08 aprile 2014

Il rastrellamento del Quadraro: da Wikiradio

http://www.stodian.com/fetch/Wikiradio%20117%20%20%20Alessandro%20Portelli%20%20%20Il%20rastrellamento%20del%20Quadraro%20%20%2017%2004%202012.mp3/MjEtOTgwMDAtMTM5Njk0NDAzNC1kMTdjZTQzZWJlMTc3NDViN2Y2MTNmMjIwNmRjOGQyMw

23 marzo 2014

Giustizia per le Fosse Ardeatine?

il manifesto 24.3.2014 Dopo settanta anni, possiamo dire che è stata fatta giustizia per le Fosse Ardeatine? Non parlo solo della giustizia dei tribunali – anch’essa peraltro abbastanza inadeguata, dalla fuga di Kappler con le complicità statali fino alle vicissitudini del processo Priebke e alla farsa seguita alla sua morte. Questa giustizia può, qualche volta, punire i colpevoli, ma non rendere giustizia alle vittime perché ha comunque un ambito necessariamente e giustamente limitato: tratta il “caso” da un punto di vista strettamente pensale e individuale e lascia a noi la responsabilità di una giustizia più vasta, che riguarda i sentimenti, la società e la storia. Su questo piano, l’ingiustizia continua. Ci si aspetta a volte che la condanna dei colpevoli ponga in qualche modo fine alla sofferenza delle vittime dirette - le famiglie, le comunità, le persone care degli uccisi. Ora, a parte il fatto che questa condanna è stata riluttante e insufficiente, questo non è comunque vero: dopo la condanna ci si accorge che nessuno ti restituisce quello che hai perduto. In più, se è vero che la strage delle Fosse Ardeaine è un crimine contro l’umanità, allora – in modo certo meno violento e immediato – vittime siamo anche noi, ed è su questo piano che l’ingiustizia soprattutto continua. Si discute in questi giorni dell’introduzione di una legge contro il negazionismo sulla Shoah. Ora, a parte le perplessità diffuse su questa ipotesi, resta il fatto che il negazionismo è in larga misura un fenomeno di nicchia, e che una sensibilità di gran luna maggioritaria non solo non nega lo sterminio ma lo riconosce come una delle colpe più spaventose che l’umanità ha commesso contro se stessa. Sulle Fosse Ardeatine, invece, permane un negazionismo che si fa senso comune: nessuno andrebbe in televisione a dire che la Shoah non è mai avvenuta, ma personaggi ignoranti, protervi e molto influenti hanno continuato spacciare menzogne su via Rasella e le Fosse Ardeatine senza che su loro si abbattesse lo sdegno della maggioranza (e senza che venissero sbattuti fuori per manifesta incompetenza professionale). Fino a quando questo sarà possibile – fino a quando le istituzioni, la scuola, il sistema dell’informazione non sentiranno loro la ferita delle Fosse Ardeatine, fino a quando continueremo a non guardare in faccia la materialità del massacro per inventare e alimentare leggende nere sui partigiani, non basteranno corone apposte per dovere d’ufficio e commemorazioni di routine. Fino a quando la verità non diventerà senso comune e il dolore per le Fosse Ardeatine non diventerà dolore di noi tutti, le vittime continueranno ad essere sole, e giustizia non sarà stata fatta.

01 febbraio 2014

Ora vi dirò chi fu Graziani. Affile, 25 aprile 2013

Mi sono accorto di non aver mai psotato sul blog questo articolo, uscito sul manifesto il 25 aprile 2013. Lo metto ora, per completezza archivistica. Una sera di aprile del 1972 andai a trovare Dante Bartolini, ex operaio delle Acciaierie di Terni, comandante partigiano, poeta e cantore popolare della Valnerina ternana. Da molto tempo non cantava, i quaderni su cui aveva annotato le sue canzoni erano finiti sotto un mucchio di carbone in cantina. Li tirammo fuori, cominciammo a sfogliarli. E fra una canzone partigiana e l’altra, Dante cantò delle ottave che aveva composto una ventina di anni prima. Ora vi dirò chi fu Graziani Quello che ha massacrato tanta gente Che ha impiccato tanti partigiani Accanto allo straniero prepotente. Difese lo straniero in questa terra Contro gli italiani la fece la guerra. Per queste benemerenze, con soldi pubblici, il comune di Affile ha eretto a Rodolfo Graziani un “sacrario”. Questo 25 aprile andremo, con il Comitato antifascista di Affile, a cantare le ottave di Dante Bartolini, ricuperate dall’archivio del Circolo Gianni Bosio come lui le aveva recuperate dalla sua cantina. Perché queste memorie non possono restare sepolte sotto il carbone, sotto l’indifferenza e sotto l’oblio. Ogni italiano che offensiva sferra Presto distrugge ai traditori i piani: Dal tribunale viene condannato Togliendo i gradi, a andare carcerato. Questo governo poi lo ha liberato… Affile è diventato una cartina di tornasole per l’identità della repubblica italiana: lo sconcio abbraccio fra Andreotti e Graziani nella vicina Arcinazzo era per l’allora giovane poeta operaio un simbolo della complicità fa il vecchio potere fascista e il nuovo potere democristiano. Oggi l’indifferenza verso lo scandalo di un monumento al criminale massacratore di partigiani e di migliaia di resistenti libici ed etiopi è segno di come, fra superficialità, opportunismi, e vere e proprie complicità il fascismo continua a inquinare la nostra fragilissima democrazia. Non a caso, il cosiddetto governo tecnico non ha mai risposto lo scorso anno all’interrogazione dell’allora deputato del PD Jean-Léonard Touadi; e c’è da temere che il presunto “governo di scopo” con le sue “larghe intese” non troverà il tempo di prendere in considerazione la nuova interpellanza dei deputati PD Kyenge, Ghizzoni e Beni sullo stesso argomento. Questo governo di cristiano amore – cantava Dante Bartolini Abbraccia il “leone di Neghelli” Dicendo “vien da me, o malfattore Che troverai aperti i tuoi cancelli…” Ma quelle mamme che il figlio hanno impiccato Non firmeranno a lui quei permessi Che poverine gli sanguina il cuore Gridando vendetta al traditore. Gridando vendetta: la scrittrice cinese-americana Maxine Hong Kingston insegna che un modo di dire “vendetta” in cinese è: raccontare a cinque famiglie. La vendetta è il racconto. Lo scorso novembre, dopo la fiaccolata indetta dall’Anpi e dal comitato antifascista locale, nacque l’idea di rispondere alla costruzione del “sacrario” portando ad Affile la cultura, lo spettacolo, la gioia di vivere dell’Italia antifascista contro la cultura di morte incarnata da Graziani e dall’idea cimiteriale del “sacrario”. Perciò questo 25 aprile sarà una giornata intera di proposte teatrali (“Clownarchia” di Enrico Marcoli e Roberto Andorfi, “La banda del Gobbo” di Emiliano Valente) e musicali (i laboratori di canti politici e il coro multietnico “Romolo Balzani” del Circolo Ginni Bosio, Piero Brega e Oretta Orengo, Rise and Shine Full Sound), mostre, stand enogastronomici, assemblee. Perché dire no al fascismo significa dire di sì a una democrazia partecipata, molteplice e fraterna e, raccontandone la storia, costruirne il futuro.

