22 giugno 2014

Hebron: terrore e routine

il manifesto 20.6.2014 (per motivi di spazio il testo uscito sul giornale era un po' ridotto. Questo è il testo completo) Tre ragazzi israeliani scomparsi – quasi certamente rapiti – nei pressi di Hebron, nella Palestina occupata. Letteralmente, non ci dormo la notte. Magari con meno immediatezza, ma la qualità dell’ansia e degli incubi mi ricorda quello che provavo ai tempi del rapimento Moro. A Hebron c’ero stato meno di una settimana prima del fatto, e quello che ho visto fa rabbrividire. Qui l’occupazione israeliana non si è limitata a edificare un insediamento coloniale (Kiryat Arba, sulla collina di fronte a Hebron), ma ha preso direttamente possesso di una parte della città stessa. Hebron è dove si dice sia sepolto Abramo e dove David sarebbe stato proclamato re. Con questa motivazione, poche centinaia di estremisti religiosi israeliani si sono insediati dentro la città, e adesso il venti percento del territorio urbano è direttamente sotto controllo israeliano, occupato da settecento coloni religiosi e altrettanti a soldati. I ventimila arabi che abitavano in questa parte di Hebron sono andati via o sono diventati invisibili. Non possono nemmeno passare per le strade principali, riservate esclusivamente ai coloni (le chiamano “strade sterilizzate”). I vecchi mercati sono macerie abbandonate, le strade laterali sono chiuse da muri, i negozi sono sbarrati, le porte delle case che danno sulla strada sono sigillate per impedire ai loro abitanti di calpestare le strade proibite (se vogliono uscire di casa, devono passare dal tetto e scendere con la scala sul retro), quei pochi che restano sono frequentemente aggrediti, insultati, sputati dai coloni protetti dai militari. Per strada vedo solo plotoni di soldati accompagnati dai coloni. E’ una città fantasma segregata. Mi accompagna un esponente di Breaking the Silence, l’organizzazione dei soldati israeliani che hanno deciso di rendere pubbliche le violenze, gli abusi e i crimini commessi dalle forze di occupazione. Si definisce ebreo ortodosso, e dice di non essere un pacifista. Di Hebron occupata conosce ogni sasso, ogni porta. Mi decifra alcune delle scritte che vediamo sulle porte e sui muri – quella che più mi impressiona dice “arabi al gas”. Recentemente, racconta, un gruppo di giovani palestinesi ha cercato forme di protesta non violente. Si sono messi d’accordo con un’organizzazione di donne ebree di Gerusalemme che in solidarietà sono venute a Hebron, si sono cambiate in abiti tradizionali palestinesi e così vestite si sono incamminate per una strada “sterilizzata”. Le hanno arrestate immediatamente. E poi, qualcuno rapisce quei tre ragazzi ed è logico che si scateni l’inferno. Mentre scrivo sono a New York e mi capita per mano il Wall Street Journal, uno dei migliori esempi di giornalismo anglosassone. Centoventi righe ben documentate e precise sulle azioni e le dichiarazioni di Netanyahu e del governo israeliano in risposta alla crisi. Nel mezzo dell’articolo, una frase: “Gli arresti hanno provocato scontri e dimostrazioni nella West Bank, che hanno lasciato almeno un palestinese morto”. Non una sillaba di più. Chi era, in che modo è stato “lasciato morto”, che diavolo significa – per un giornalismo così attento alla precisione e ai fatti – “almeno” un morto? Mi viene in mente un fulminante dialogo delle Avventure di Huckleberry Finn. “Si è fatto male qualcuno?” “Nossignora; è morto un negro”. Il rapimento di tre ragazzi israeliani – su questo non ci piove – è un atto terroristico e un delitto. Ammazzare “almeno” un arabo è routine. L’atto terroristico è una notizia, ha conseguenze immediate, gravi e clamorose. La routine non è una notizia, non merita titoli e approfondimenti. Ma la routine scava profondo, e nel tempo gli effetti possono essere terribili per tutti. A Kiryat Arba – spaziosa, bianca di pietra e verde di alberi – c’è un giardino. In cima al giardino, un tempo c’era un monumento e un sacrario. Sono stati rimossi, ma rimane una tomba. E’ la sepoltura di Baruch Goldstein, che il 25 febbraio 1994 irruppe nella parte musulmana della Tomba di Abramo e ammazzò ventinove palestinesi prima di essere sopraffatto. La scritta sulla tomba recita: “Al santo Baruch Goldstein, che ha dato la vita per il popolo ebraico, per la Torah e per la nazione di Israele”. Sulla tomba sono deposti dei sassi, segno tradizionale di pietoso e devoto omaggio. Dei tre ragazzi, purtroppo, nessuna notizia.

