roma e gli alleati vi furono accolti in festa non fu una fine, ma un nuovo inizio. C’è una canzone partigiana che ho sentito cantare nei Castelli Romani che dice: “Or che è liberata Roma / il mondo intero insorgerà”. Da un lato, la canzone sottolinea il ruolo simbolico dell’evento: la liberazione di Roma, simbolo universale, cambia di segno alla storia del mondo, è una luce sul futuro. Dall’altro, però, dice che la battaglia continua, la guerra non è finita. E centinaia di partigiani delle zone liberate dell’Italia centrale continueranno la lotta nei gruppi di combattimento a fianco delle forze alleate e di quel che restava dell’esercito italiano. Il paradosso, naturalmente, è che forse “il mondo intero insorgerà”, ma che forze potenti – dalla Chiesa ai militari monarchici – si erano attivate per impedire che insorgesse Roma. Forse avevano anche delle buone ragioni; ma forse la scelta di fare di Roma l’oggetto e no il pieno soggetto della propria liberazione è una delle ragioni per cui, sette decenni dopo, le svastiche continuano ancora a infestare la nostra memoria.

15 maggio 2014

Un pizzino per Peppino Impastato

Quando Timisoara Pinto e Andrea Satta mi hanno chiesto di essere na delle cento persone che accettavano di scrivere, in memoria dei “cento passi” un “pizzino” di cento parole su Peppino Impastato, ucciso dalla mafia e dalle coperture e depistaggi delle istituzioni, ho pensato subito a un delitto con molti colpevoli. E mi è venuta in mente una popolarissima filastrocca infantile inglese – Who killed Cock Robin? Chi ha ucciso il Pettirosso? "Io, disse il passero, con l’arco e le frecce… chi l’ha visto morire? Chi ha raccolto il sangue?" E così via. Il poeta americano Norman Rosten ne fece una poesia sulla morte di Marilyn Monroe – Who killed Norma Jean? Io, disse la città, come un dovere civico… io, disse la notte… io disse il fan… Pete Seeger l’ha messa in musica e ne ha fatto una canzone indimenticabile – che forse ha contribuito a ispirare Bob Dylan quando ha scritto, sulla morte di un pugile ucciso sul ring, Who killed Davey Moore? Non io, disse l’arbitro… non io, disse la folla, non io, disse il manager… Così, mi sono chiesto: Chi ha ucciso Peppino Impastato? Io, disse la Mafia, padrona della paura e del silenzio. Chi ha ucciso Peppino Impastato? Io, disse il Paese, voltandosi per non vedere, non sentire, non parlare Chi ha ucciso Peppino Impastato? Io, dissero i Preti, regalando santini cantando novene per gli uccisi e per gli assassini Chi ha ucciso Peppino Impastato? Io, disse lo Stato, falsando le prove inventando attentati, insabbiando processi spargendo menzogne Chi ha ucciso Peppino Impastato? Io, dissero i Media, che voci libere non sopportano e ignorano Dov'è adesso Peppino Impastato? Nel vuoto che resta, nel dolore che non finisce.