29 gennaio 2014

Per Pete Seeger

il manifesto 29.1.2014 “Dicono che l’umanità non sopravviverà a lungo, ma io vorrei sapere che cos’è che li fa essere così sicuri. L’ora più buia è sempre quella prima dell’alba, si sta facendo mattino, e io so che possiamo ancora avere singing tomorrows”, domani fatti di musica, “giorni cantati”. Così cantava Pete Seeger, e questa è stata la sua lezione per quasi ottant’anni di musica e di impegno. Nel corso della sua vita, Pete Seeger ha cantato le canzoni dei minatori e degli operai (“Which Side are You On?”) , gli spiritual di lotta del movimento per i diritti civili (“We Shall Overcome”), la protesta contro la guerra del Vietnam (“Waist Deep in the Big Muddy”), la mobilitazione per la salvezza dell’aria e dell’acqua della sua terra (“My Dirty Stream”); ha composto memorabili canzoni di libertà e speranza (“If I Had a Hammer”, “Where Have all the Flowers Gone”, “Turn, Turn, Turn”). Ma il senso politico della sua opera era ancora più radicale: stava nella profonda fiducia, così profondamente americana e così intrinsecamente classista, in quell’umanità di lavoratori, operai, contadini, gente comune che ha inventato la musica popolare e che costituisce la vera speranza di un futuro mattino dopo queste notti di tenebra. Per questo, faceva politica anche se cantava le canzoncine per bambini, le ballate epico-liriche affondate nel Medio Evo, o quei canti religiosi fatti per essere cantati insieme, da cui poi è venuta fuori tanta canzone operaia e sindacale. Faceva politica in primo luogo perché ribadiva la dignità e la presenza storica di coloro che avevano creato e trasmesso quei canti. Ma faceva politica anche perché voleva che quei canti, sovrastati dal rumore mediatico, ridiventassero bene comune, e ce li insegnava. Musicista sofisticato, li riproponeva in forma apparentemente semplice, che ti faceva sentire che tutto sommato avresti potuto cantarli anche tu; e in tutti i suoi concerti insegnava le canzoni e le faceva cantare, non per una retorica di “audience participation” ma perché chi le aveva cantate con lui in concerto se le sarebbe riportate a casa e le avrebbe conservate in sé. Il suo primo libro era una manuale per insegnare a suonare il banjo: la musica, insomma, era qualcosa da fare, non solo ascoltare; ed era un modo per ritrovare, tutti, la propria voce e farsi sentire. La prima volta che l’ho incontrato, Pete Seeger mi aveva dato appuntamento a un’assemblea della War Resisters’ League, una delle più antiche organizzazioni pacifiste americane. Era forse il più anziano dei presenti, e certo il più illustre; ma a riunione finita fu lui a prendere la scopa, pulire il pavimento e rimettere a posto le sedie. L’ultima volta, tre mesi prima dell’11 settembre, era proprio davanti al World Trade Center – aveva quasi novant’anni, era accompagnato e sostenuto da suo nipote Tayo - e cantava “Money Makes the World Go Round”, i soldi fanno girare il mondo. Fra questi due incontri, ne ricordo un altro: a metà anni ’80, a Lawrence, Massachusetts, dove si ricordava il memorabile sciopero del 1912 degli operai e delle operaie tessili immigrati da quasi trenta paesi, divisi da lingue e culture e uniti dalla lotta. Sul palco, Pete disse: “Adesso vi canto una canzone che vi può un o’ sorprendere. Ma vi prego di ignorare gli usi che ne sono stati fatti, gli stereotipi che ci si sono incrostati addosso, e di ascoltare semplicemente quello che dice.” Cantò “L’Internazionale”, e fu come se non l’avessimo mai sentita prima. Se sia mai stato tesserato comunista, preferiva glissare; ma quando fu convocato dal Comitato per la attività non-americane durante la caccia alle streghe degli anni ’50, si rifiutò di collaborare, di fare nomi, di dissociarsi. Con Woody Guthrie, Lee Hayes, Bessie Hawes e altri, aveva fondato prima della guerra gli Almanac Singers che per primi avevano riportato agli operai dei sindacati progressisti la loro stessa tradizione di canti di lotta. “La canzone popolare cresce se cresce il movimento operaio,” aveva scritto allora Woody Guthrie; Pete Seeger declinava questa massima in forma più ampia: la canzone popolare vive e cresce se crescono i movimenti popolari. Così, quando il movimento sindacale si allineò all’isteria anticomunista degli anni ’50 ed espulse la sua ala progressista, Pete Seeger non si fece rifurre al silenzio: trovò subito un altro movimento, e fu il grande mediatore che riportava le canzoni del Sud in lotta al pubblico urbano e progressista delle grandi città. Quando il Black Power emarginò i bianchi, lui era già in prima linea in un altro movimento, quello contro la guerra; e finita la guerra, inventò letteralmente un movimento ambientalista che riuscì a ripulire l’inquinato fiume Hudson e restituirlo alle sue comunità: radicale e internazionalista, non sdegnava le battaglie locali, le piccole preziose vittorie. Passa attraverso sconfitte, e non è mai vinto. La canzone sulla notte e sull’alba finisce dicendo: “E quando le tue mani non ce la faranno più, lascia la tua chitarra a qualcuno più giovane e più forte”. Quella sera, dopo l’assemblea della War Resisters’League, disse una cosa che mi sorprese: “Lo strumento della musica popolare del futuro è la chitarra elettrica.” Lui la chitarra elettrica non l’ha mai presa in mano: non era di quelli che si affannano ad essere aggiornati , i suoi strumenti erano altri. Ma vedeva il futuro, e lo vedeva in modo non dogmatico, e comunque diverso da sé. L’ultima memorabile immagine che abbiamo di lui è sul palco accanto a Bruce Springsteen, il giorno dell’inaugurazione di Barak Obama. Pete Seeger non ha mai preso in mano la chitarra elettrica, Bruce Springsteen non ha mai preso in mano il banjo; ma quel giorno era proprio come se la simbolica chitarra di Pete Seeger fosse passata di mano. Cantavano “This Land Is Your Land”, la grande bistrattata e malintesa canzone di Woody Guthrie, restituendo nel più solenne momento istituzionale le censurate strofe di protesta. Era come se Pete Seeger – bollato come nemico della patria e agente straniero mezzo secolo fa – si prendesse la sua grande rivincita sui suoi persecutori di mezzo secolo da fa: loro sono dimenticati, lui era ancora qui, e l’America migliore, quella della speranza e dell’alba, era la sua, non la loro. E sono davvero chitarre elettriche, come quella di Ani DiFranco (che ama definirsi folk singer) o di Tom Morello, o i rapper latini di Los Angeles, a raccontare oggi le lotte, la rabbia e la speranza. Però: Pete Seeger ci ha insegnato che prima di tutto vengono le voci, le voci dei ribelli, degli sfruttati, degli emarginati che si uniscono per cantare insieme. Sono sicuro che si sia commosso e consolato sentendo che, nei giorni intensi di Occupy Wall Stret, le due canzoni che si cantavano per la strada erano proprio “Which Side Are You On” e “We Shall Overcome”. Due canzoni che, anche se tanti di quei ragazzi non lo sapevano, ce le aveva insegnate lui.