05 giugno 2014

La Liberazione non è finita.

il manifesto 5.6.2014 La testimonianza più drammatica della liberazione di Roma, il 4 giugno del 1944, ce l’ho davanti casa: la stele che, dove da via Cassia si diparte una stradina un tempo di campagna e oggi di quartiere dormitorio, elenca i nomi dei prigionieri politici uccisi a sangue freddo dai nazisti (affiancati da collaboratori italiani) dopo che si era bloccato il camion che li trasportava a Nord mentre da Sud entravano in Roma le truppe alleate. Un a quindicina di anni fa, era appena cominciato il processo Priebke, uscendo di casa trovai che qualcuno aveva dipinto sul cippo un’enorme svastica nera. Pochi minuti dopo, attorno al cippo c’era un capannello di gente che discuteva come fare a cancellare quell’insulto. Ognuno proponeva gli strumenti del proprio mestiere: il carrozziere offriva una mola (“ma no, così rovini il marmo!”), il commerciante del ferramenta proponeva un solvente… E io, che facevo un altro mestiere, mi domandavo: e io, che strumenti ho per cancellare quella svastica? Materialmente, adesso la svastica è scomparsa dalla pietra. Ma non è stata cancellata dalle nostre menti e dalla nostra cultura. Quelli di noi che lavorano nella cultura, nella comunicazione, nella scuola devono cercare nel proprio mestiere gli strumenti per continuare il lavoro di quel ferramenta e di quel carrozziere e cancellare la svastica anche dalle coscienze. Finché le svastiche continueranno ad apparire sui nostri muri, e proprio in vicinanza dei luoghi della resistenza (dalla Storta a via Tasso) e nelle ricorrenze (il 25 aprile, il giorno della memoria…), la liberazione di Roma non si potrà dire compiuta. La storia non finisce lì. D’altronde, quel 4 di giugno in cui i nazisti lasciarono Roma e gli alleati vi furono accolti in festa non fu una fine, ma un nuovo inizio. C’è una canzone partigiana che ho sentito cantare nei Castelli Romani che dice: “Or che è liberata Roma / il mondo intero insorgerà”. Da un lato, la canzone sottolinea il ruolo simbolico dell’evento: la liberazione di Roma, simbolo universale, cambia di segno alla storia del mondo, è una luce sul futuro. Dall’altro, però, dice che la battaglia continua, la guerra non è finita. E centinaia di partigiani delle zone liberate dell’Italia centrale continueranno la lotta nei gruppi di combattimento a fianco delle forze alleate e di quel che restava dell’esercito italiano. Il paradosso, naturalmente, è che forse “il mondo intero insorgerà”, ma che forze potenti – dalla Chiesa ai militari monarchici – si erano attivate per impedire che insorgesse Roma. Forse avevano anche delle buone ragioni; ma forse la scelta di fare di Roma l’oggetto e no il pieno soggetto della propria liberazione è una delle ragioni per cui, sette decenni dopo, le svastiche continuano ancora a infestare la nostra memoria.

15 maggio 2014

Un pizzino per Peppino Impastato

Quando Timisoara Pinto e Andrea Satta mi hanno chiesto di essere na delle cento persone che accettavano di scrivere, in memoria dei “cento passi” un “pizzino” di cento parole su Peppino Impastato, ucciso dalla mafia e dalle coperture e depistaggi delle istituzioni, ho pensato subito a un delitto con molti colpevoli. E mi è venuta in mente una popolarissima filastrocca infantile inglese – Who killed Cock Robin? Chi ha ucciso il Pettirosso? "Io, disse il passero, con l’arco e le frecce… chi l’ha visto morire? Chi ha raccolto il sangue?" E così via. Il poeta americano Norman Rosten ne fece una poesia sulla morte di Marilyn Monroe – Who killed Norma Jean? Io, disse la città, come un dovere civico… io, disse la notte… io disse il fan… Pete Seeger l’ha messa in musica e ne ha fatto una canzone indimenticabile – che forse ha contribuito a ispirare Bob Dylan quando ha scritto, sulla morte di un pugile ucciso sul ring, Who killed Davey Moore? Non io, disse l’arbitro… non io, disse la folla, non io, disse il manager… Così, mi sono chiesto: Chi ha ucciso Peppino Impastato? Io, disse la Mafia, padrona della paura e del silenzio. Chi ha ucciso Peppino Impastato? Io, disse il Paese, voltandosi per non vedere, non sentire, non parlare Chi ha ucciso Peppino Impastato? Io, dissero i Preti, regalando santini cantando novene per gli uccisi e per gli assassini Chi ha ucciso Peppino Impastato? Io, disse lo Stato, falsando le prove inventando attentati, insabbiando processi spargendo menzogne Chi ha ucciso Peppino Impastato? Io, dissero i Media, che voci libere non sopportano e ignorano Dov'è adesso Peppino Impastato? Nel vuoto che resta, nel dolore che non finisce.

