23 maggio 2015

La polizia uccide

Il 4 febbraio 1999, Amadou Diallo, uno studente africano che era a New York per motivi di studio, fu fermato da quattro agenti di polizia sulla soglia della sua casa del Bronx. Mentre metteva la mano in tasca per estrarre il portafoglio e far vedere i documenti, i quattro gli esplosero contro 41 colpi di arma da fuoco, uccidendolo. Diallo era disarmato. I poliziotti dissero che erano alla ricerca di un criminale e che la sua descrizione poteva corrispondere alla fisionomia di Amadou Diallo. Effettivamente, tanto il ricercato quanto la vittima erano neri. I quattro poliziotti resteranno impuniti. Pochi mesi dopo, il 4 giugno, ad Atlanta, Bruce Springsteen e la E Street Band eseguono per la prima volta una nuova canzone – 41 Shots: “E’ un’arma, è un coltello, è un portafogli? È la tua vita, non è un segreto che puoi essere ammazzato solo perché vivi nella tua pelle americana”. La strofa centrale della canzone è un dialogo fra una madre e un figlio: “In queste strade, Charles, devi capire le regole. Se un poliziotto ti ferma, promettimi che sarai sempre educato, che non ti metterai a correre e scappare, e che terrai le mani bene in vista”. Sono praticamente le stesse parole che il sindaco di New York, Bill de Blasio (sua moglie è nera, e quindi lo sono ufficialmente i suoi figli), ha pronunciato dopo l’uccisione impunita di Eric Garner, afroamericano ucciso a New York il 17 luglio 2014 dalla polizia: “Mia moglie e io abbiamo dovuto parlarne per anni a nostro figlio Dante. E’un bravo ragazzo, che rispetta la legge, a cui non verrebbe mai in mente di fare niente di male, eppure c’è una storia che ci pesa addosso, ci sono dei pericoli che corre – abbiamo dovuto letteralmente addestrarlo, come tante famiglie di questa città per decenni, e insegnargli a stare molto attento quando incontra gli agenti di polizia che sono lì per proteggerlo. E’ un doloroso senso di contraddizione che i nostri ragazzi vedono – la polizia è qui per proteggerci eppure c’è una storia che dobbiamo superare, perché tanti dei nostri ragazzi hanno paura. E tante famiglie hanno paura”. Anche il poliziotto che ha ucciso Eric Garner è stato assolto. I figli del sindaco di New York sono neri. E’ nero anche il presidente degli Stati Uniti, e sono nere le sue figlie. Il 26 febbraio 2012 Trayvon Martin, un ragazzo nero di 17 anni, disarmato, fu ucciso a Sanford, Florida, dal vigilante George Zimmerman (anche lui assolto, dopo un lungo ciclo di indagini e processi). Barack Obama commentò: “Quando penso a quel ragazzo, penso alle mie figlie… Se avessi un figlio, somiglierebbe a Trayvon” – avrebbe la stessa “pelle Americana” e correrebbe gli stessi rischi. Puoi essere figlio del sindaco, figlio del presidente, o un borsista africano del Bronx, non fa differenza: la prima e ultima cosa che gli agenti vedono è la tua pelle. La morte di Michael Brown, diciottenne disarmato ucciso il 9 agosto 2014 da un poliziotto bianco a Ferguson, Missouri, e quella di Eric Garner, soffocato a morte da un poliziotto bianco a New York il 17 luglio 2014 sono solo un paio fra gli episodi recenti di una lunga storia. Le più drammatiche rivolte dei ghetti americani – Los Angeles 1992, Miami 1996, Cincinnati 2002 – sono scaturite da episodi di violenza poliziesca. Ma gli episodi di Ferguson e New York hanno segnato un cambiamento nello stato d’animo della popolazione afroamericana, e non solo, risultato di un’amara presa d’atto: l’elezione di un presidente afroamericano ha conferito alla comunità nera una maggiore certezza dei propri diritti di cittadinanza, e reso più insopportabile il fatto che continuino ad essere violati impunemente come se niente fosse cambiato. Così, alla mobilitazione locale e nazionale dopo l’uccisione di Michael Brown (e alle risposte violente della polizia), hanno fatto seguito i “die-in” a New York e altrove, in cui centinaia di persone, bianchi e neri insieme come ai tempi della lotta per i diritti civili, si sono distese a terra ripetendo