Ricordiamoci di ricordare?

28.1.2014 Lunedì 27 gennaio, entrando per partecipare a un’iniziativa legata al giorno della memoria, gli studenti dell’Istituto Carlo e Nello Rosselli e del liceo Meucci di Aprilia, vicino Roma, hanno trovato davanti a scuola un gigantesco striscione con tanto di croce celtica e la scritta: “Ricordati di non ricordare”. A prima vista, la scritta è assurda: la memoria è una specie di muscolo involontario, a cui non si può comandare. Mi viene in mente un vecchio lato B di Elvis Presley: “I forgot to remember to forget” – mi sono dimenticato di ricordarmi di dimenticare. Se è vero che non si può ricordare a comando - e questo è uno dei problemi di tutte le commemorazioni e le memorie istituzionali - è vero pure che a comando non si può neanche dimenticare. Infatti, paradossalmente, quelli che non riescono a ricordarsi di dimenticare, che sono proprio ossessionati da queste memorie, sono proprio quelli che le vorrebbero cancellare. Tutti gli anni, fascisti e nazisti non riescono a far passare una giornata della memoria senza sottolinearla con scritte e striscioni indecenti, gesti ignobili e disgustosi (quest’anno, le teste di maiale) che non fanno che testimoniare quanto sia indelebile questo ricordo. Da un po’ di tempo ci domandiamo se la giornata della memoria non rischi la saturazione, la ritualità, la ripetizione scontata degli stessi contenuti. Può darsi. Ma finché ci sarà qualcuno che, come costoro, se ne sente minacciato, e si sente minacciato dal fatto che noi ricordiamo, allora anche questa data manterrà un senso.

