12 maggio 2013
In questi giorni a Roma “coraggio” vuol dire Cooperativa Romana Giovani Agricoltori. Insieme con altre cooperative e collettivi legati al rilancio dell’agricoltura multifunzionale (legata alla qualità della vita, all’occupazione giovanile, a un uso intelligente e sostenibile delle risorse), i ragazzi della cooperativa hanno avuto il coraggio di picchettare il Borghetto San Carlo, un vasto terreno agricolo abbandonato sulla via Cassia, poco oltre il raccordo anulare per rivendicarne l’apertura e l’uso agricolo, come previsto dal piano d’assetto del parco di Veio, in cui la zona rientra.
Da qualche tempo, ci rendiamo sempre più conto che la città moderna non è un’uniforme distesa di asfalto e cemento, ma è tempestata di orti di tutte le dimensioni e di spazi importanti di terre inutilizzate. Nel volantino che i giovani delle cooperative distribuiscono a chi si ferma a parlarci, si legge: ”Sono in pochi a sapere che in via Cassia 1450, a ridosso del tuo quartiere, ci sono 22 ettari di pregiato territorio agricolo e un casale dei primi del novecento acquisiti in proprietà dal comune di Roma nel marzo 2010 e da allora in stato di abbandono”. Io passo tutti i giorni davanti a quel cancello arrugginito e chiuso da un pesante lucchetto dove le cooperative hanno posto i tavoli e gli striscioni del picchetto, e non mi ero mai davvero fatto domande su quello spazio verde e vuoto al di là: era quasi come se accettassi implicitamente il senso comune che dà per scontato l’abbandono di tante preziose risorse. Ci sono voluti i picchetti perché ci facessi caso, io come non poche altre persone del quartiere che si sono fermati a parlare, a chiedere informazioni, a dare solidarietà a appoggi (questo è un quartiere difficile, che anni fa insorse in furibondi blocchi stradali contro l’ipotesi di ospitare un piccolo insediamento Rom. Ma certe volte basta che qualcuno si muova per far uscire fuori anche la sua nascosta anima civile).
Il Borghetto San Carlo, continua il volantino, è un “bene comune già acquisito in proprietà pubblica grazie a una compensazione urbanistica, un contratto che con un contratto che prevede la completa ristrutturazione del casale per metterlo a disposizione dei cittadini”, a carico del precedente proprietario, il costruttore Mezzasoma che, cedendolo al comune, ha acquisiti diritti di edificazione in altre parti della città. Naturalmente, l’amministrazione Alemanno si è “dimenticata” di far rispettare il contratto. I lavori di ristrutturazione del casale, che avrebbe dovuto essere riconsegnato due mesi fa, non sono neanche cominciati e adesso anche quell’edificio (già svuotato di tutto quello che conteneva) di pregio cade in pezzi.
La Cooperativa Coraggio, insieme con altre cooperative e associazioni (Cobragor, me&tree, Biosfera, Amaltea) ha presentato al comune un progetto che prevede i pieno utilizzo agricolo dei terreni, orti sociali per il quartiere, vendita diretta dei prodotti, ristorazione a chilometro zero, attività ricreative e culturali, un agri-asilo pubblico, e la creazione di trenta posti di lavoro. Sono proposte in piena linea con la formazione e le biografie degli attivisti: laureati in agronomia o in economia agraria, insieme con giovani che hanno già un’esperienza di lavoro contadino e bracciantile.
Il presidio davanti al cancello chiuso del Borghetto San Carlo è una delle molte espressioni quel movimento che pensa al “ritorno” alla terra non come un passo indietro verso il passato ma come un elemento cruciale di una diversa e più vivibile modernità . Per ora, è pensato soprattutto come un modo per richiamare l’attenzione. Poi, si vedrà. Nel frattempo, i partecipanti al presidio invitano tutti a una festa con cibo e musica , a partire dalle 10 e per tutta la giornata di domenica 12 maggio davanti al Borghetto San Carlo sulla via Cassia, mezzo chilometro oltre la stele che ricorda i 14 antifascisti massacrati in quel punto dai nazisti il 4 giugno 1944.
La Repubblica Romana e i diritti di cittadinanza
12.5.2013
Qualche giorno fa in un piuttosto farneticamente post, il blog di Casa Pound se la prendeva con Sandro Medici e i suoi sostenitori, rei di usare abusivamente il nome della Repubblica Romana. Citava la frase di Sandro Medici - “Ci batteremo per la cittadinanza universale” – e aggiungeva: “prima avrebbe fatto bene chiedere cosa ne pensano i giovani volontari caduti per difendere Roma dall’arroganza dello straniero sugli spalti del Gianicolo. O cosa direbbero Manara e i suoi bersaglieri, o i legionari italiani di Garibaldi, se sapessero che le loro cariche all’arma bianca al Vascello, contro un esercito più numeroso e meglio armato, 160 anni dopo sarebbero state vanificate da qualcuno che a nome loro avrebbe foraggiato l’introduzione dello Ius Soli”.