09 maggio 2014

Kabir, un poeta contro le barrier: incontro con Shabnam Virmani

il manifesto 9 maggio 2014 Ho incontrato Shabnam Virmani a Bangalore, dove lavora a un progetto di film e musica su Kabir, poeta e mistico indiano vissuto fra il ‘400 e il ‘500. La sua poesia è ancora conosciuta e cantata in tradizione orale in India e in Pakistan, come guida alla ricerca di una spiritualità oltre le barriere, i dogmi, le religioni rivelate e le identità ossificate. I film di Shabnam mi avevano commosso; poi l’ho sentita in concerto, e mi ha profondamente coinvolto. Col Circolo Gianni Bosio e Apollo 11 siamo riusciti a portarla in Italia. “Sono nata in Punjab”, racconta. “ Ho vissuto un po’ dappertutto, ho lavorato molti anni in Guajarat col movimento delle donne rurali, usando il video e la radio per documentare le loro lotte e cercando di creare insieme progetti video di comunità. Ho lavorato anche con le cosiddette caste inferiori, i dalit, perciò molto del mio lavoro è stato accanto a gruppi di sinistra, socialisti. Nel 2002 ci furono gli scontri fra hindu e musulmani in Gujarat” - più di tremila morti, la maggior parte musulmani massacrati da nazionalisti hindu. “Io abitavo ad Ahmedabad, e c’è una poesia di Kabir che dice: guarda, il mondo è impazzito; dici la verità e ti picchiano, dici una menzogna e ti sorridono. Io non ho un retroterra spirituale, la famiglia non mi ha trasmesso nessuna tendenza religiosa, ho avuto un’istruzione molto occidentalizzata. Ma la voce di Kabir mi ha parlato in quel momento. Molta della sua poesia parla del pregiudizio, delle divisioni religiose, della follia umana. Così cominciai a leggere Kabir. Avevo sempre amato la musica, la poesia, ed ero pronta ad accogliere una visione spirituale. Sentivo che, da sola, la visione militante, politica, lasciava un vuoto. Io pensavo di usare la poesia di Kabir per il cambiamento sociale, ma lui mi poneva domande filosofiche più profonde. E una parte di me che non conoscevo cominciò a sentirsi nutrita. Non mi ero mai accorta di questo vuoto finché non ha cominciato a riempirsi. Tramite Kabir, cominciai a scoprire anche i linguaggi popolari dell’India: fu una grande gioia. Se sei una bambina di città e vai a scuole inglesi, non ha il senso del rasa – il sapore, il succo delle cose. Non hai quell’esperienza della lingua. Così, ricevere la poesia di Kabir nei dialetti in cui è cantata – in Madhya Pradesh, nell’India centrale, nel Nord, in Rajastan, in Guajarat – mi ha ridato il rapporto con le mie radici linguistiche. E’ stata una gioia. Non mi rendevo conto che c’era un vuoto in me che aspettava di essere riempito – dissetato, fertilizzato. Non ti rendi conto di quanto è arida una parte di te finché non riceve l’acqua di cui ha bisogno. Così sono cominciati questi viaggi – ricercando l’espressione musicale della poesia di Kabir, cercando di capire che cosa significa per tanta gente una voce di tanti secoli fa che continua a scorrere in tanti modi diversi.”, Il film che vediamo venerdì segue l’idea Kabir insegna ad andare oltre la forma e il contorno delle cose, verso un assoluto senza confini che ci unifica tutti. “Gli storici dicono che Kabir è nato in una famiglia musulmana, forse neoconvertita, a Benares, Uttar Pradesh. Così lui rappresenta la confluenza di molteplici influenze religiose. La sua poesia è ricca di immagini dello hatah yoga – il corpo interiore, i chakra… E’ insieme critica sociale e corpo interiore, uno sguardo verso l’interiorità e verso l’esterno. Kabit rifiuta risolutamente di essere identificato come musulmano o come hinduista. Si rivolge continuamente a Ram, che è una divinità induista, ma usa molto linguaggio sufi, urdu, islamico. Ti insegna a ricercare il luogo