29 dicembre 2013

Vittorio Foa e Aldo Natoli: un dialogo

il manifesto 28.12.2013 Nel 1994, Vittorio Foa e Aldo Natoli, due delle figure più alte della storia della sinistra in Italia, si sedettero davanti a un registratore e cominciarono a raccontare – o meglio, Vittorio Foa invitò Natoli a raccontare, accompagnandolo con il contrappunto di domande e commenti mai intrusivi, sempre riflessivi, in un intreccio dialogico di condivisione e di diversità. Avevano rispettivamente 84 e 81 anni, da tempo avevano riorientato l’impegno politico di una vita verso la ricerca storica e la riflessione politica, con esiti memorabili, dalla Gerusalemme rimandata di Foa all’Antigone e il prigioniero di Natoli; ma la conversazione fra i due non è una semplice rivisitazione del passato, bensì un ragionamento a tutto campo che illumina le contraddizioni del presente. Come ogni storia orale che si rispetti, infatti, anche questa conversazione è un documento sul passato, ma è soprattutto n documento del presente: il racconto comincia con l’infanzia messinese di Aldo Natoli , e ne percorre tutta la vita fino al momento del colloquio, finendo per farci capire molte cose sulla crisi morale prima che politica, che la sinistra attraversava allora e che è andata peggiorando fino ad oggi. Abbiamo vissuto un buon quarto di secolo ormai assillati da leader che, dopo una vita passata fra una carica di partito e l’altra, ci spiegavano che non erano mai stati comunisti e che quella era una storia di orrori che non li riguardava. Ci sono voluti dei non comunisti come Vittorio Foa (e penso anche a certe cose di Bobbio dopo l’89) per restituire a questa storia l’ascolto e il rispetto senza i quali non capiamo non solo la sinistra, ma tutta l’Italia moderna. E ci vogliono comunisti come Aldo Natoli, che questa storia l’hanno vissuta fino in fondo con partecipazione critica e appassionata, per restituircene il senso soprattutto morale. Ascoltare queste pagine (arricchite da accurate note e profili biografici dei curatori, Anna Foa e Claudio Natoli) riempie di orgoglio perché abbiamo avuto fra noi compagni di questa grandezza , di smarrimento ( che cosa resta senza di loro?), di rimpianto per non averli ascoltati abbastanza, di pena per averli lasciati soli. Come ogni serio lavoro di memoria, questa intervista intreccia due punti di vista –l’intervistato e l’intervistatore – e due momenti del tempo: il punto di vista “di allora” e il punto di vista di “adesso”. Per esempio. Parlando dell’8 settembre, Foa domanda: “Come alcune cose le vedevamo allora e come è cambiata la nostra testa dopo quaranta anni di pace?”. Quello che mi colpisce è in primo luogo l’uso del plurale: Foa si mette dentro questa storia che in modo insieme simili e diversi è anche la sua. Come sempre nella grammatica dell’intervista, è ciò che i due dialoganti hanno in comune che rende l’intervista possibile e comprensibile, ma è la differenza che esiste fra loro che la rende interessante. E poi, attraverso il dialogo con Natoli, Foa cerca di capire non solo come “è cambiata la testa” del suo interlocutore, ma anche come è cambiata la sua: le domande che l’intervistatore rivolge al suo interlocutore le rivolge, inevitabilmente, anche a se stesso. Natoli, a sua volta, coglie l’opportunità – direi quasi, come in tante delle interviste migliori, raccoglie la sfida – per ripensarsi. Non intende buttare a mare questa storia, non solo sua, ma non fa apologia né di se stesso né del partito. Ogni volta, davanti a un interlocutore che lo rispetta e lo ascolta, si rimette in discussione, spiega le sue incertezze, i dubbi, gli errori. Ne viene fuori, fa l’altro, una storia della sinistra molto più articolata, molto più sfumata e mobile di quanto non ce l’abbiano raccontata tante volte. Per esempio: a proposito del patto Hitler-Stalin del 1939, Natoli ricorda di averlo inizialmente sostenuto come una necessità inevitabile – ma ricorda anche le discussioni drammatiche che portarono a scissioni e scontri nel gruppo romano, finendo per lasciarlo isolato e in minoranza, “in una situazione che in qualche modo confinava con la disperazione”; e racconta di avere cambiato posizione dopo la spartizione della Polonia e dopo che l’Internazionale arrivò a dire che i nazisti non erano il nemico principale. Foa, a sua volta ripensando al se stesso di allora, insiste sulla dimensione della soggettività, che è poi alla radice della scelte politiche: “L’impressione che ho avuto io è che i comunisti, cioè voi, pur approvando il Patto, non ostentavate questa approvazione, cioè che l’antifascismo, profondo, era dominante nel vostro ambito. Mi sbagliavo o ero nel giusto, secondo te?”. Qui mi colpisce, intanto, il “voi comunisti” – più tardi, parlando della Resistenza, diventa, come abbiamo visto “noi”. C’è in questo uso dei pronomi tutta la complicata storia dei rapporti interni alla sinistra, che nell’intervista si esplicita poi nel racconto sul ’48 e il Fronte popolare. Ma c’è anche la traccia di una differenza che si fa comunque ascolto e rimane rispetto: invece di accusare i comunisti di complicità con Hitler, Foa (allora azionista, poi socialista) scava sotto la superficie e ascolta da compagno. E Natoli: “Io questo lo sentivo profondamente. Per cui dentro di me ero convinto che gli accordi del Patto non dovevano ripercuotersi sugli orientamenti non solo teorici ma anche pratici del movimento comunista internazionale”, cioè sull’antifascismo. La stessa complessità, lo stesso scavo nelle ragioni e torti di allora, accompagna tutto il racconto di Natoli, dalla svolta di Salerno all’Ungheria, senza nascondere il suo consenso di volta in volta alle scelte del partito , eppure dando conto di come questo consenso si faceva sempre più faticoso e la sua relazione col partito sempre meno agevole. Non ci sono epifanie, svolte brusche: è un processo graduale di cambiamento, e non è neppure un processo lineare – per esempio, Natoli non esita a ricordare di avere difesoil golpe comunista a Praga: “In quel momento non è che lo vedessi in modo critico, lo vedevo in senso positivo, a quel tempo io ero assolutamente ligio a quel quadro strategico”. Lo spiega col clima di guerra fredda, con il montare dell’anticomunismo, cioè ci fa capire le ragioni di un errore; ma non per questo nega di avere avuto torto. Ma poi si trova a condurre la sua battaglia più memorabile, quella contro il “sacco di Roma” negli ani ’50, praticamente da solo, tra il disinteresse della dirigenza nazionale; o prende gradualmente le distanze da una linea del partito che non coglieva le capacità di rinnovamento del capitalismo e viveva nell’illusione di una suo imminente crollo. E, naturalmente, l’Ungheria, quando la distanza comincia a farsi incolmabile. Seguono gli anni delle battaglie interne al partito, Ingrao, Amendola, la scoperta del Vietnam come modello anche di autonomia politica rispetto all’URSS e alla Cina, l’incontro con la Cina. E di nuovo il dialogo con Foa, la condivisione e le differenza. Foa ricorda che “la Rivoluzione culturale, per noi, anche per me, solo in parte, è parsa una bandiera” (e di nuovo il “noi”, ma articolato in un “me”); e Natoli conclude che “la Rivoluzione culturale come tale finisce alla fine del 1968 con l’intervento dell’esercito… Alla fine del 1968 il movimento di base, che era la caratteristica fondamentale della Rivoluzione culturale, viene represso con l’esercito”. Ma la Cina resta uno dei suoi interessi principali anche dopo le sconfitte, i cambiamenti, le delusioni: “non sono riuscito a distaccarmene”. E poi la nascita del Manifesto – rivista, gruppo politico, giornale – speranze, crisi, condivisioni, dissensi, separazioni…. I due interlocutori di questo libro sono stati anche protagonisti della storia di questo giornale. Faremmo bene a ricordarcene. Vittorio Foa – Aldo Natoli, Dialogo sulll’antifascismo il PCI e l’Italia repubblicana, Roma, Editori Riuniti, 2013, pp. 303, E. 23.