come slogan le ultime parole di Eric Garner: “I can’t breathe”, non posso respirare. Eric Garner è stato ucciso da in “chokehold”, la presa da dietro con le braccia attorno alla gola. La “chokehold” (“presa a soffocamento”) è parente stretta di quella mortale pratica della”contenzione” che ha provocato non poche vittime anche in Italia. L’abbiamo vista al cinema nella morte di Radio Raheem in Fai la cosa giusta di Spike Lee (che infatti ha mixato le immagini del suo film con quelle della morte di Garner in un video di grande efficacia). “I can’t breathe” è sia una ripresa letterale delle ultime parole di Garner soffocato dalla “chokehold”, sia una metafora dell’atmosfera irrespirabile che si è creata attorno al rapporto fra polizia e minoranze negli Stati Uniti– “la storia che ci grava addosso” , nella parole del sindaco de Blasio. E’ un clima che è stato reso ancora più pesante dall’assassinio di due poliziotti a New York, il 21 dicembre 2014, da parte di un attentatore afroamericano che si è poi suicidato. Nessuno dei due poliziotti uccisi - Liu Wenjin and Raphael Ramos – era bianco. L’evento ha aggravato ancora di più la tensione fra le forze di polizia da un lato e la comunità afroamericana e i difensori dei diritti civili dall’altro, come se la morte di due agenti delegittimasse le proteste e la rabbia per l’assassinio dei ragazzi neri. Ma gli inviti di de Blasio sospendere le proteste hanno avuto un effetto molto limitato. A questa tensione contribuiscono una serie di elementi: lo spirito di corpo, la certezza dell’impunità, il razzismo diffuso, il cosiddetto racial profiling, la segregazione residenziale e la cultura delle armi. Un malinteso spirito di corpo non è certo una specificità americana: i casi Cucchi, Aldrovandi, Magherini e tanti altri mostrano come anche in Italia le cosiddette forze dell’ordine si chiudano a riccio a protezione dei loro membri responsabili di atti di violenza, come se denunciare un abuso da parte di singoli agenti equivalesse ad aggredire l’intera organizzazione anziché cercare di migliorarla. Anche negli Stati Uniti la polizia copre gli abusi invece di liberarsi dei responsabili e arriva (come da noi nel caso di Aldrovandi) a manifestare pubblicamente in difesa dei responsabili. Negli Stati Uniti, questa difesa corporativa ha assunto toni anche spettacolari. Si era appena diffusa la notizia della canzone di Bruce Springsteen su Amadou Diallo che i poliziotti di New York si sono dichiarati insultati e offesi e hanno annunciato – seguiti da stampa simpatetica – il boicottaggio dei concerti di Springsteen. La canzone non l’avevano neanche sentita, ma nominare i “41 colpi” gli pareva in sé una provocazione intollerabile: sull’episodio doveva scendere il silenzio, il solo fatto di parlarne era un’aggressione all’intero corpo di polizia. Eppure la canzone è forse l’unico testo nella cultura popolare americana che cerca di vedere anche il punto di vista dei poliziotti e immaginare la loro umanità: la prima strofa li mostra inginocchiati davanti al corpo di Diallo, che pregano disperatamente perché non muoia. Più recentemente, si è ripetuto il gesto clamoroso dei poliziotti che, in occasione della commemorazione dei due commilitoni uccisi, hanno voltato pubblicamente e ostentatamente le spalle al sindaco de Blasio, colpevole di avere constatato che i ragazzi neri hanno motivo di avere paura della polizia. La dimensione corporativa culmina con il senso di impunità. Anche questa non è una specificità americana: basta pensare alle brillanti carriere dei poliziotti condannati dopo i fatti di Genova del 2001. Allo stesso modo, gli assassini di Amadou Biallo, Michael Brown, Eric Garner, Trayvor Martin sono andati tutti impuniti, ed è stato anche questo che ha suscitato la rabbia e l’indignazione in tutto il paese. C’è una sistematica vicinanza ideologica, sociale e culturale fra l’universo delle forze dell’ordine e quello delle commissioni che indagano e infine decidono sul loro comportamento. Spesso (un