da dove viene il tuo senso di appartenenza e di identità - e a bruciarlo.” Un momento intensissimo del film è il passaggio del confine militarizzato fra India e Pakistan – un passaggio anche simbolico. “E’ stato interessante personalmente perché le mie radici sono in Pakistan, i miei genitori vengono dal Pakistan e sono venuti da questa parte quando l’India è stata divisa dal Pakistan. E politicamente: perché è difficile passare quel confine, ed è un po’ come entrare dentro un’alterità demonizzata – e demonizzante. E’ stato emozionante trovare in Pakistan lo spirito di tante cose che ci sono care in India. E’ stato un viaggio poetico, una metafora: passare il confine e scoprire Kabir lì, nel cuore dei cantori sufi in Pakistan. Gli islamisti ortodossi non vogliono avere niente a che fare con Kabir; ma tanti cantori sufi lo amano, lo sentono come una delle loro voci, come Hafez o come Rumi”. Anche l’opera di Rumi - poeta persiano del ‘200, fondatore dei dervisci rotanti - come quella di Kabir, è poesia, pensiero religioso, e canto. “Quando ho cominciato questi viaggi alla ricerca di Kabir, ho cominciato a sentirmi invasa dalla musica, a sentire l’impulso di poggiare la macchina da presa e prendere in mano la tambura. A volte, siccome filmo tutto personalmente, la macchina da presa mi faceva sentire estranea, separata. Un distico di Kabir dice: il rosso del mio amore-gioiello è così rosso che ovunque guardo vedo quel colore; sono uscito alla ricerca di quel rosso e lo sono diventato io stesso. E’ la scomparsa della divisione fra osservato e osservatore. Sei vuoi capire quello che cerchi, lo devi diventare tu stesso. La macchina da presa è una tecnologia meravigliosa, e continuo a usarla, ma avevo bisogno di sovvertire la distanza creata dalla macchina. Rifiuto l’approccio documentaristico che consiste nel prendere le distanze tra me e la realtà che filmo: io sono lì con la macchina da presa, perciò divento parte di quella realtà e la cambio per il fatto stesso che sono lì. Questa interazione, questa comunicazione che crei con gli altri è il cuore del documentario; è il dialogo.” Le dico che c’è un un attore indiano conosciuto in Italia ( l’immagine televisiva di Sandokan): e si chiama Kabir. “Non sapevo che Kabir Bedi avesse rapporti con l’Italia. Kabir è un nome molto diffuso in India. Se uno vuole indicare che è al disopra delle identità religiose, se uno è anche vagamente progressista o di sinistra, mette nome Kabir ai figli. O le coppie miste: se un musulmano sposa una hindu o viceversa, il figlio lo chiamano Kabir. Perché vuol dire che non esistono barriere”. Venerdì 9 aprile al Piccolo Apollo (via di Conte Verde – angolo via Nino Bixio) l’Associazione Piccolo Apollo e il Circolo Gianni Bosio presentano “Tra Roma e l’India – in film, poesia e musica”. Alle 19, proiezione del film Had-Anhad (Bound – Unbound) di Shabnam Virmani: un viaggio nella musica popolare seguendo la musica e la poesia di Kabir, poeta del XV secolo, il cui ricordo è ancora vivissimo nella cultura dell’India e del Pakistan. Had-Anhad ha ottenuto il Primo Premio allo One Billion Eyes Documentary Film Festival di Chennai nell’agosto 2008 e il Silver Trophy come miglior Film Non-Fiction dell’Indian Documentary Producers' Association Awards nel 2009. Alle 21,30, Shabnam Virmani (voce e tambura) in concerto, accompagnata da Vipul Rikhi (voce, tambura, percussioni). Apriranno il concerto Sushmita Sultana e Nasser Dhafar, musicisti migranti che lavorano a Roma, rispettivamente dal Bangla Desh e dell’Iran. L’iniziativa ha il sostegno della Regione Lazio, del gruppo consiliare Per il Lazio e di India-Europea-Foundation for New Dialogues, ********************************************************