22 novembre 2013

Le Fosse Ardeatine raccontate in India

Deccan Herald(Bangalore) 9.11.2013 Through the history of Rome Nov 9, 2013, DHNS History lovers were in for a treat at a lecture and interactive session by Italian scholar and oral historian Alessandro Portelli, titled ‘Event and Memory’, at the National Gallery of Modern Art (NGMA) recently. The event was organised by NGMA, along with the Ministry of Culture, Government of India, in collaboration with the Centre for Public History. On his first visit to the City, Alessandro Portelli spoke about the 1944 incident, where Nazi occupying forces in Rome executed 335 men as a retaliation for a partisan attack. Discussing the history of the massacre, its symbolic significance to the historical image of Rome and relating it to the anti-fascist foundation of the Italian democracy, Alessandro Portelli raised the controversies involved and the myths that surround the memory of the event. “I’m using a specific Roman incident to raise questions mainly on how public memory works. I am hoping that through the comments and question-and-answer round, this session will turn into a learning experience for me,” said the oral historian, adding, “I don’t know much about India or more like, not enough that I can talk about.” He added, “Im trying to find my way around the City since it’s my first time here. But I have found that people here are showing a lot of interest in my work.” Speaking during the event, Alessandro Portelli pointed out that the ‘cold-blooded massacre’ is a highly symbolic event. “Having taken place in Rome, which houses the head of the Catholic Church, it was bound to have a greater resonance than if it had taken place in a smaller place. The massacre has a long history and is highly symbolic,” he said. Indira Chowdhury, director of Centre for Public History said, “It’s taken a while to organise this event. But we felt that there would be many who would benefit by listening to this lecture.” The packed auditorium listened in rapt attention. “My keen interest in history is what brings me here. I am an avid reader and am paticularly fond of non-fiction. It will be interesting to hear different perspectives. But it’s not often that I get to attend a lecture of this kind,” said Prashanth, a member of the audience. Many who made their way to the lecture after work were hoping that it would be worth the effort. “I want to understand the history of Rome of which I don’t have much of an idea. This is a great opportunity for me to do the same,” said Arun, another member of the audience. History student Sowmya, who enjoyed the experience, shared, “I didn’t know what to expect when I came in. But it was really interesting and that just shows in the sheer number of people who are here.” The Hindu November 14, 2013 The right to remember SRAVASTI DATTA TALK Alessandro Portelli’s talk on The Fosse Ardeatine Massacre brought to light the role of memory in shaping a narrative Differs in the tellingAnd in reminiscence, according to Alessandrophoto: sampath kumar g.p. Our understanding of the past is often coloured by how we choose to remember it. This was reflected in a recent talk Event and Memory: The Fosse Ardeatine Massacre held at National Gallery of Modern Art (NGMA) by the Centre for Public History of Srishti School of Art, Design and Technology. Renowned oral historian, writer and musicologist, Alessandro Portelli spoke about his book The Order Has Been Carried Out , which explores the Fosse Ardeatine Massacre. On March 24, 1944, 335 men were killed by Nazis in Rome. “The attack was supposedly in retaliation for a Partisan attack, an attack that the Italian liberalisers had waged against the Nazis,” says Alessandro. “Rome became the head quarters for the Nazis fighting in the front. As soon as the Nazis occupied the city, an underground liberation movement began. It was an entirely voluntary movement and all the political anti-fascist organisations joined them. It was a hard time for the people in Rome. They had to survive hunger and air raids, which killed thousands of people. To affirm that Rome was not entirely under the Nazis, the partisans began to attack the Nazis in different parts of the town.” On March 23, 1944, a group of Partisans attacked a group of Nazi soldiers attached to the SS. “It was an event that seemed to show that the Nazis did not control the city, that they were not invulnerable. And, therefore, it became immediately necessary for the Nazis to terrorise the city.” Significant The massacre became symbolic for a number of reasons. “The first was the location of the massacre. Rome is not just any place. It is a highly symbolic city. In fact, throughout WWII, in Europe, this was the only major cold blooded massacre that took place in a big city. This wasn’t the worst massacre in the history of Germany-occupied Italy. There have been others in which more people were killed by the air raids of the Allies. Most Nazi massacres took place in rural places. In most other mass killings, the social composition of the victims was relatively homogenous as the population of a rural village or a small town is. In Rome, what you had was a cross-section of the population of the big city.” The stories Alessandro has chronicled in his book are of the people who were involved in the event. “The victims were all men, which means the story of the survivors were mainly memories of women.” And it was in speaking to and understanding the stories of those who were directly affected by the massacre, that Alessandro realised that oral history goes beyond what society considers “relevant” to be recorded. Alessandro says the massacre was a complicated process. “It was very well organised. They drew up lists, they had logistics. “Often in the commemoration of the event, people talk about it as a ‘barbarous, savage massacre’, I think this is a serious mistake. This was a highly civilised massacre. It could not have been performed unless you had all of state and bureaucracy working to make it possible. It is important to understand that if we say it was a barbarous massacre, we are saying we have had nothing to do with it, we’re civilised. It was our civilisation that made Auschwitz possible; it could not have been done without chemical industries, without the modern state. “That raises the meaning of the event in terms of our heritage, our civilisation.” However, what makes this event especially controversial is the way it’s been remembered, says Alessandro. “The anti-Partisan narrative goes like this: the Partisans attacked those poor German soldiers and they killed them and then the Nazis posted bills all over the city saying unless the perpetrators turn themselves in, we shall have to kill 10 people for every German killed, so that in the end the blame falls on the Partisans, who are guilty of not turning themselves in and therefore, forcing the poor Germans to kill 335 people. “So who do we blame? We do not blame the Nazis because they did what they had to do. But we blame the Partisans for attacking the Nazis and for allowing them to be killed.” Alessandro says what actually occurred is different from what is remembered of the event. “The Nazis didn’t post any bills and didn’t look for Partisans. The massacre took place less than 24 hours after the Partisan attack. So it’s clearly a false narrative. However, it has taken roots in public imagination due to a number of reasons.” SRAVASTI DATTA