Non varrebbe la pena di stare a discutere con questa gente, se non fosse che echeggiano pericolosamente il senso comune di questi giorni, le aggressioni verbali e gli insulti alla ministra Kyenge, le farneticazioni leghiste di Salvini, le idiozie reazionarie di Grillo, persino le esitazioni e i freni anche da parte della maggioranza. E allora, andiamoci davvero a guardare che cosa pensavano i fondatori della Repubblica Romana del 1849, e che cosa hanno scritto nella loro Costituzione. . Cominciando dall’articolo 1:
Sono cittadini della Repubblica:
Gli originarii della Repubblica;
Coloro che hanno acquistata la cittadinanza per effetto delle leggi precedenti;
Gli altri Italiani col domicilio di sei mesi;
Gli stranieri col domicilio di dieci anni;
I naturalizzati con decreto del potere "
La prima riga del primo articolo dice dunque: gli “originarii” della repubblica – non dice “i figli legittimi di cittadini a loro volta originarii” (che per essere tali devono a loro volta essere figli di “originarii” e via su per le generazioni). No: i diritti non pertengono alla discendenza ma alla persona, originario e quindi cittadino è colui la cui esistenza origina nella Repubblica. In altre parole, la prima cosa che fanno i costituenti della Repubblica Romana è precisamente di proclamare lo ius soli.
Per questo dunque combattevano Garibaldi, Manara, Pisacane, Armellini e i loro compagni d'armi: un'idea aperta di cittadinanza fondata sulla persona, e in subordine sulla presenza sul luogo e sulla scelta personale. Le voci successive infatti non fanno che ribadire che la cittadinanza si acquista con la legge e con la presenza: in un'epoca in cui l'Italia ancora non esiste, prevedono termini più brevi per "gli altri italiani" ma anche la cittadinanza data agli stranieri (a tutti gli stranieri. Non importa nati dove) dopo un certo periodo, non come concessione ma come diritto – e magari anticipandola "con decreto del potere". A pensarci bene, né Garibaldi né Mazzini erano romani per diritto di sangue: avevano genitori nati da tutt'altra parte. Ma diventano romani perché con Roma si identificano, per Roma combattono. Proprio come nell’Italia che abbiamo in mente noi: italiani si nasce perché si nasce nel territorio della repubblica, e italiani si diventa perché in Italia si vive, si lavora e si lotta.
Tutto il resto della Costituzione della Repubblica Romana è coerente con questa visione ampia e inclusiva e con la concezione aperta dei diritti: abolisce la pena di morte, la carcerazione per debiti; scioglie i diritti del cittadino dall’appartenenza o meno a una fede religiosa; proclama la libertà di associazione, di pensiero, di parola e l’inviolabilità della persona, del domicilio, della corrispondenza; vieta l’istituzione di corti o tribunali speciali (che ne dicono i fascisti del terzo millennio, nostalgici del Tribunale Speciale di regime?), e ribadisce che “i giudici nell'esercizio delle loro funzioni non dipendono da altro potere dello Stato” (che ne dicono i revisori berlusconiani che vogliono sottoporre la magistratura al potere esecutivo? A proposito: i costituenti avevano previsto anche il conflitto d’interessi: “Non può essere rappresentante del popolo un pubblico funzionario nominato dai consoli o dai ministri”).
Ma forse la cosa più radicale sta in una parola che non c’è. L’articolo 17 sancisce che “Ogni cittadino che gode i diritti civili e politici” è (a una certa età) elettore ed eleggibile. La parola mancante è “maschio”: al di là dei generi grammaticali, la Repubblica Romana non riconosce preminenza di diritti a uno specifico genere sessuale. Dovremo arrivare al secondo dopoguerra per recuperare questa visione.
Dunque quando parliamo di Repubblica Romana parliamo di questo: cittadinanza aperta e inclusiva, diritti intangibili e condivisi, libertà fra pari. Ne para anche la Costituzione della Repubblica Italiana. Ne parla sempre meno la politica contemporanea. Ed è ora di ricominciare a parlarne.