La resistenza: ricordare per dimenticare?

Patria Indipendente - aprile 2014 Ho ritrovato giorni fa una vecchia registrazione nell’archivio sonoro del Circolo Gianni Bosio. Era una sequenza di parodie di canzonette che risaliva ai palcoscenici dell’avanspettacolo nell’immediato dopoguerra, e infatti su un artista di avanspettacolo a cantarcela nel quartiere di San Lorenzo, sull’aria do “La signora di trent’anni fa”, ovvero, “Nel 1919). Cominciava così: Nel 1922 Ce fu un governo, ‘n m’aricordo come / Ce fu ‘na marcia, ‘n m'aricordo ‘n dove / Che fu chiamata – ‘n m’aricordo più. / Poi per vent’anni fummo sistemati / Da tante guère – n’m’aricordo più / Però alla fine fummo liberati / Però da chi – nun me lo ricordo più. / Ascoltata oggi, è una geniale provocazione sulla memoria. Da un lato, può essere un invito a dimenticare – “scurdammoce ‘o passato” , si cantava. Dall’altra, e così mi piace di pensarla adesso, può essere una feroce ironia verso chi dimentica il passato e quindi si prepara a ripeterlo (la parodia continuava dicendo che ricorda solo che “era un governo nero, e invece adesso è nero” – nel senso di clericale: “s’hanno allungata la camicia nera”, cantava un poeta proletario di Genzano, negli stessi anni). Uno striscione esposto da un gruppo neofascista davanti a una scuola di Aprilia il giorno della memoria diceva: “Ricordati di non ricordare”; ed è proprio questa ingiunzione all’oblio, questo ostinato ripetere “non ricordo più”, a ribadire che certe memoria non si possono né evocare né cancellare a comando. O forse, la canzone può voler dire qualcosa di ancora più complesso: sulla Resistenza, fin da allora, convivono memoria e oblio; la Resistenza è al tempo stesso l’evento più ricordato e più dimenticato della nostra storia recente. Negli anni ’50, viene cancellata dalla memoria ufficiale (chi, come me, ha fatto tutte le scuole in quel tempo, non l’ha mai sentita nominare, se non per esorcizzarla) e contemporaneamente bandiera della sinistra e del movimento operaio. Poi, negli anni ’70, trasformata in rito istituzionale, più commemorata che ricordata; e subito, come reazione, lo slogan militante “la Resistenza è rossa e non democristiana” che, nel rivendicare la funzione di rottura e di sguardo al futuro della Resistenza (l’aspetto “guerra di classe” di cui parla Pavone) dimenticava tante altre realtà e altre dimensioni (la “guerra patriottica”, la “guerra antifascista”). La tensione di memoria e oblio sulla Resistenza culmina in quel memorabile 25 aprile del 1994. Per la prima volta in Europa, era al potere un partito che si richiamava esplicitamente al fascismo (l’allora Movimento Sociale Italiano), in coalizione con altre forze che si dichiaravano esplicitamente estranee al patto democratico fondato sulla Resistenza, come Forza Italia e la Lega Nord. “Si potrebbe…” intitolava allora il manifesto – si potrebbe cogliere il 25 aprile per una forte affermazione di un non dimenticato antifascismo; e in quel giorno di pioggia furono centinaia di migliaia a sfilare per le strade di Milano. Nei vent’anni che sono passati da allora, la Resistenza ha ritrovato la sua funzione di conflitto, di ribellione: la Resistenza era ancora attuale, presente e provocatoria proprio perché il nuovo potere continuava ostinatamente a volerla dimenticare. Tanto è vero che persino Silvio Berlusconi ha dovuto finire per travestirsi da partigiano fingendo di commemorare, tra le rovine di Onna, una Resistenza depurata di tutto quello che la rende viva. In fondo è un paradosso, ma è un dato della nostra storia e del nostro presente: il progetto della Resistenza è quello di unire l’Italia, ma ridiventa vivo ogni volta che c’è qualcuno a cui questo progetto di unità democratica dà fastidio. E dà fastidio perché è un’unità partecipata, non delegata – un aspetto della Resistenza che è dimenticato troppo spesso anche da soggetti che si dicono antifascisti. In questi anni, parlando coi partigiani e le partigiane, ascoltando le loro storie, ho che capito per tutte e tutti la Resistenza, armata o non armata, è stata una scelta personale confermata ogni giorno; nessuno gli ordinava di entrare nella Resistenza, nessuno gli ordinava di restarci; di ogni scelta, giusta o non giusta,ciascun resistente si è assunto personalmente la responsabilità, nessuno ha mai detto “obbedivo agli ordini”. La nuova Italia democratica nasce dopo l’8 settembre, quando - senza che nessuno glielo abbia ordinato - tanti cittadini, civili e militari, scelgono di opporsi ai carri armati e ai paracadutisti tedeschi, a Porta San Paolo come a Monterotondo. Nasce da qui il nostro prezioso articolo 1: “La sovranità appartiene al popolo che lo esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Sottolineo “che la esercita” proprio perché da un quarto di secolo la democratica repubblica partecipata nata dalla Resistenza è dimenticata in favore una repubblica “governabile” in cui la sovranità si esercita scegliendosi un capo e (come si diceva per Mussolini) “lasciandolo governare”, o (come si dice adesso) “aspettiamo di vedere che fa”. Ma non dovremmo essere noi – “il popolo sovrano" – a “fare”?