po’ come nei nostri processi per stupro – o come nel caso Cucchi), il procedimento nei confronti degli agenti si è trasformato in un’aggressione all’identità delle vittime nel tentativo di dimostrare, contro ogni evidenza, che erano loro gli aggressori (è il caso delle prime versioni della morte di Michael Brown – ma anche il paradossale tentativo di dimostrare che nel caso di Trayvor Martin il vero razzista era lui) o comunque che se l’erano cercata, che se lo meritavano, che erano dei poco di buono marginali. Al centro di questo quadro, naturalmente, sta il razzismo: il pregiudizio e la paura dell’altro. Non è certo un’esclusiva della polizia, ma diversi studi hanno dimostrato che tra i poliziotti il pregiudizio è ancora più diffuso che nella popolazione in generale. Per esempio, in un esperimento condotto dopo l’uccisione di Diallo, la maggioranza dei soggetti scambiavano oggetti innocui per armi con più frequenza se l’immagine era accompagnata da un faccia nera che non da una faccia bianca; e questa tendenza era ancor più marcata fra gli agenti di polizia che avevano partecipato all’esperimento. Come disse uno dei ricercatori, “i poliziotti sono addestrati ad essere molto sensibili alle armi, ma non a disfare gli stereotipi razziali inconsci”. Anche qui non si tratta di una speciale perversità americana: un pregiudizio, implicito e talora esplicito, segna anche il rapporto fra forze dell’ordine e stranieri e migranti in Italia. Ma negli Stati Uniti riceve una definizione e una sanzione quasi istituzionale, sotto il nome di “racial profiling”. Il profiling è una tecnica investigativa che cerca di identificare gli autori di atti criminosi ricostruendone dagli indizi disponibili i tratti psicologici e il retroterra culturale; il profiling razziale è invece l’abitudine degli agenti di assumere l’identità etnica o il colore della pelle di una persona come motivo per ritenerla automaticamente sospetta di comportamenti criminali. Teoricamente il “racial profiling” sarebbe vietato, ma nella pratica investe continuamente la vita quotidiana di afroamericani e ispanici. Per esempio, essere neri, magari benvestiti, e alla guida di una macchina non scassata può essere motivo per venire sospettati di averla rubata ed essere fermati e inquisiti (è successo al filosofo e professore universitario Cornell West). Il “black English” afroamericano ha inventato una ironica definizione di questo crimine: DWI, Driving While Black (parodia del DUI, Driving Under the Influence, guida in stato di ubriachezza o sotto gli effetti della droga): guida in stato di nerità. Un rapporto del Dipartimento della Giustizia riferisce che neri e gli ispanici alla guida vengono perquisiti tre volte più spesso dei bianchi quando vengono fermati per motivi di traffico. Gli afroamericani hanno il doppio delle possibilità di essere arrestati e il quadruplo delle possibilità di subire atti violenti in occasione di incontri con la polizia. Essere nero, giovane e maschio è in sé segno di essere sospetto o direttamente criminali: la presunzione di innocenza si rovescia, sei colpevole fino a prova contraria. Puoi essere anche un professore di Harvard di fama internazionale, come Henry Louis Gates, ma se sei nero e stai armeggiando di fronte alla porta di casa tua, puoi essere arrestato e portato in commissariato (per aver criticato questo comportamento, Barack Obama – sospettato di solidarietà razziale - ha dovuto chiedere scusa al poliziotto protagonista di questo brillante arresto e premiarlo con un invito alla Casa Bianca). Una legge varata in Arizona nel 2010 ordinava che chiunque fosse arrestato per qualunque motivo doveva dimostrare di non essere un immigrato clandestino: ovviamente, il sospetto gravava in primo luogo su chiunque sembrasse di origine messicana o chicana. L’episodio di Henry Louis Gates rinvia a un altro elemento: la segregazione residenziale. Nella sua narrazione autobiografica (Black Boy, 1946), Richard Wright ricorda la paura con cui lui, ragazzo