17 ottobre 2013

Due interventi su Erich Priebke

1. il manifesto 16 ottobre 2013 “Vengo a seppellire Cesare, non a lodarlo”, dice Antonio, nel Giulio Cesare di Shakespeare. Ma finge, e la sepoltura i trasforma in sovversivo elogio funebre. Allo stesso modo, apertamente, gli eredi neonazisti di Erich Priebke non vengono a seppellirlo ma a pretendere di lodarlo. La questione della sepoltura si è posta subito dopo il ritrovamento dei corpi degli uccisi alle Fosse Ardeatine. Mi raccontava la signora Vera Simoni, figlia del generale Simone Simore (torturato a via Tasso e ucciso alle Fosse Ardeatine) che il generale John Pollock, comandante delle truppe alleate dopo la liberazione di Roma, aveva pensato che, visto che i corpi erano già sotterrati, si potevano lasciare lì e costruirci sopra un monumento. Ma sua madre, e altre vedove delle Ardeatine, si opposero: noi vogliamo il riconoscimento di tutti, uno per uno, dissero. Da lì cominciò lì il tremendo lavoro del professor Attilio Ascarelli, dei suoi collaboratori, e dei familiari in lutto, per tirar fuori i corpi dalla terra, riconoscerli, e finalmente seppellirli. Sotterrare non è lo stesso che seppellire: di mezzo, scrive Ernesto deMartino, c’è il pianto e c’è il rito, che servono a far passare la perdita in valore. Per questo le spoglie di Erich Priebke sono un problema così grande. Da un lato, c’è la questione di disporre di un corpo - - magari, per certi cristiani, anche di pregare per la sua anima, cosa a cui anche i peggiori assassini hanno diritto (anche se sospetto che nel caso di questo peccatore non pentito non servirà a molto). Dall’altro, c’è il problema del rito: quale valore pensano di estrarre da questo passaggio i preti lefebvriani e i neonazisti, se non la pubblica proclamazione ed elogio dei perversi e protervi “valori” per i quali Priebke ha ucciso? (sarà una coincidenza, ma per parecchio tempo Albano, la cittadina dei Castelli Romani dove si vuole celebrare il funerale, è stato terreno di caccia dei neonazisti e fondamentalisti di Militia. Il loro leader Paolo Boccacci viveva lì, e già altre volte i cittadini democratici sono dovuti intervenire materialmente per impedire sfilate neonaziste in paese). E infine: c’è il pianto. C’è qualcuno che davvero piange per Erich Priebke? Non noi, non le famiglie delle sue vittime (qualcuno dice di avere perdonato, altri non perdoneranno mai: sono scelte profonde che spettano a ciascun individuo); nemmeno suo figlio, stando a quello che dice a i giornali. E certamente non i suoi manipolatori e le squadracce neonaziste, per i quali Erich Priebke già da vivo – ma sempre incapace di capire e di sentire - era meno e più di una persona, un docile fantoccio da esibire a comando, e adesso da morto è solo un’occasione. Viene da averne pena. Sotterriamolo e, senza dimenticare niente, lasciamolo lì. 2. Il manifesto 17 ottobre 2013 Racconta Lorenzo Foschi, antifascista di Albano: “Qui c’è un certo Boccacci, Maurizio Boccacci, che è di Albano, e qualche anno fa ha fatto addirittura una manifestazione nazionale della Fiamma Tricolore: settantotto persone in giro per il corso in una città militarizzata dalla sera prima alla nottata dopo... Io mi ricordo, andai in piazza, cominciò ‘sto corteo, li contai: erano settantotto, e c'erano cinquemila persone venute lì per protestare, sulle scalette della sezione, sulle vie laterali che scendono verso il corso – tutta la cittadinanza, saranno state mille persone. Come comincia il passaggio del corteo cominciamo a cantare Bella ciao. Un coro fragoroso, un fragoroso coro di Bella ciao. Un individuo si stacca dal corteo, si mette sotto la sezione e ci fa il segno che ci tagliava la gola. Non ti rendi conto di quello poteva succedere in quel momento – abbiamo aiutato il servizio d’ordine a tenere ferma la gente, perché se no lì succedeva un casino: settantotto ragazzotti, più di mille di noi, che poteva succedere? Fortunatamente, eccetto un paio di cariche dove s'erano dati appuntamento i centri sociali, poi è finita lì”. Bella Ciao ad Albano l’hanno cantata anche davanti alla bara di Erich Priebke, che pretendeva nella loro città gli omaggi funebri, e anche adesso sono tornati a scontrarsi con le provocazioni nazifasciste. L’antica cintura rossa dei Castelli Romani ha visto passare molta acqua sotto i ponti dal tempo delle grandi lotte bracciantili, della Resistenza, delle occupazioni delle terre. L’espansione di Roma ha in parte diluito le roccheforti rosse come Albano o Genzano facendone propaggini della periferia metropolitana, ma non ha cancellato tutto. Quelli che sono andati in strada ieri erano, certo, i discendenti della lotta partigiana e dei suoi protagonisti indimenticabili – Severino Spaccatrosi, Salvatore Capogrossi, Pino Levi Cavaglione... Era, oggi come allora, il senso comune profondo della città che si ribellava. Raccontavano allora altri compagni: “Dalla finestra, un paio di signore hanno cominciato ad urlare “fascisti di merda”, e molti padri di famiglia con i loro figli si sono uniti al presidio antifa, urlando slogan contro la Fiamma e contro il sindaco [di destra] che ha permesso una manifestazione di questo tipo”. E’ successo di nuovo; ma non erano lì per il passato o per la memoria: erano lì per il presente, per la politica e per la dignità di tutti. E’ uno strano paese il nostro. Risponde con uno schieramento militare alla morte di massa nel Mediterraneo, insulta la ministra Kyenge, butta l’acido muriatico sui bambini Rom, erige monumenti al criminale di guerra Rodolfo Graziani, e poi si prodiga in cerimonie, commemorazioni, alate parole sulla memoria – che peraltro incidono relativamente poco: basta sentire la radio in questi giorni per accorgerci di quanti ascoltatori distolgono lo sguardo dal massacro delle Ardeatine per ripetere i soliti falsi racconti antipartigiani su via Rasella. Abbiamo orrore dell’antisemitismo, facciamo leggi contro il negazionismo, e poi sentiamo un presunto un prete cristiano affermare che Priebke “è l’unico innocente dietro le sbarre” – mentendo tre volte, perché Priebke non è innocente, perché dietro le sbarre non c’è stato mai, e perché di innocenti in galera l’Italia è piena. In questo contesto, la protesta di Albano e dintorni è stata una ventata improvvisa di verità. Li dobbiamo solo ringraziare. 3. il manifesto 19 0ottobre 2013 Strano paese l’Italia, dove si dedicano prime pagine di giornali e trasmissioni televisive alle spudorate menzogne di un assassino nazista che sostiene che la Shoah è un’invenzione. Magari l’idea è di confutarle ma intanto si amplificano e si prendono sul serio. Però, visto che questo è l’unico gioco in città, dobbiamo anche noi dire qualcosa. Primo. Erich Priebke mente dicendo che i comandi tedeschi avevano affisso manifesti in cui minacciavano rappresaglie in caso di azioni contro di loro. I manifesti fatti affiggere da Kesselring dopo l’occupazione di Roma dicevano infatti che i colpevoli di azioni antitedesche (quindi: non ostaggi che non c’entravano) sarebbero stati puniti secondo il codice militare germanico. Un manifesto sulle Fosse Ardeatine fu affisso, ma dopo, a strage avvenuta. Ma dimenticano la fatidica frase finale, “quest’ordine è già stato eseguito”. La persone che dicono di averlo visto prima sono forse tratte in inganno dall’errore di sintassi in cui si dice che dieci italiani per un tedesco “saranno” uccisi. Tutto questo Priebke lo sa benissimo, visto che di quei comandi faceva parte. Se dice il contrario non è perché si sbaglia ma perché mente. Secondo. Priebke ripete l’affermazione secondo cui i “comunisti” fecero l’”attentato” proprio per provocare la rappresaglia. Intanto, come fa a saperlo? E poi: ancora negli anni ’90, il giudice Pacioni provò caparbiamente a incriminare i partigiani Bentivegna, Capponi e Balsamo proprio con questa accusa, ma fu costretto a lasciarla cadere e a prendere atto che, per quanto l‘avesse cercata, non esisteva uno straccio di prova in proposito. Se adesso Priebke lo ripete, o se glielo fanno ripetere i manipolatori di cui è stato consenziente pupazzo, lo fa sapendo di non dire la verità. Terzo: non poteva non obbedire all’ordine. Intanto, se davvero avesse fatto tutto questo solo perché costretto, forse qualche segno di turbamento vero nei settant’anni seguenti, l’avrebbe fatto. Poi: non è vero che gli ordini di Hitler non si potessero discutere:Hitler avedva ordinato di far saltare in riail centgro di Roma e deportare diecimila persone, poi di uccidere t50 italiani per un gtedesco, solo dopo una estenuante trattativa si arriva al 10 a 1 La cosiddetta “legge dei dieci italiani per un tedesco” non è mai esistita: basts fare qualche conto elementare su1i datti delle centinaia di stragi naziste per trovare un’aritmentica assolutamente variabile (a Civitella Val di Chiana sono 156 contro 3) . E infine: ma chi l’ha obbligato, Erich Priebke, a mettersi nella condizione di ricevere un ordine simile? Non era mica obbligato, negli anni ’30, ad accettare l’inquadramento nella SS (a proposito: erano un corpo di polizia di partito, non facvano pare delle forze armate. Quindi, Priebke mente anche quando dice che era un “soldato”). Una volta entrato senza che nessuno lo costringesse in quell’organizzazione,Priebke aveva volontariamente consegnato la sua coscienza a Hitler; è inutile che si lamenti poi se Hitler ne ha fatto quello che ne ha fatto. Per tutti i suoi 100 anni, Priebke ha portato la coscienza all’ammasso: come è stato un boia disponibile nelle mani del regime, è stato un pupazzo consenziente nelle mani dei suoi cosiddetti avvocati, e ripete fino a dopo morto le bugie che questi gli hanno messo in bocca. Se adesso stiamo qui a discutere di queste menzogne è anche perché il sistema dei media ci sta facendo perdere il senso della distinzione fra ciò che è vero e ciò che non lo è. In televisione, oggettività significa per condicio fra “tesi” contrapposte, fregandosene di chiedersi se una è sensata e l’altra no (ma come si fa a mettere sullo stesso piano Giulia Spizzichino e l’avvocato Taormina?).Nella rete, come in certe nostre città, rischiamo che l’aria pulita che ci si respira sia soffocata di essere soffocati da ogni genere di spazzatura che circola con la stessa apparente dignità (ma non c’è nessuno a youtube che impedisca di dare spazio a questi veleni?). Infine, ho l’impressione che i media si sia lasciati sfuggire una grande notizia: se prendiamo sul serio quello che dice Priebke, forse allora – dato che lo dice lui – dovremmo metterci anche a discutere se la Shoah è davvero esistita. In fondo, se gli diamo ascolto quando parla di manifesti, di complotti comunisti e di ordini irresistibili, non capisco perché non dovremmo considerarlo un “testimone” quando parla della Shoah. Oppure: se quando buttiamo nella spazzatura il suo negazionismo sul geno11cidio,per qujale masochismo continuiamo a prendere sul serio tutto il resto?