18 aprile 2014

Furore e Via col Vento: i classici dell'altra crisi

Sbilanciamoci - inserto di il manifesto 18.4.2012 I classici dell’altra grande Crisi sono due: Furore di John Steinbeck e Via col vento di Margaret Mitchell. Entrambi la presentano come un cataclisma scatenato dagli elementi: le tempeste di polvere che costringono le famiglie di Steinbeck a migrare, il “vento” che travolge, in una trasparente metafora, il Sud nella Guerra Civile. Entrambi suggeriscono ambivalenti forme di sopravvivenza. Furore contiene da un lato la presa di coscienza ribelle del protagonista Tom Joad; dall’altro, una sopravvivenza puramente naturale e atavica che Steinbeck attribuisce alle donne, l’incrollabile Ma Joad e la fertile Rosasharn, che porano la vita nel corpo in un ciclo eterno di concepimento, morte, rinascita, parallelo al ciclo dell’acqua che apre e chiude il romanzo. Tom Joad si prepara a operare nella storia, ma scompare dalla scena narrativa che resta invece affidata a una uscita dal tempo storico: così come è venuta, la crisi finirà, e noi ne usciremo grazie a risorse che per Steinbeck stanno prima della storia, nella natura e nel corpo. Fra le due forme di solidarietà che propone – quella classista di Tom e quella atavica e familista di Ma Joad e sua figlia, noi lettori amiamo e ricordiamo la prima, ma il romanzo dà l’ultima parola alla seconda. In Via col Vento, la sopravvivenza è affidata a una risorsa ancora più atavica: la terra, in cui Scarlett affonda viso e mani giurando che non avrà fame mai più. Scarlett è disposta a uccidere, rubare, ingannare, vendersi. Non ha problemi a sostituire alla schiavitù spazzata via la modernità dello sfruttamento capitalistico e della feroce competizione individualistica. Non c’è nessuna solidarietà: Scarlett, non Ma Joad, è la nostra vera contemporanea. Per Steinbeck e per Mitchell, l’uscita dalla crisi è l’eterno ritorno. Scarlett è disposta a cambiare tutto perché tutto perché tutto quello che conta – il potere, la proprietà - resti come prima. E Tom Joad rimpiange una perduta solidaristica età dell’oro: “Eravamo una sola grande anima”, dice. A Woody Guthrie, che ci scrive sopra una ballata, basta cambiare una parola per rovesciare il messaggio: “potremmo essere una grande anima”, dice – cioè, non ritrovare un passato ma costruire un futuro. E Bruce Springsteen, con il fantasma di Tom Joad al suo fianco, annunciava con molto anticipo che la crisi non è finita, e che avremmo avuto molto bisogno di quella solidarietà ribelle. C’è solo da sperare che quello che ne rimane oggi non sia, appunto, un fantasma.