09 maggio 2014

Kabir, un poeta contro le barrier: incontro con Shabnam Virmani

il manifesto 9 maggio 2014 Ho incontrato Shabnam Virmani a Bangalore, dove lavora a un progetto di film e musica su Kabir, poeta e mistico indiano vissuto fra il ‘400 e il ‘500. La sua poesia è ancora conosciuta e cantata in tradizione orale in India e in Pakistan, come guida alla ricerca di una spiritualità oltre le barriere, i dogmi, le religioni rivelate e le identità ossificate. I film di Shabnam mi avevano commosso; poi l’ho sentita in concerto, e mi ha profondamente coinvolto. Col Circolo Gianni Bosio e Apollo 11 siamo riusciti a portarla in Italia. “Sono nata in Punjab”, racconta. “ Ho vissuto un po’ dappertutto, ho lavorato molti anni in Guajarat col movimento delle donne rurali, usando il video e la radio per documentare le loro lotte e cercando di creare insieme progetti video di comunità. Ho lavorato anche con le cosiddette caste inferiori, i dalit, perciò molto del mio lavoro è stato accanto a gruppi di sinistra, socialisti. Nel 2002 ci furono gli scontri fra hindu e musulmani in Gujarat” - più di tremila morti, la maggior parte musulmani massacrati da nazionalisti hindu. “Io abitavo ad Ahmedabad, e c’è una poesia di Kabir che dice: guarda, il mondo è impazzito; dici la verità e ti picchiano, dici una menzogna e ti sorridono. Io non ho un retroterra spirituale, la famiglia non mi ha trasmesso nessuna tendenza religiosa, ho avuto un’istruzione molto occidentalizzata. Ma la voce di Kabir mi ha parlato in quel momento. Molta della sua poesia parla del pregiudizio, delle divisioni religiose, della follia umana. Così cominciai a leggere Kabir. Avevo sempre amato la musica, la poesia, ed ero pronta ad accogliere una visione spirituale. Sentivo che, da sola, la visione militante, politica, lasciava un vuoto. Io pensavo di usare la poesia di Kabir per il cambiamento sociale, ma lui mi poneva domande filosofiche più profonde. E una parte di me che non conoscevo cominciò a sentirsi nutrita. Non mi ero mai accorta di questo vuoto finché non ha cominciato a riempirsi. Tramite Kabir, cominciai a scoprire anche i linguaggi popolari dell’India: fu una grande gioia. Se sei una bambina di città e vai a scuole inglesi, non ha il senso del rasa – il sapore, il succo delle cose. Non hai quell’esperienza della lingua. Così, ricevere la poesia di Kabir nei dialetti in cui è cantata – in Madhya Pradesh, nell’India centrale, nel Nord, in Rajastan, in Guajarat – mi ha ridato il rapporto con le mie radici linguistiche. E’ stata una gioia. Non mi rendevo conto che c’era un vuoto in me che aspettava di essere riempito – dissetato, fertilizzato. Non ti rendi conto di quanto è arida una parte di te finché non riceve l’acqua di cui ha bisogno. Così sono cominciati questi viaggi – ricercando l’espressione musicale della poesia di Kabir, cercando di capire che cosa significa per tanta gente una voce di tanti secoli fa che continua a scorrere in tanti modi diversi.”, Il film che vediamo venerdì segue l’idea Kabir insegna ad andare oltre la forma e il contorno delle cose, verso un assoluto senza confini che ci unifica tutti. “Gli storici dicono che Kabir è nato in una famiglia musulmana, forse neoconvertita, a Benares, Uttar Pradesh. Così lui rappresenta la confluenza di molteplici influenze religiose. La sua poesia è ricca di immagini dello hatah yoga – il corpo interiore, i chakra… E’ insieme critica sociale e corpo interiore, uno sguardo verso l’interiorità e verso l’esterno. Kabit rifiuta risolutamente di essere identificato come musulmano o come hinduista. Si rivolge continuamente a Ram, che è una divinità induista, ma usa molto linguaggio sufi, urdu, islamico. Ti insegna a ricercare il luogo