05 ottobre 2013

Giap-Giap-Ho Chi Minh

il manifesto 5.10.2013 Il suo nome aveva ritmato i passi di un paio di generazioni: “Giap – Giap–Ho Chi Minh”. Anche di queste cose è fatto un mito: un nome che diventa suono e un suono che si rende autonomo dalla materia a cui si riferiva. Adesso che arriva la notizia della sua morte, a 102 anni, tanti di quelli di noi che scandivano col suo nome i cortei, e magari qualche volta non sapevano neanche tanto bene chi era, sono quasi sorpresi dal fatto che non si era dissolto insieme con quelle sfilate. Giap-Giap era il suono di un sogno e di un mito, ma Võ Nguyên Giáp era una persona e una storia. Era vivo, anche se dopo tanto tempo non sapevamo più se lottava insieme a noi, o se noi lottavamo ancora insieme a lui. Il Vietnam è stata una delle ultime volte in cui potevamo pensare di sapere da che parte stare, chi aveva torto e chi aveva ragione. Poi le cose si sono confuse, il Vietnam libero e rosso è stato diverso da come lo sognavamo, le tessere del” domino” sono cadute in direzione contraria a quella che immaginava la paranoia imperialista; ma il nome di Giap è indissolubilmente legato non solo a quel sogno ma soprattutto alla memoria di una volta almeno che “i nostri” hanno vinto. “Vietnam vince perché spara”, abbiamo gridato. Giap era un militare, aveva combattuto e vinto contro i francesi, i giapponesi e adesso gli americani. Di quella rivoluzione, Ho Chi Minh era la saggezza e Giap era la forza. La sua morte lo riconduce dal mito alla storia, gli restituisce per intero il suo nome. La lunga vita di Võ Nguyên Giáp ha attraversato tutto il secolo breve e gli ha dato forma. E’ stato un secolo in cui spesso i deboli hanno osato sfidare ai potenti e qualche volta hanno vinto. Per questo i vincitori di oggi vogliono ossessivamente esorcizzare il ‘900. Ricordare Giap, sapere che è esistito, magari anche rivedere (modificare, ma tornare a vedere) certe nostre immagini di allora, ci aiuta a non pentirci e ad essere orgogliosi del nostro tempo. A proposito: dal 1993, Võ Nguyên Giáp era cittadino onorario di Genzano, già roccaforte rossa dei Castelli Romani.