09 maggio 2013
Rossi a Manhattan, e molto altro
IL MANIFESTO 9.5.2013
Certe volte, raccontare la storia di una persona o di una famiglia significa trovare un punto di vista sulla storia di un secolo e di metà del mondo: sono storie “rappresentative” proprio perché sono storie eccezionali che diventano storie comuni perché ci siamo dentro tutti. E’ quello che succede con la storia di Michele Salerno, comunista, e della sua famiglia, raccontata dal figlio Eric in un libro – Rossi a Manhattan - che dà molto di più di quanto dica il già promettente titolo.
Eric Salerno sceglie di non seguire uno stretto ordine cronologico degli eventi, ma di organizzare il testo nella forma di una ricerca e di un lavoro di memoria. Il libro infatti è costruito soprattutto nelle forme della memoria, in cui tutto il passato è contemporaneo e il rapporto fra un ricordo e l’altro non è dato solo dalla sequenza temporale ma anche dall’associazione dei significati e delle emozioni. La ricerca comincia con l’arrivo a casa di Eric Salerno di una spessa busta di documenti: sono le carte che, in obbedienza alla legge sulla libertà di informazione, l’FBI rende accessibili agli interessati (non senza qualche sbianchettatura). In quelle carte, Eric ritrova la figura del padre, attivista comunista e giornalista del giornale proletario italo-americano, La parola del popolo – attraverso il punto di vista degli informatori, della stampa e degli agenti (come quelli che fin dall’infanzia ricorda, riconoscibili e appaiati appostati di fronte alla casa dove cresce nel Bronx), fino alla sua espulsione dagli Stati Uniti in piena ondata maccartista, con la paradossale promessa che potrà rientrare se abiurerà pubblicamente il comunismo. Poi ci accompagna attraverso la storiografia, gli incontri, le interviste, gli archivi (commovente la visita all’ultimo archivio del partito comunista, di fronte allo storico Chelsea Hotel: ci sono stato anch’io tanti anni fa e, come a Eric, mi ha fatto male tornarci e scoprire che non c’è più). Eric era bambino all’epoca delle battaglie contro le deportazioni politiche, ma ricorda bene i campeggi estivi organizzati dalla sinistra e la visita del grandissimo cantore comunista nero Paul Robeson, e (c’è la foto in copertina) gli insulti e le uova che gli vengono scagliate addosso quando con la sua famiglia manifesta in pubblico per i diritti politici dei dissidenti.
Il titolo - rossi a Manhattan – potrebbe sembrare un ossimoro: i comunisti “contro” l’America. Ma negli anni ’30 e ’40 Manhattan eleggeva rappresentanti di sinistra, come il memorabile Vito Marcantonio, e New York era ancora una città industriale con forte presenza operaia; e soprattutto è proprio il fatto di essere comunisti a New York che colora la visione politica di Michele Salerno: a differenza di tanta sinistra italiana, lui non sarà mai antiamericano; piuttosto, leggerà il comunismo come sviluppo e coronamento di una democrazia della quale riconosce qualità e meriti. D’altronde, lo slogan del Pcusa negli anni ’30 era “il comunismo è l’americanismo del ventesimo secolo”; e brevemente, nel dopoguerra, sull’onda delle speranze accese dall’alleanza antinazista fra Stati Uniti e Unione Sovietica, il partito arrivò addirittura a pensare di sciogliersi e trasformarsi in associazione culturale. Anche per questo, nel libro c’è una presenza ricorrente della musica popolare, verso asse culturale di una sinistra radicale e americana insieme – da Paul Robeson a Pete Seeger, da Woody Guthrie a una premonizione dylaniana (Salerno ci racconta che Suze Rotolo, la sua storica fidanzata di Bob Dylan, che appare con lui sulla copertina di Freewheelin’ era figlia di una comunista italo americana, e gli insegnò molte cose negli anni di “Masters of War” e “Hard Rain”).
Peraltro, Manhattan è solo una fase nella vita di Michele ed Eric Salerno, e nel libro non ci sono solo loro. Da un lato, l’autore ricostruisce la storia familiare dalle radici e dall’adolescenza nel paese calabrese di Castiglione Cosentino (a Michele Salerno sarà dedicata, finché esisterà, la sezione Pci del paese), e la prosegue nei decenni di giornalismo agli esteri a Paese Sera, dove segue criticamente gli eventi dalla aggressione sovietica all’Ungheria nel 1956 (che lui attacca duramente, pur scegliendo di non uscire dal partito) alla guerra dei sei giorni e un tormentato rapporto di amore, speranza e delusione con Israele che continua nell’esperienza del figlio.