da dove viene il tuo senso di appartenenza e di identità - e a bruciarlo.” Un momento intensissimo del film è il passaggio del confine militarizzato fra India e Pakistan – un passaggio anche simbolico. “E’ stato interessante personalmente perché le mie radici sono in Pakistan, i miei genitori vengono dal Pakistan e sono venuti da questa parte quando l’India è stata divisa dal Pakistan. E politicamente: perché è difficile passare quel confine, ed è un po’ come entrare dentro un’alterità demonizzata – e demonizzante. E’ stato emozionante trovare in Pakistan lo spirito di tante cose che ci sono care in India. E’ stato un viaggio poetico, una metafora: passare il confine e scoprire Kabir lì, nel cuore dei cantori sufi in Pakistan. Gli islamisti ortodossi non vogliono avere niente a che fare con Kabir; ma tanti cantori sufi lo amano, lo sentono come una delle loro voci, come Hafez o come Rumi”. Anche l’opera di Rumi - poeta persiano del ‘200, fondatore dei dervisci rotanti - come quella di Kabir, è poesia, pensiero religioso, e canto. “Quando ho cominciato questi viaggi alla ricerca di Kabir, ho cominciato a sentirmi invasa dalla musica, a sentire l’impulso di poggiare la macchina da presa e prendere in mano la tambura. A volte, siccome filmo tutto personalmente, la macchina da presa mi faceva sentire estranea, separata. Un distico di Kabir dice: il rosso del mio amore-gioiello è così rosso che ovunque guardo vedo quel colore; sono uscito alla ricerca di quel rosso e lo sono diventato io stesso. E’ la scomparsa della divisione fra osservato e osservatore. Sei vuoi capire quello che cerchi, lo devi diventare tu stesso. La macchina da presa è una tecnologia meravigliosa, e continuo a usarla, ma avevo bisogno di sovvertire la distanza creata dalla macchina. Rifiuto l’approccio documentaristico che consiste nel prendere le distanze tra me e la realtà che filmo: io sono lì con la macchina da presa, perciò divento parte di quella realtà e la cambio per il fatto stesso che sono lì. Questa interazione, questa comunicazione che crei con gli altri è il cuore del documentario; è il dialogo.” Le dico che c’è un un attore indiano conosciuto in Italia ( l’immagine televisiva di Sandokan): e si chiama Kabir. “Non sapevo che Kabir Bedi avesse rapporti con l’Italia. Kabir è un nome molto diffuso in India. Se uno vuole indicare che è al disopra delle identità religiose, se uno è anche vagamente progressista o di sinistra, mette nome Kabir ai figli. O le coppie miste: se un musulmano sposa una hindu o viceversa, il figlio lo chiamano Kabir. Perché vuol dire che non esistono barriere”. Venerdì 9 aprile al Piccolo Apollo (via di Conte Verde – angolo via Nino Bixio) l’Associazione Piccolo Apollo e il Circolo Gianni Bosio presentano “Tra Roma e l’India – in film, poesia e musica”. Alle 19, proiezione del film Had-Anhad (Bound – Unbound) di Shabnam Virmani: un viaggio nella musica popolare seguendo la musica e la poesia di Kabir, poeta del XV secolo, il cui ricordo è ancora vivissimo nella cultura dell’India e del Pakistan. Had-Anhad ha ottenuto il Primo Premio allo One Billion Eyes Documentary Film Festival di Chennai nell’agosto 2008 e il Silver Trophy come miglior Film Non-Fiction dell’Indian Documentary Producers' Association Awards nel 2009. Alle 21,30, Shabnam Virmani (voce e tambura) in concerto, accompagnata da Vipul Rikhi (voce, tambura, percussioni). Apriranno il concerto Sushmita Sultana e Nasser Dhafar, musicisti migranti che lavorano a Roma, rispettivamente dal Bangla Desh e dell’Iran. L’iniziativa ha il sostegno della Regione Lazio, del gruppo consiliare Per il Lazio e di India-Europea-Foundation for New Dialogues, ********************************************************