25 agosto 2013

Martin Luther King: I Have a Dream

l'unità 25.8.2013 Cinquant’anni fa, 250.000 persone si raccolsero a Washington in una grande manifestazione “for jobs and freedom” – per il lavoro e la libertà, organizzata da Philip A. Randolph, storico sindacalista militante nero e da Bayard Rusting, pacifista nero, gay, in odore di comunismo. Intervennero sindacalisti , leader religiosi, protagonisti dei movimenti, artisti. Il tutto culminò con lo storico discorso di Martin Luther King, e la sua celebre perorazione: “Ho un sogno…” Sono parole memorabili e in un certo senso sfortunate perché la loro eloquenza ha finito quasi per farci dimenticare le centinaia di migliaia di persone senza le quali quel discorso sarebbe rimasto solo un grande esercizio di retorica, e ridurre questa realtà di massa all’icona di una persona sola. E, riciclata e avvilita in tanti modi (dal caffè Kimbo ad Anna Oxa, da Silvio Berlusconi a Quagliarella) la frase del sogno ha finito per cancellare dalla memoria tutto il resto del discorso e la sua radicale politicità: “Ho un sogno, un sogno profondamente radicato nel sogno americano. Ho un sogno, che questa nazione un giorno sorgerà e vivrà il vero significato del suo credo: Riteniamo che certe verità non abbiano bisogno di dimostrazioni: che tutti gli uomini sono creati uguali… Ho un sogno, che le mie quattro bambine un giorno vivranno in una nazione dove saranno giudicate non dal colore della pelle ma dal contenuto del carattere. Ho un sogno, che un giorno ogni valle sarà elevata, ogni colle e ogni monte sarà abbassato, gli spazi ruvidi saranno levigati e i luoghi distorti saranno raddrizzati, e la gloria del Signore sarà rivelata e tutti i mortali la vedranno insieme”. Il sogno dunque riveste di familiari metafore bibliche (il faro della speranza, le fiamme dell’ingiustizia, l’alba della liberazione, le catene della segregazione …). una rivendicazione morale ma soprattutto politica: l’uguaglianza come significato originario della democrazia americana. King si colloca nella tradizione americana che fonda la denuncia degli errori e le ingiustizie del presente sul recupero dei valori fondanti del paese, evocando esplicitamente i padri fondatori e Lincoln. L’impalcatura del suo discorso sta dunque nella relazione fra il passato concreto della storia, il futuro immaginifico del sogno, e la domanda inevasa: come si fa a far entrare il sogno nella storia? Ma poi scatta un cambio di registro: “Siamo venuti qui, “ dice, “per riscuotere un assegno”. E si apre una insistita sequenza di termini bancari: la Dichiarazione d’indipendenza e la Costituzione sono “una tratta, un pagherò”, che estende a tutti, bianchi e neri, l’”eredità” dei diritti inalienabili di vita, libertà e ricerca della felicità. “Invece di onorare questa sacra obbligazione,” continua,” l’America ha dato ai suoi cittadini di colore un assegno a vuoto, che è tornato indietro con il timbro ‘scoperto’. Noi rifiutiamo di credere che la banca della giustizia abbia fatto fallimento, di credere che non ci siano fondi sufficienti nei grandi forzieri di opportunità di questa nazione. Così siamo venuti a incassare quell’assegno – un assegno pagabile a vista che ci darà le ricchezze della libertà e la sicurezza della giustizia”. Apparentemente, in questa prosaica allegoria bancaria, siamo molto lontani dalla poetica del sogno. Ma c’è nulla di volgare o irriverente: le figure economiche non mancano nella Bibbia e nel Vangelo; e la poetica del protestantesimo americano sa attribuire significati spirituali ai più ordinari oggetti quotidiani; soprattutto, l’America, fondata da illuministi consapevoli della natura contrattuale del patto sociale, non si vergogna di parlare di denaro. Così, King ancora la rivendicazione morale dell’uguaglianza alla nascita stessa del suo paese: se di diritti civili parliamo, è nella sua storia civile che dobbiamo cercarne le basi. Anche per questo King insiste che queste promesse sono state fatte ai cittadini americani, che gli americani ne sono gli eredi, che quelli che rivendicano sono diritti americani : “Non ci sarà tranquillità in America finché ai Negri non saranno riconosciuti i loro diritti di cittadinanza”. Così, sposa la radicalità dell’ammonimento all’America (“i turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondazioni della nostra nazione”) con l’ammonimento alla moderazione rivolto ai suoi (“Dobbiamo condurre sempre la nostra lotta sull’elevato piano della dignità, della disciplina e del sacrificio. Non dobbiamo permettere che la nostra creative protesta degeneri in violenza fisica. Sempre più dobbiamo elevarci alle maestose altezze di chi affronta la forza fisica con la forza dell’anima” perché “la sofferenza immeritata è redenzione”). E’ dopo queste concrete argomentazioni politiche che il discorso prende il volo. Ce ne accorgiamo dall’irruzione di un altro procedimento poetico: la ripetizione cumulativa, accompagnata dal crescere ispirato della voce e dal ritorno alle grandi metafore bibliche. “Ci chiedono: quando sarete soddisfatti? Non saremo mai soddisfatti”, risponde; e ripete: non saremo mai soddisfatti, finché saremo soggetti agli orrori della brutalità poliziesca; non saremo mai soddisfatti finché non potremo riposare negli alberghi e nei motel, non saremo mai soddisfatti finché la nostra mobilità sociale sarà solo da un ghetto a un ghetto più grande, finché i nostri figli saranno umiliati dalle scritte “solo per bianchi”, finché i neri in Mississippi non potranno votare e a New York penseranno di non avere nulla per cui votare. “No, no, non siamo soddisfatti, e non saremo soddisfatti finché la giustizia scorrerà a valle come le acque e il diritto come un fiume possente”. In queste parole c’è anche qualcosa del Martin Luther King futuro, capace di estendere la lotta dalle ingiustizie di diritto al Sud alle ingiustizie economiche di fatto al Nord. Troppo spesso dimentichiamo che la manifestazione del 28 agosto era convocata “per il lavoro e per la libertà”, che i suoi promotori sono innanzitutto sindacalisti, che tra le sue rivendicazioni dichiarate erano la parità universale nella formazione e dignità del lavoro e l’aumento dei minimi salariali. E che nel suo discorso John Lewis, dello Student Non Violent Coordinating Committee (l’organizzazione da cui poto tempo dopo scaturirà il grido “Black power”) aveva gridato: “Oggi manifestiamo per il lavoro e la libertà, ma non abbiamo niente di cui essere orgogliosi. Centinaia e migliaia di nostri fratelli non sono qui perché sono pagati con paghe di fame o non sono pagati affatto, mezzadri nel Mississippi che lavorano per meno di tre dollari al giorno, 12 ore al giorno… Ci dicono di essere pazienti e aspettare, ma non possiamo essere pazienti…. Fino a quando possiamo essere pazienti? Vogliamo la libertà e la vogliamo adesso” (e bisogna ascoltare le registrazioni per rendersi conto dell’ovazione possente che accoglie quel “now!”). Qui sta il passaggio più fragile e più potente del discorso. Da un lato, a chi grida “freedom now!”, King offre un generico ottimismo: “Tornate al Mississippi, tornate all’Alabama, tornare alla Sud Carolina, tornate alla Georgia. Tornate alla Louisiana, tornate allo squallore e ai ghetti delle città del nord, sapendo che in qualche modo (“somehow”) questa situazione può essere cambiata e lo sarà”. In quale modo? Con che strumenti, con che potere? Ma intrecciando la retorica delle origini democratiche con la Bibbia e gli spiritual, King fonda questa vaga speranza sul potere immateriale ma irresistibile della visione: è il momento indimenticabile del suo ribadito “I have a dream”. Per cambiare la situazione è decisiva la forza morale, la indomata soggettività e la ritrovata dignità di un movimento che si è dato una visione. Senza il sogno la realtà non cambierà mai. Utto il resto, le politiche e le strategie, viene dopo. Di qui la potenza e l’ambiguità di questa figura. Certo, il sogno rinvia a un futuro senza data – “One day”, un giorno (“che succede a un sogno differito?” aveva scritto Langston Hughes: “avvizzisce con un grappolo al sole, imputridisce come una piaga? Marcisce, si affloscia come un carico pesante? O invece esplode?”). Eppure, il sogno è la più alta delle possibilità umane, la capacità di vedere l’invisibile, dargli forma, cominciare a cercarlo. Il “sogno americano” è infine questo: non che gli americani sognino di più o sognino tutti lo stesso sogno o abbiano dei sogni tanto diversi dai normali sogni del genere umano. E’ che, nel momento in cui parole come “ricerca della felicità” o come “sogno” entrano nel lessico politico, il futuro è affidato all’umanità profonda di ciascun cittadino. Nel suo sogno, King intreccia l’ideologia liberale della rivoluzione americana, che attribuisce i diritti alla sfera individuale, con l’etica della controcultura, che fa nascere la rivoluzione dall’interno di ciascuno di noi. Anche noi abbiamo un nostro sogno differito, un contratto non soddisfatto: quell’articolo 3 della Costituzione che va anche oltre il “sogno americano”, perché proclama che realizzare la ricerca dell’uguaglianza è soprattutto “compito della Repubblica”. La cattiva politica di oggi non si limita a differire il sogno: lo azzera, lo annulla, lo nega. Perciò il sogno americano di Martin Luther King ricorda anche a noi che la possibilità di un futuro comincia nell’immaginare un altro mondo, cercare di dargli forma, e provare a realizzarlo.