Dall’altro, al centro di questo rapporto sta l’altra indimenticabile figura del libro, la madre Betty. Nata in uno shtetl dell’Ucraina, Betty porta con sé le memorie dei pogrom antisemiti, dell’autodifesa ebraica, della rivoluzione bolscevica (fino a uno zio, rintracciato anni dopo, generale sovietico non pentito neanche dopo la caduta dell’Urss), delle migrazioni di massa verso Israele e di lì gli Stati Uniti o il Canada. Eric racconta il lavoro della madre nelle fabbriche tessili di New York e di Rochester e il difficile ambientamento in un’Italia anni ’50 che le pare estranea e pericolosamente sporca. Betty completa così una storia che va dall’inizio del ‘900 agli anni ’80, che attraversa Stati Uniti, Russia (adesso, Ucraina e Bielorussia, visitate all’ombra di Chernobyl), Italia, Israele, e che getta uno sguardo sul resto del mondo attraverso la passione internazionalista e la professione giornalistica.
Qualche anno fa, leggendo le bozze di una tesi sugli scrittori di sinistra americani degli anni ’30, sentivo che tutti i fatti e le notizie stavano al posto giusto, ma c’era comunque qualcosa che non andava. Poi capii: l’autrice, nativa post-anni ’80, parlava dei comunisti come io avrei parlato dei Templari: sono esistiti davvero ma non sembrava che ne avesse mai visto uno in carne ed ossa. Bene, questo libro – anche grazie alle immagini e alle riproduzioni di documenti e ritagli stampa che lo accompagnano – ci ricorda che invece sono parte ancora appassionante e dolente della nostra storia. L’insegna scomparsa della sezione comunista “Michele Salerno” di Castiglione Cosentino è la metafora di un vuoto: sangue, intelligenza, passioni negate e cancellate, senza che niente prendesse il loro posto, ma da qualche parte ancora orgogliosamente presenti in forme segrete e imprevedibili. Per Michele Salerno e quelli che stanno dentro la sua storia potrebbero valere le parole di un personaggio di Faulkner dopo la guerra civile: “ci hanno ammazzati, ma non ci hanno ancora sconfitti”.
25 aprile 2013
25 aprile 2013 ad Affile
Una sera di aprile del 1972 andai a trovare Dante Bartolini, ex operaio delle Acciaierie di Terni, comandante partigiano, poeta e cantore popolare della Valnerina ternana. Da molto tempo non cantava, i quaderni su cui aveva annotato le sue canzoni erano finiti sotto un mucchio di carbone in cantina. Li tirammo fuori, cominciammo a sfogliarli. E fra una canzone partigiana e l’altra, Dante cantò delle ottave che aveva composto una ventina di anni prima.
Ora vi dirò chi fu Graziani
Quello che ha massacrato tanta gente
Che ha impiccato tanti partigiani
Accanto allo straniero prepotente.
Difese lo straniero in questa terra
Contro gli italiani la fece la guerra.
Per queste benemerenze, con soldi pubblici, il comune di Affile ha eretto a Rodolfo Graziani un “sacrario”. Questo 25 aprile andremo, con il Comitato antifascista di Affile, a cantare le ottave di Dante Bartolini, ricuperate dall’archivio del Circolo Gianni Bosio come lui le aveva recuperate dalla sua cantina. Perché queste memorie non possono restare sepolte sotto il carbone, sotto l’indifferenza e sotto l’oblio.
Ogni italiano che offensiva sferra
Presto distrugge ai traditori i piani:
Dal tribunale viene condannato
Togliendo i gradi, a andare carcerato.
Questo governo poi lo ha liberato…
Affile è diventato una cartina di tornasole per l’identità della repubblica italiana: lo sconcio abbraccio fra Andreotti e Graziani nella vicina Arcinazzo era per l’allora giovane poeta operaio un simbolo della complicità fa il vecchio potere fascista e il nuovo potere democristiano. Oggi l’indifferenza verso lo scandalo di un monumento al criminale massacratore di partigiani e di migliaia di resistenti libici ed etiopi è segno di come, fra superficialità, opportunismi, e vere e proprie complicità il fascismo continua a inquinare la nostra fragilissima democrazia. Non a caso, il cosiddetto governo tecnico non ha mai risposto lo scorso anno all’interrogazione dell’allora deputato del PD Jean-Léonard Touadi; e c’è da temere che il presunto “governo di scopo” con le sue “larghe intese” non troverà il tempo di prendere in considerazione la nuova interpellanza dei deputati PD Kyenge, Ghizzoni e Beni sullo stesso argomento.
Questo governo di cristiano amore – cantava Dante Bartolini
Abbraccia il “leone di Neghelli”
Dicendo “vien da me, o malfattore
Che troverai aperti i tuoi cancelli…”
Ma quelle mamme che il figlio hanno impiccato
Non firmeranno a lui quei permessi
Che poverine gli sanguina il cuore
Gridando vendetta al traditore.