La resistenza: ricordare per dimenticare?

Patria Indipendente - aprile 2014 Ho ritrovato giorni fa una vecchia registrazione nell’archivio sonoro del Circolo Gianni Bosio. Era una sequenza di parodie di canzonette che risaliva ai palcoscenici dell’avanspettacolo nell’immediato dopoguerra, e infatti su un artista di avanspettacolo a cantarcela nel quartiere di San Lorenzo, sull’aria do “La signora di trent’anni fa”, ovvero, “Nel 1919). Cominciava così: Nel 1922 Ce fu un governo, ‘n m’aricordo come / Ce fu ‘na marcia, ‘n m'aricordo ‘n dove / Che fu chiamata – ‘n m’aricordo più. / Poi per vent’anni fummo sistemati / Da tante guère – n’m’aricordo più / Però alla fine fummo liberati / Però da chi – nun me lo ricordo più. / Ascoltata oggi, è una geniale provocazione sulla memoria. Da un lato, può essere un invito a dimenticare – “scurdammoce ‘o passato” , si cantava. Dall’altra, e così mi piace di pensarla adesso, può essere una feroce ironia verso chi dimentica il passato e quindi si prepara a ripeterlo (la parodia continuava dicendo che ricorda solo che “era un governo nero, e invece adesso è nero” – nel senso di clericale: “s’hanno allungata la camicia nera”, cantava un poeta proletario di Genzano, negli stessi anni). Uno striscione esposto da un gruppo neofascista davanti a una scuola di Aprilia il giorno della memoria diceva: “Ricordati di non ricordare”; ed è proprio questa ingiunzione all’oblio, questo ostinato ripetere “non ricordo più”, a ribadire che certe memoria non si possono né evocare né cancellare a comando. O forse, la canzone può voler dire qualcosa di ancora più complesso: sulla Resistenza, fin da allora, convivono memoria e oblio; la Resistenza è al tempo stesso l’evento più ricordato e più dimenticato della nostra storia recente. Negli anni ’50, viene cancellata dalla memoria ufficiale (chi, come me, ha fatto tutte le scuole in quel tempo, non l’ha mai sentita nominare, se non per esorcizzarla) e contemporaneamente bandiera della sinistra e del movimento operaio. Poi, negli anni ’70, trasformata in rito istituzionale, più commemorata che ricordata; e subito, come reazione, lo slogan militante “la Resistenza è rossa e non democristiana” che, nel rivendicare la funzione di rottura e di sguardo al futuro della Resistenza (l’aspetto “guerra di classe” di cui parla Pavone) dimenticava tante altre realtà e altre dimensioni (la “guerra patriottica”, la “guerra antifascista”). La tensione di memoria e oblio sulla Resistenza culmina in quel memorabile 25 aprile del 1994. Per la prima volta in Europa, era al potere un partito che si richiamava esplicitamente al fascismo (l’allora Movimento Sociale Italiano), in coalizione con altre forze che si dichiaravano esplicitamente estranee al patto democratico fondato sulla Resistenza, come Forza Italia e la Lega Nord. “Si potrebbe…” intitolava allora il manifesto – si potrebbe cogliere il 25 aprile per una forte affermazione di un non dimenticato antifascismo; e in quel giorno di pioggia furono centinaia di migliaia a sfilare per le strade di Milano. Nei vent’anni che sono passati da allora, la Resistenza ha ritrovato la sua funzione di conflitto, di ribellione: la Resistenza era ancora attuale, presente e provocatoria proprio perché il nuovo potere continuava ostinatamente a volerla dimenticare. Tanto è vero che persino Silvio Berlusconi ha dovuto finire per travestirsi da partigiano fingendo di commemorare, tra le rovine di Onna, una Resistenza depurata di tutto quello che la rende viva. In fondo è un paradosso, ma è un dato della nostra storia e del nostro presente: il progetto della Resistenza è quello di unire l’Italia, ma ridiventa vivo ogni volta che c’è qualcuno a cui questo progetto di unità democratica dà fastidio. E dà fastidio perché è un’unità partecipata, non delegata – un aspetto della Resistenza che è dimenticato troppo spesso anche da soggetti che si dicono antifascisti. In questi anni, parlando coi partigiani e le partigiane, ascoltando le loro storie, ho che capito per tutte e tutti la Resistenza, armata o non armata, è stata una scelta personale confermata ogni giorno; nessuno gli ordinava di entrare nella Resistenza, nessuno gli ordinava di restarci; di ogni scelta, giusta o non giusta,ciascun resistente si è assunto personalmente la responsabilità, nessuno ha mai detto “obbedivo agli ordini”. La nuova Italia democratica nasce dopo l’8 settembre, quando - senza che nessuno glielo abbia ordinato - tanti cittadini, civili e militari, scelgono di opporsi ai carri armati e ai paracadutisti tedeschi, a Porta San Paolo come a Monterotondo. Nasce da qui il nostro prezioso articolo 1: “La sovranità appartiene al popolo che lo esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Sottolineo “che la esercita” proprio perché da un quarto di secolo la democratica repubblica partecipata nata dalla Resistenza è dimenticata in favore una repubblica “governabile” in cui la sovranità si esercita scegliendosi un capo e (come si diceva per Mussolini) “lasciandolo governare”, o (come si dice adesso) “aspettiamo di vedere che fa”. Ma non dovremmo essere noi – “il popolo sovrano" – a “fare”?