17 aprile 2014

Grillo e la parodia della Shoah

il manifesto 15.4.2014 Certe volte la memoria serve per dimenticare. Se uno cambia la scritta sopra quel cancello di Auschwitz e ci mette la P2 al posto di “Arbeit”, non è una citazione, è una parodia. Come minimo, è una mancanza di rispetto. In realtà, è molto di più: la pretesa iperbolica che i due termini siano intercambiabili ottiene il risultato non di accentuare l’importanza dell’elemento nuovo ma di sminuire il senso di quello vecchio. Davvero Shoah e P2 si equivalgono? Oppure, ricordarsi a sproposito della Shoah per le beghe di casa nostra non sarà un modo per non guardarla in faccia, per parlare d’altro fingendo di parlarne. Sull’unicità della Shoah dovrebbe non essere necessario tornare. E’ una tragedia unica non solo per le dimensioni, ma soprattutto per il senso: un massacro ordinato per far sparire dalla faccia della terra un popolo intero, e milioni di individui rei di essere solo quello che erano. Per decenni, abbiamo addirittura avuto paura di guardarla negli occhi e non ne abbiamo voluto parlare; poi, (anche a forza di giornate della memoria), ne abbiamo fatto un termine del discorso ordinario. Ogni nuovo cattivo è “un nuovo Hitler”, da Saddam a Milosevic, da Gheddafi ad Ahmadi Nejad fino (lo ha detto in questi giorni Hilary Clinton) a Putin. Non è una cosa innocente: come ha dimostrato un sondaggio del Washington Post, “Evocare Hitler rende gli americani più disponibili all’intervento in Ucraina”. L’effetto di queste iperboli strumentali, tuttavia, non è di accentuare il nostro disgusto per dei dittatori criminali, che se lo meritano da soli, ma di sminuire e banalizzare il disgusto per Hitler. Tutte le similitudini funzionano in due direzioni. Cioè, se Gheddafi è un Hitler, allora Hitler non era che un Gheddafi qualsiasi . E se il nazismo è una riforma sanitaria, be’, quasi quasi… L’unico modo per prendere per buoni questi vaneggiamenti è di dimenticarsi che cosa era davvero Hitler, trasformare il nazismo e la Shoah in significanti vuoti, usati per designare qualsiasi cosa, e quindi niente. Sheryll Nuxoll, senatrice dell’Idaho, è solo una fra i tanti ideologi di destra secondo cui la riforma sanitaria di Obama è “just like Hitler”, e i cittadini saranno ridotti “come gli ebrei caricati sui treni verso i campi di concentramento”. La cosiddetta legge di Godwin, ovvero “Legge delle analogie col razzismo”, afferma che “più dura una discussione online, più alta è la probabilità che qualcuno confronti qualcosa o qualcuno a Hitler o al nazismo” (e naturalmente è online anche questa, come la maggior parte delle sparate di Grillo). Oltre all’offesa alla memoria delle vittime, al senso delle proporzioni e alla materialità della storia, Grillo in questo modo ottiene anche il risultato di svuotare il suo stesso messaggio. Come sempre, la retorica del grillismo consiste nel mescolare cose sensate a iperboli assurde, e nell’alzare i toni in modo da rendersi inaudibile. Un esito dell’improvvida sparata di Grillo è anche quello di involgarire giuste preoccupazioni per il destino del nostro paese. Anche gente seria come Zagrebelski e Rodotà avverte che corriamo il rischio di una deriva autoritaria; ma paragonarla al nazismo significa solo gonfiare oltre misura, riempire di aria (fritta), la percezione dei rischi reali che corriamo e indebolire i loro solidi argomenti. Un’ultima notazione. E’ vero quello che dice Grillo: Napolitano (che non sempre ha ragione) è vecchio. Beppe Grillo è del 1948. Combina l’ingiustificato giovanilismo dei rottamatori con l’età pensionabile. Auguri.

08 aprile 2014

Il rastrellamento del Quadraro: da Wikiradio

http://www.stodian.com/fetch/Wikiradio%20117%20%20%20Alessandro%20Portelli%20%20%20Il%20rastrellamento%20del%20Quadraro%20%20%2017%2004%202012.mp3/MjEtOTgwMDAtMTM5Njk0NDAzNC1kMTdjZTQzZWJlMTc3NDViN2Y2MTNmMjIwNmRjOGQyMw

23 marzo 2014

Giustizia per le Fosse Ardeatine?

il manifesto 24.3.2014 Dopo settanta anni, possiamo dire che è stata fatta giustizia per le Fosse Ardeatine? Non parlo solo della giustizia dei tribunali – anch’essa peraltro abbastanza inadeguata, dalla fuga di Kappler con le complicità statali fino alle vicissitudini del processo Priebke e alla farsa seguita alla sua morte. Questa giustizia può, qualche volta, punire i colpevoli, ma non rendere giustizia alle vittime perché ha comunque un ambito necessariamente e giustamente limitato: tratta il “caso” da un punto di vista strettamente pensale e individuale e lascia a noi la responsabilità di una giustizia più vasta, che riguarda i sentimenti, la società e la storia. Su questo piano, l’ingiustizia continua. Ci si aspetta a volte che la condanna dei colpevoli ponga in qualche modo fine alla sofferenza delle vittime dirette - le famiglie, le comunità, le persone care degli uccisi. Ora, a parte il fatto che questa condanna è stata riluttante e insufficiente, questo non è comunque vero: dopo la condanna ci si accorge che nessuno ti restituisce quello che hai perduto. In più, se è vero che la strage delle Fosse Ardeaine è un crimine contro l’umanità, allora – in modo certo meno violento e immediato – vittime siamo anche noi, ed è su questo piano che l’ingiustizia soprattutto continua. Si discute in questi giorni dell’introduzione di una legge contro il negazionismo sulla Shoah. Ora, a parte le perplessità diffuse su questa ipotesi, resta il fatto che il negazionismo è in larga misura un fenomeno di nicchia, e che una sensibilità di gran luna maggioritaria non solo non nega lo sterminio ma lo riconosce come una delle colpe più spaventose che l’umanità ha commesso contro se stessa. Sulle Fosse Ardeatine, invece, permane un negazionismo che si fa senso comune: nessuno andrebbe in televisione a dire che la Shoah non è mai avvenuta, ma personaggi ignoranti, protervi e molto influenti hanno continuato spacciare menzogne su via Rasella e le Fosse Ardeatine senza che su loro si abbattesse lo sdegno della maggioranza (e senza che venissero sbattuti fuori per manifesta incompetenza professionale). Fino a quando questo sarà possibile – fino a quando le istituzioni, la scuola, il sistema dell’informazione non sentiranno loro la ferita delle Fosse Ardeatine, fino a quando continueremo a non guardare in faccia la materialità del massacro per inventare e alimentare leggende nere sui partigiani, non basteranno corone apposte per dovere d’ufficio e commemorazioni di routine. Fino a quando la verità non diventerà senso comune e il dolore per le Fosse Ardeatine non diventerà dolore di noi tutti, le vittime continueranno ad essere sole, e giustizia non sarà stata fatta.