Gridando vendetta: la scrittrice cinese-americana Maxine Hong Kingston insegna che un modo di dire “vendetta” in cinese è: raccontare a cinque famiglie. La vendetta è il racconto. Lo scorso novembre, dopo la fiaccolata indetta dall’Anpi e dal comitato antifascista locale, nacque l’idea di rispondere alla costruzione del “sacrario” portando ad Affile la cultura, lo spettacolo, la gioia di vivere dell’Italia antifascista contro la cultura di morte incarnata da Graziani e dall’idea cimiteriale del “sacrario”. Perciò questo 25 aprile sarà una giornata intera di proposte teatrali (“Clownarchia” di Enrico Marcoli e Roberto Andorfi, “La banda del Gobbo” di Emiliano Valente) e musicali (i laboratori di canti politici e il coro multietnico “Romolo Balzani” del Circolo Ginni Bosio, Piero Brega e Oretta Orengo, Rise and Shine Full Sound), mostre, stand enogastronomici, assemblee. Perché dire no al fascismo significa dire di sì a una democrazia partecipata, molteplice e fraterna e, raccontandone la storia, costruirne il futuro.
18 aprile 2013
Moni Ovadia per il Circolo Gianni Bosio:
Cantavamo, cantiamo, canteremo. Canti per l’uguaglianza
Teatro Vittoria, piazza Santa Maria Liberatrice
Lunedì 22 aprile ore 21
Da Theodorakis a Matteo Salvatore, dei canti dei ghetti dell’Europa dell’Est a quelli delle operaie tessili ternane: Moni Ovadia e Lucilla Galeazzi (con Fiore Benigni, Paolo Rocca, Luca Balsamo e Fabrizio Cardosa) propongono un coinvolgente percorso musicale e teatrale di ricerca dell’uguaglianza e di resistenza al degrado culturale dominante (Cantavamo, cantiamo, canteremo. Canti per l’uguaglianza). Il significato dell’evento è accentuato dal fatto che si tratta di un’iniziativa a sostegno del Circolo Gianni Bosio, che da quaranta anni, ignorato dalle istituzioni, ha costruito sulla musica, sulla memoria, sul protagonismo del mondo popolare un prezioso lavoro culturale. “Il Circolo Gianni Bosio,” afferma Moni Ovadia, “ da molti anni e per molti anni è stato e continua ad essere un punto di riferimento culturale e politico per l'identità più autentica del nostro paese, per la storia delle sue classi lavoratrici che si è espressa con straordinaria tensione creativa nella narrazione orale, nel canto e nella musica. In un paese civile sarebbe considerato un'istituzione di interesse nazionale”.
Posto unico euro 15, acquisto online (http://www.teatrovittoria.it ( o direttamente al botteghino del teatro.
Contiamo di vedervi in molti: ne vale la pena, e ce n’è bisogno.
19 febbraio 2013
Desiderio di altri mondi: due interviste
Discussione a Fahrenheit su "Desiderio di altri mondi"(Donzelli, 2012): http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-4ece0aaf-6b5f-4b3f-90d9-22b84f3d5d25.html
Intervista a Radio Radicale su "Desiderio di altri mondi": http://www.radioradicale.it/scheda/368532/desiderio-di-altri-mondi-memoria-in-forma-di-articoli-editore-donzelli-intervista-ad-alessandro-portelli
30 dicembre 2012
Compagna Marilyn?
il manifesto 29.12.2012
C’è una canzone di Dolly Parton, icona sexy della country music, che dice: “Just because I’m blonde don’t think I’m dumb” – se sono bionda non significa che sono scena. La bionda sexy Marilyn Monroe non solo si era sposata un intellettuale di sinistra (cose praticamente sinonime per l’FBI anni ’50) di nome Arthur Miller, ma aveva frequentato gente sospetta durante un viaggio in Messico. Tanto basta per metterla sotto sorveglianza, se non come comunista ameno come “fellow traveler” – compagna di strada, o “utile idiota” come si diceva in quei tempi. Per di più una telefonata anonima a un giornale di destra ossessionato dal comunismo (il Daily News) testimonia che le troupe dei suoi film sono piene di comunisti e che addirittura una parte dei suoi guadagni finiscono nelle casse del Partito.