18 aprile 2014

Furore e Via col Vento: i classici dell'altra crisi

Sbilanciamoci - inserto di il manifesto 18.4.2012 I classici dell’altra grande Crisi sono due: Furore di John Steinbeck e Via col vento di Margaret Mitchell. Entrambi la presentano come un cataclisma scatenato dagli elementi: le tempeste di polvere che costringono le famiglie di Steinbeck a migrare, il “vento” che travolge, in una trasparente metafora, il Sud nella Guerra Civile. Entrambi suggeriscono ambivalenti forme di sopravvivenza. Furore contiene da un lato la presa di coscienza ribelle del protagonista Tom Joad; dall’altro, una sopravvivenza puramente naturale e atavica che Steinbeck attribuisce alle donne, l’incrollabile Ma Joad e la fertile Rosasharn, che porano la vita nel corpo in un ciclo eterno di concepimento, morte, rinascita, parallelo al ciclo dell’acqua che apre e chiude il romanzo. Tom Joad si prepara a operare nella storia, ma scompare dalla scena narrativa che resta invece affidata a una uscita dal tempo storico: così come è venuta, la crisi finirà, e noi ne usciremo grazie a risorse che per Steinbeck stanno prima della storia, nella natura e nel corpo. Fra le due forme di solidarietà che propone – quella classista di Tom e quella atavica e familista di Ma Joad e sua figlia, noi lettori amiamo e ricordiamo la prima, ma il romanzo dà l’ultima parola alla seconda. In Via col Vento, la sopravvivenza è affidata a una risorsa ancora più atavica: la terra, in cui Scarlett affonda viso e mani giurando che non avrà fame mai più. Scarlett è disposta a uccidere, rubare, ingannare, vendersi. Non ha problemi a sostituire alla schiavitù spazzata via la modernità dello sfruttamento capitalistico e della feroce competizione individualistica. Non c’è nessuna solidarietà: Scarlett, non Ma Joad, è la nostra vera contemporanea. Per Steinbeck e per Mitchell, l’uscita dalla crisi è l’eterno ritorno. Scarlett è disposta a cambiare tutto perché tutto perché tutto quello che conta – il potere, la proprietà - resti come prima. E Tom Joad rimpiange una perduta solidaristica età dell’oro: “Eravamo una sola grande anima”, dice. A Woody Guthrie, che ci scrive sopra una ballata, basta cambiare una parola per rovesciare il messaggio: “potremmo essere una grande anima”, dice – cioè, non ritrovare un passato ma costruire un futuro. E Bruce Springsteen, con il fantasma di Tom Joad al suo fianco, annunciava con molto anticipo che la crisi non è finita, e che avremmo avuto molto bisogno di quella solidarietà ribelle. C’è solo da sperare che quello che ne rimane oggi non sia, appunto, un fantasma.