01 febbraio 2014

Ora vi dirò chi fu Graziani. Affile, 25 aprile 2013

Mi sono accorto di non aver mai psotato sul blog questo articolo, uscito sul manifesto il 25 aprile 2013. Lo metto ora, per completezza archivistica. Una sera di aprile del 1972 andai a trovare Dante Bartolini, ex operaio delle Acciaierie di Terni, comandante partigiano, poeta e cantore popolare della Valnerina ternana. Da molto tempo non cantava, i quaderni su cui aveva annotato le sue canzoni erano finiti sotto un mucchio di carbone in cantina. Li tirammo fuori, cominciammo a sfogliarli. E fra una canzone partigiana e l’altra, Dante cantò delle ottave che aveva composto una ventina di anni prima. Ora vi dirò chi fu Graziani Quello che ha massacrato tanta gente Che ha impiccato tanti partigiani Accanto allo straniero prepotente. Difese lo straniero in questa terra Contro gli italiani la fece la guerra. Per queste benemerenze, con soldi pubblici, il comune di Affile ha eretto a Rodolfo Graziani un “sacrario”. Questo 25 aprile andremo, con il Comitato antifascista di Affile, a cantare le ottave di Dante Bartolini, ricuperate dall’archivio del Circolo Gianni Bosio come lui le aveva recuperate dalla sua cantina. Perché queste memorie non possono restare sepolte sotto il carbone, sotto l’indifferenza e sotto l’oblio. Ogni italiano che offensiva sferra Presto distrugge ai traditori i piani: Dal tribunale viene condannato Togliendo i gradi, a andare carcerato. Questo governo poi lo ha liberato… Affile è diventato una cartina di tornasole per l’identità della repubblica italiana: lo sconcio abbraccio fra Andreotti e Graziani nella vicina Arcinazzo era per l’allora giovane poeta operaio un simbolo della complicità fa il vecchio potere fascista e il nuovo potere democristiano. Oggi l’indifferenza verso lo scandalo di un monumento al criminale massacratore di partigiani e di migliaia di resistenti libici ed etiopi è segno di come, fra superficialità, opportunismi, e vere e proprie complicità il fascismo continua a inquinare la nostra fragilissima democrazia. Non a caso, il cosiddetto governo tecnico non ha mai risposto lo scorso anno all’interrogazione dell’allora deputato del PD Jean-Léonard Touadi; e c’è da temere che il presunto “governo di scopo” con le sue “larghe intese” non troverà il tempo di prendere in considerazione la nuova interpellanza dei deputati PD Kyenge, Ghizzoni e Beni sullo stesso argomento. Questo governo di cristiano amore – cantava Dante Bartolini Abbraccia il “leone di Neghelli” Dicendo “vien da me, o malfattore Che troverai aperti i tuoi cancelli…” Ma quelle mamme che il figlio hanno impiccato Non firmeranno a lui quei permessi Che poverine gli sanguina il cuore Gridando vendetta al traditore. Gridando vendetta: la scrittrice cinese-americana Maxine Hong Kingston insegna che un modo di dire “vendetta” in cinese è: raccontare a cinque famiglie. La vendetta è il racconto. Lo scorso novembre, dopo la fiaccolata indetta dall’Anpi e dal comitato antifascista locale, nacque l’idea di rispondere alla costruzione del “sacrario” portando ad Affile la cultura, lo spettacolo, la gioia di vivere dell’Italia antifascista contro la cultura di morte incarnata da Graziani e dall’idea cimiteriale del “sacrario”. Perciò questo 25 aprile sarà una giornata intera di proposte teatrali (“Clownarchia” di Enrico Marcoli e Roberto Andorfi, “La banda del Gobbo” di Emiliano Valente) e musicali (i laboratori di canti politici e il coro multietnico “Romolo Balzani” del Circolo Ginni Bosio, Piero Brega e Oretta Orengo, Rise and Shine Full Sound), mostre, stand enogastronomici, assemblee. Perché dire no al fascismo significa dire di sì a una democrazia partecipata, molteplice e fraterna e, raccontandone la storia, costruirne il futuro.