Che Marilyn avesse simpatie per il movimento per i diritti civili e non sopportasse Edgar J. Hoover risulta dai racconti di chi la frequentò, viaggio in Messico compreso. Che la sorveglianza totale dell’FBI, del maccartismo e dei suoi strascichi vedesse una minaccia alla sicurezza nazionale in ogni persona sospetta di pensare con la propria testa, lo sapevamo. Che l’ossessione anticomunista sia capace di far sragionare lo vediamo, mezzo secolo dopo, anche da noi . Ma in questa storia c’è di più: quando si parla di Marilyn non si tratta solo di una persona, ma di una di quelle icone che danno il senso di un’epoca: avere paura di Marilyn significa avere paura di tutto quello che lei rappresenta, avere paura della bellezza, del gioco, della leggerezza, della seduzione – tutte cose che messe insieme all’intelligenza sua e del suo ambiente diventano davvero una miscela esplosiva.
Alla fine degli anni ’50, lo spettro politico era diviso fra una destra filoamericana e obbediente in politica e antiamericana in cultura, e una sinistra colta antimperialista e al tempo stesso innamorata sia dell’ “altra”America militante e alternativa, sia della popular culture americana – dei movimenti contro la guerra, di Elvis e di Hollywood. Nel surreale istituto “Marilyn Monroe” dove insegna il professor Apicella in Bianca di Nanni Moretti, Marilyn è il sintomo del disorientamento di una generazione di intellettuali di sinistra alla ricerca di icone disimpegnate e un po’ frivole, dopo la rinuncia a visioni apparentemente più impegnative. Adesso gli archivi dell’FBI si incaricano di suggerirci che forse era un’immagine un po’ meno frivola di quanto apparisse. Sembrava assurdo scegliersi come icone sia Malcolm X, sia Marilyn Monroe. Ma il potere in America aveva paura di entrambi: comunista o no, anche Marylin è una nostra compagna.
15 dicembre 2012
Una strage americana
il manifesto 15.12.2012
Non ho fatto in tempo a verificare, ma a me non viene in mente nessuna delle ricorrenti stragi americane che sia stata perpetrata da una donna. Al di là della modalità e degli strumenti, dunque, la dimensione di genere ci aiuta a collocare queste tragedia in un quadro un po’ meno esclusivamente americano: in fondo, anche in Italia è in corso da un pezzo una strage ininterrotta, solo che invece di un omicidio di massa tutto in una volta con armi convenzionali si tratta di uomini che uccidono le lorovittime una alla volta, usando una varietà di armi, domestiche e non.
Uomini che non sopportano di non dominare più le donne, uomini che non sopportano di non riuscire a orientarsi e trovare un senso di sé, che non sopportano di vedersi sfuggire di mano i ruoli e le prerogative patriarcali su cui hanno investito la propria presenza nel mondo. Da noi, è la sfera privata che ti va in pezzi,e uccidi chi ti è vicino; negli Stati Uniti è la sensazione che sia il mondo intero che ti assedia, e allora forse è anche per questo che la violenza si scatena in spazi pubblici come vendetta sul mondo, e colpisce vittimesconosciute e senza nome nelle strade, o nelle scuole, che sono quasi l’unica istituzione residua di socialità, quindi il più immediato segno di presenza della sfera pubblica.
Nell’ultima campagna elettorale si diceva che un candidato che avesse propugnato un qualche limite alla vendita e accessibilitàindiscriminata delle armi avrebbe firmato il proprio suicidio politico. Ho amici in territori marginali e in sacche dipovertà americane che vedono nel possesso del le armi l’unico segno di essere cittadini, il solo diritto di cittadinanza che sentono di esercitare – in un luogo e un tempo in cui salute, casa, lavoro non sono neanche pensati come diritti, e gli altri diritti democratici , dal diritto di parola al diritto di voto, sembrano spesso puramente virtuali o relativamente insignificanti; dove la politica non ti conosce, i media ti ignorano, e il sacrosanto diritto di proprietà è esploso con la crisi dei mutui che ti cacciano di casa, con la polarizzazione del reddito fraricchissimi e classe media impoverita, con la intrinseca precarietà del posto di lavoro. “A chi possiamo sparare?” chiede un contadino sfrattato dalla terra, in Furore di Steinbeck, il romanzo dell’altra Depressione: come fai a sparare a una banca? Oggi il nemico è ancora più senza volto, ancora più inafferrabile, il nemico è il mondo intero, e se il cinismo mercantile dell’industria e la follia ideologica della destra ti mettono a disposizione armi letali tu non hai che da allungare le mani e sparare all’impazzata, contro bersagli che non sono nessuno perché rappresentano tutti.
23 novembre 2012
La politica identitaria degli ultras da stadio
il manifesto 23.11.2012
L’aggressione di massa ai tifosi inglesi in un pub romano è una spedizione punitiva premeditata e organizzata, quindi un gesto politico. Il problema è: di che politica si tratta?