17 aprile 2014

Grillo e la parodia della Shoah

il manifesto 15.4.2014 Certe volte la memoria serve per dimenticare. Se uno cambia la scritta sopra quel cancello di Auschwitz e ci mette la P2 al posto di “Arbeit”, non è una citazione, è una parodia. Come minimo, è una mancanza di rispetto. In realtà, è molto di più: la pretesa iperbolica che i due termini siano intercambiabili ottiene il risultato non di accentuare l’importanza dell’elemento nuovo ma di sminuire il senso di quello vecchio. Davvero Shoah e P2 si equivalgono? Oppure, ricordarsi a sproposito della Shoah per le beghe di casa nostra non sarà un modo per non guardarla in faccia, per parlare d’altro fingendo di parlarne. Sull’unicità della Shoah dovrebbe non essere necessario tornare. E’ una tragedia unica non solo per le dimensioni, ma soprattutto per il senso: un massacro ordinato per far sparire dalla faccia della terra un popolo intero, e milioni di individui rei di essere solo quello che erano. Per decenni, abbiamo addirittura avuto paura di guardarla negli occhi e non ne abbiamo voluto parlare; poi, (anche a forza di giornate della memoria), ne abbiamo fatto un termine del discorso ordinario. Ogni nuovo cattivo è “un nuovo Hitler”, da Saddam a Milosevic, da Gheddafi ad Ahmadi Nejad fino (lo ha detto in questi giorni Hilary Clinton) a Putin. Non è una cosa innocente: come ha dimostrato un sondaggio del Washington Post, “Evocare Hitler rende gli americani più disponibili all’intervento in Ucraina”. L’effetto di queste iperboli strumentali, tuttavia, non è di accentuare il nostro disgusto per dei dittatori criminali, che se lo meritano da soli, ma di sminuire e banalizzare il disgusto per Hitler. Tutte le similitudini funzionano in due direzioni. Cioè, se Gheddafi è un Hitler, allora Hitler non era che un Gheddafi qualsiasi . E se il nazismo è una riforma sanitaria, be’, quasi quasi… L’unico modo per prendere per buoni questi vaneggiamenti è di dimenticarsi che cosa era davvero Hitler, trasformare il nazismo e la Shoah in significanti vuoti, usati per designare qualsiasi cosa, e quindi niente. Sheryll Nuxoll, senatrice dell’Idaho, è solo una fra i tanti ideologi di destra secondo cui la riforma sanitaria di Obama è “just like Hitler”, e i cittadini saranno ridotti “come gli ebrei caricati sui treni verso i campi di concentramento”. La cosiddetta legge di Godwin, ovvero “Legge delle analogie col razzismo”, afferma che “più dura una discussione online, più alta è la probabilità che qualcuno confronti qualcosa o qualcuno a Hitler o al nazismo” (e naturalmente è online anche questa, come la maggior parte delle sparate di Grillo). Oltre all’offesa alla memoria delle vittime, al senso delle proporzioni e alla materialità della storia, Grillo in questo modo ottiene anche il risultato di svuotare il suo stesso messaggio. Come sempre, la retorica del grillismo consiste nel mescolare cose sensate a iperboli assurde, e nell’alzare i toni in modo da rendersi inaudibile. Un esito dell’improvvida sparata di Grillo è anche quello di involgarire giuste preoccupazioni per il destino del nostro paese. Anche gente seria come Zagrebelski e Rodotà avverte che corriamo il rischio di una deriva autoritaria; ma paragonarla al nazismo significa solo gonfiare oltre misura, riempire di aria (fritta), la percezione dei rischi reali che corriamo e indebolire i loro solidi argomenti. Un’ultima notazione. E’ vero quello che dice Grillo: Napolitano (che non sempre ha ragione) è vecchio. Beppe Grillo è del 1948. Combina l’ingiustificato giovanilismo dei rottamatori con l’età pensionabile. Auguri.