Molti anni fa, dopo una rissa fra tifosi laziali e livornesi, andammo con Sandro Curzi, Silvio Di Francia e altri a cercare di convincere il patron della Lazio, Claudio Lotito, a prendere posizione contro il fascismo che dilaga nelle curve (non solo) laziali. Non capì nemmeno di che parlavamo; noi parlavamo di rifiuto del fascismo, lui continuava a insistere, come tutte le autorità calcistiche e istituzionali, che “la politica” nello stadio non ci doveva entrare. E invece proprio l’assenza della “politica” lascia il campo a pratiche che esprimono allo stato puro la forma dominante della politica in questi tempi di eclissi della politica: la politica dell’identità. Più la politica “vera” si svuota di contenuti, fra pensiero unico, leaderismi, primarie ad personam, delega dei governabili ai governanti, più quello che conta è solo lo schieramento, l’appartenenza. E allora: quando l’Osservatorio del Viminale ripete il luogo comune secondo cui questi episodi “non hanno niente a che vedere con lo sport” dovremo pure chiederci con che cosa c’entrano, e come mai si addensano comunque attorno agli stadi.
Allo stadio si canta: “noi siamo i bianco-blu, la Lazio amiamo, la Roma odiamo”: ma se uno gli domanda perché, non te lo sanno dire perché non c’è nessun perché, emozioni senza contenuti. Infatti il tifo ha lo stesso statuto linguistico dei nomi propri: significa solo se stesso. Come “Giuseppe” significa solo “una persona che si chiama Giuseppe”, così “tifoso laziale” (o “juventino”) significa solo una persona che fa il tifo per la Lazio (o per la Juventus). Non c’è nessuna ragione per fare il tifo per una squadra o per un’altra: è il grado zero dell’ appartenza spesso casuale e intercambiabile (e quando qualche ragione c’è, è identitaria anch’essa. tifi Fiorentina perché sei di Firenze, tifi Lazio – come me – perché mio padre ci giocava: identità al quadrato). Non sono più le antiche scazzottate fra il romanista e il laziale al derby per un rigore o un fuorigioco, ma semplice aggressione dell’altro perché non è “noi”. Che poi la politica dell’aggressione identitaria sia più consona alla destra che alla democrazia è solo un corollario di questo stato di cose (guarda caso, il Tottenham è vicino al mondo ebraico): come scriveva qualche giorno fa Marco Lodoli, la forza bruta e l’aggressione a priori diventano il modo primario di affermare la propria esistenza, una forma di comunicazione sempre più diffusa in tutti i rapporti interpersonali. Lo stadio, insomma, parla di tutti.
Infine. Il commento più frequente sulla radio laziali è: non ci crediamo, non possiamo essere stati noi. Ora, l’incredulità è il primo stadio della reazione a un trauma, come quando uno viene a sapere di avere una malattia gravissima (e non riguarda solo i tifosi di calcio: vi ricordate quando cantavamo “Impossibile, un compagno non può averlo fatto”, e invece i “compagni” lo facevano eccome). Certo, non sono violenti e fascisti solo i tifosi laziali, è una malattia ormai generalizzata, tanto che pare che i primi arrestati siano ultra romanisti (in questo caso, non sarebbe la prima azione combinata dei fascisti di entrambe le parti, come è già successo in passato attorno all’Olimpico e a Brescia). Però alla Lazio abbiamo una storia lunga di razzismo e fascismo che non possiamo diluire in un così fan tutti che azzera ogni cosa. Solo quando si prende atto che la malattia esiste si può cominciare la cura. Invece di esorcizzarla, direi ai quei tifosi increduli e alla società che li rappresenta, guardiamoci dentro; magari daremo una mano anche a tutti gli altri infettati.
Ad Affile, fiaccole contro il monumento a Graziani
il manifesto 13.11.2012
La strade del borgo di Affile sono strette, perciò la silenziosa fiaccolata sembra forse più lunga di quello che è veramente. Ma siamo qualche centinaio, saliti fin quassù per dire il nostro dissenso all’esecrabile mausoleo in onore del massacratore Rodolfo Graziani eretto per volontà dell’amministrazione locale, col consenso di tutte le istituzioni regionali, statali e religiose, e col silenzio annoiato dei media e del governo; e per esprimere col nostro silenzio il rispetto e l’omaggio per le vittime del colonialismo italiano e del fascismo repubblichino. Dai lati della strada, sugli angoli in salita delle traverse o dai balconi, ci guardano sfilare, silenziosi anche loro. Una signora anziana da un balcone mi chiede che cos’è questo corteo, glielo dico, lei fa un gesto come per dire che non gliene importa niente. In mezzo a noi ci sono quattro carabinieri; facendo finta di credere che sono lì per manifestare anche loro gli dico, “Sono contento che ci siate anche voi. Graziani e i suoi complici hanno fatto deportare settecento carabinieri e non si sa quanti ne sono tornati vivi”. Prendono atto senza scomporsi. Altri mi diranno più tardi che qualcuno, anche persone anziane, ha espresso consenso e ringraziamento. Verso la fine, in piazza, quando il silenzio finisce canto di Bella Ciao, un ragazzino dietro le spalle di altri al margine della piazza, soffia dentro un fischietto. Ma per il resto, lontananza e sguardi muti.
Molti di noi vengono da fuori: c’è un pullman dell’ANPI provinciale e ci sono tutte le sezioni ANPI dei paesi vicini; c’è il Circolo Gianni Bosio, un gruppo di compagni di Rifondazione, persino una piccola rappresentanza della Lega di Cultura di Piadena (dove sono riusciti a far ricoprire un fascio littorio misteriosamente spuntato e accuratamente restaurato sulla facciata del comune di Voltido); c’è un gruppo di ragazzi e ragazze africane, il deputato PD Jean-Léonard Touadi (autore di un’interrogazione parlamentare a cui nessuno risponde), la scrittrice afro-italiana Igiaba Scego. Più tardi, nell’assemblea che chiude la giornata, il rappresentante del comitato antifascista di Affile dirà che siamo ancora troppo pochi, e che è un peccato che siamo quasi tutti venuti da fuori, e delle voci si alzano orgogliose: noi siamo di Affile, e siamo qui. Ed è molto bello importante che il comitato antifascista di Affile sia composto soprattutto di ragazzi giovani: segno che l’antifascismo non è un rottame ideologico di epoche passate, e che forse la tradizione fascista di questi luoghi comincia a sfrangiarsi col passare delle generazioni. Ma certo ci vuole coraggio per dirsi e farsi vedere antifascisti in questi posti dove la cultura nostalgica ha radici solide coltivate anche dal potere democristiano (chi non ricorda il miserabile abbraccio di Giulio Andreotti al criminale di guerra Graziani, proprio qui vicino, sui piani di Arcinazzo?) e perpetuate nel fascismo dichiarato dei ras bel basso Lazio, da Ciarrapico nella vicina Fiuggi all’ineffabile Fiorito di Anagni (e a Bellegra, poco lontano, ha appena aperto un circolo di Forza Nuova). Perciò mi pare importante che siamo usciti da Roma: è stata anche l’idea che nel Lazio sia solo Roma a contare che ha favorito le sconfitte maturate nelle regionali scorse e anche in passato.
Alla sala dove si svolge l’assemblea si scende per gradini tappezzati di manifesti che gridano, “Non in mio nome”. Alle pareti, una dettagliata mostra sui criminali di guerra italiani. Sara Modigliani apre l’assemblea guidando il canto di “Oltre il ponte” di Italo Calvino e Sergio Liberovici, la canzone che trasmette la memoria della resistenza alle ragazze e ai ragazzi che allora non c’erano. Lo storico Alessandro Volterra illustra con dovizia di documenti originali i crimini di Graziani in Libia e anche la sua inadeguatezza militare (alla faccia del “soldato Graziani” di cui favoleggiano i promotori del mausoleo). Igiaba Scego ricorda che quello che è successo ad Affile fa parte di un clima che comprende la strage dei senegalesi di Firenze, le continue violenze e le discriminazioni razziali contro gli immigrati (è di ieri l’irruzione di Forza Nuova in un teatro di Pontedera dove si festeggiava il riconoscimento della cittadinanza italiana a un gruppo di immigrati – in sinista continuità coi raid fascisti recenti nelle scuole romane), ma anche la quotidiana strage di genere che ha preso il sinistro nome di “femminicidio”. Perciò ha ragione Francesco Polcaro, presidente dell’ANPI provinciale romana, quando dice che i ragazzi antifascisti di Affile hanno reso un grandissimo servizio non solo al loro paese, ma all’Italia tutta che di persone come loro ha un gran bisogno in questi tempi cupi.
Alla fine, una proposta di un intervenuto sembra interpretare il consenso di tutti: rovesciamo il clima di Affile, facciamone un polo di cultura democratica, chiamiamo qui Marco Paolini e Ascanio Celestini, Giovanna Marini, i Tetes de Bois, i suonatori del Circolo Bosio… Facciamo vedere, dice Ernesto Nassi dell’ANPI romana, a questi cultori dei sacrari, dei mausolei, della ricerca della buona morte, che gli antifascisti sono gente tosta, sì, ma anche gente felice di vivere.