nero, attraversava i quartieri bianchi tornando a casa dal lavoro. I “restrictive covenants”, gli accordi fra proprietari per non vendere o affittare case ad afroamericani, sono vietati dalle leggi sui diritti civili di Lyndon Johnson negli anni ’60; ma, nella misura in cui la razza si incrocia con la classe, i quartieri restano in gran parte socialmente, e quindi etnicamente omogenei – tanto più in quanto si sono diffuse le cosiddette “gated communities”, i quartieri privati recintati ed esclusivi in cui vive solo chi è simile a tutti gli altri. Così, come un nero al volante di una bella macchina è sospetto di furto, così un nero che apre la porta di casa sua in un quartiere borghese di Cambridge, Massachusetts non può essere altro che un rapinatore. Un nero in un quartiere del genere è un corpo fuori posto: c’entra anche questo nell’uccisione di Trayvor Martin in Florida: prima di scontrarsi con lui e di ucciderlo, il vigilante George Zimmerman chiamò la polizia per avvertire che “un tizio assai sospetto…. un maschio nero... sta guardando le case”, ed è quindi – nero, giovane, maschio - automaticamente sospetto di volerle rapinare. A tutto questo va aggiunta l’ossessione americana per le armi. Questo elemento funziona in due direzioni convergenti. Da un lato, questo significa che la polizia, spesso munita - come quella di Ferguson, Missouri, di armi pesanti da guerra – non ha molte remore a usarle. Dall’altro, il fatto che ci siano così tante armi in circolazione induce negli agenti l’aspettativa che qualunque soggetto “sospetto” sia armato. Nella maggior parte degli Stati Uniti, l’unico elemento di moderazione sul possesso delle armi è la norma che autorizza a portarle purché siano visibili; la Florida, dove viene ucciso Trayvor Martin, è uno di quegli stati che invece autorizzano il possesso di armi anche nascoste. Bisogna armarsi, dice la National Rifle Association, perché solo così ci si può difendere dagli aggressori armati che stanno dappertutto: una mentalità da assedio che si traduce, dopo l’11 settembre, in quell’ossessione del terrorismo che salda le paure private alle paranoie pubbliche Così, al pregiudizio e al “racial profiling” si aggiunge la paura. I poliziotti vedono una minaccia in ogni nero e in ogni ispanico povero nel posto sbagliato: Andy Lopez, un ragazzino messico-americano di13 anni, viene ucciso a Sonoma, California, il 22 ottobre 2013, da un delegato dello sceriffo che scambia il suo fucile giocattolo per un’arma vera. Certo, spesso le armi sono vere sul serio, non di rado l’affermazione di avere sparato per legittima difesa corrisponde a verità, e non sono pochi i poliziotti che restano uccisi nell’esercizio delle loro funzioni. Altre volte, si tratta di un’affermazione non dimostrata ma plausibile. Ma anche in questi casi troppo spesso l’addestramento ricevuto non mette i poliziotti in grado di controllare il panico o di rispondere a una minaccia vera o percepita senza uccidere. Il 24 dicembre 2014, Antonio Martin, 18 anni, è ucciso da un poliziotto a St. Louis, non lontano da Ferguson, mentre sono ancora vive le proteste per l’uccisione di Brown e Garner. La polizia afferma che era armato. Il video di sorveglianza della stazione di servizio dove avviene il fatto mostra che Martin ha un braccio teso verso l’agente; non si distingue nessuna arma ma il poliziotto “ha sparato perché aveva paura per la propria vita”. Era la terza persona uccisa dalla polizia a St. Louis dopo la morte di Michael Brown. In un altro caso la vittima era effettivamente armata e aveva sparato per prima. Ma al di là di episodi comprensibili, resta il fatto che gli Stati Uniti sono un paese che fa un uso sproporzionato della repressione e del carcere, e che questa distorsione grava in modo sproporzionato sulla popolazione afroamericana e latina. Un documento della National Association for the Advancement of Colored People (l’organizzazione che lavora soprattutto sui diritti legali degli afroamericani), fornisce alcuni dati (http://www.naacp.org/pages/criminal-justice-fact-sheet). Gli Stati Uniti sono il 5% della popolazione mondiale, ma hanno il 25% delle persone in carcere (2,3 milioni al 2008). Il 3,2% della popolazione è sotto il controllo dell’autorità giudiziaria, in carcere o in libertà provvisoria. Afroamericani e ispanici sono circa un quarto della popolazione degli Stati Uniti, ma costituiscono quasi il 60% dei detenuti. Il 58% dei detenuti nei carceri giovanili è nero; e sono in aumento anche le donne nere detenute. In Italia, dove la quota di stranieri sulla popolazione residente è attorno al 7%, gli stranieri in carcere sono attorno al 23%. Nel frattempo la polizia continua a uccidere: nel mese di gennaio 2015, quindi dopo tutto quello che è successo dopo la morte di Michael Brown, le persone uccise dalla polizia – di tutti i colori, in ogni genere di circostanze, sono 58. Nel 2014, i morti per mano della polizia superavano i 600. Il 28 dicembre 2014 a Jacksonville in Florida David Scott è ucciso da una squadra speciale di polizia. L’ufficio dello sceriffo spiega: “Hanno visto che aveva in mano un oggetto che sembrava una pistola, lo puntava come se fosse una pistola, e gli hanno sparato 21 volte al torso, alle braccia e alle gambe.” L’oggetto che aveva in mano, che ha indotto gli agenti a un panico omicida, era una scatola avvolta in un calzino. La morte di Amadou Diallo non ha insegnato niente.

La polizia uccide

La serie degli omicidi razziali della polizia americana si allunga: in pochi mesi, Treyvor Martin, Michael Brown, Eric Garner, Antonio Martin, David Scott… In questa settimana, il senza casa dal simbolico soprannome di “Africa” a Los Angeles; e Anthony Robinson, 19 anni, a Madison, Wisconsin, nel giorno simbolico del cinquantenario della manifestazione per i diritti civili a Selma mezzo secolo fa (e della sua violenta repressione da parte della polizia). E non sono tutti: Nel 2014 le persone uccise dalla polizia sono oltre 600, di tutti i colori ma soprattutto nere e latine. La geografia di questi omicidi compre l’intero territorio degli Stati Uniti: Florida, New York, Missouri, California, Wisconsin, da sud a nord, da est a ovest. Come dire che il problema non è Selma del 1965 ma l’America intera del 2015. Ha ragione Barak Obama: Selma è adesso, ha detto, ed è dappertutto. Di che è fatto il razzismo che alimenta questa serie di crimini? In primo luogo, il disprezzo: le vite degli afroamericani contano meno (“black lives matter” è stata la parola d’ordine delle proteste negli ultimi mesi). L’impunità e lo spirito di corpo: nessun poliziotto ha perso il posto e tanto meno è andato in carcere per avere ucciso un nero. L’incompetenza: ma è mai possibile che l’unico modo che hanno per controllare persone che reagiscono (o sembra che reagiscano) ai tentativi di arresto sia di ammazzarle? E al tempo stesso, l’addestramento: il racial profiling insegna a vedere in ogni giovane nero un potenziale criminale. Di qui, l,a paura e la paraonoia: in un paese dove tutti sono armati, ci si aspetta che anche i sospettati lo siano, e al primo gesto si risponde, come nel mitico West, sparando per primi – anche ai disarmati. Un tempo dicevamo che l’America è il gendarme del mondo. Nelle periferie di St. Louis e di Madison i gendarmi americani si comportano come il loro paese, intrecciando la paura del terrorismo col senso della propria onnipotenza, si è comportato in Irak e in Afghanistan dopo l’11 settembre (immaginandosi armi di distruzione di massa dove non ce n’erano, come i poliziotti di Harlem e Jacksonville hanno scambiato oggetti innocui per pistole). Il 28 dicembre 2014 a Jacksonville in Florida David Scott è ucciso da una squadra speciale di polizia. L’ufficio dello sceriffo spiega: “Hanno visto che aveva in mano un oggetto che sembrava una pistola, lo puntava come se fosse una pistola, e gli hanno sparato 21 volte al torso, alle braccia e alle gambe.” L’oggetto che aveva in mano, che ha indotto gli agenti a un panico omicida, era una scatola avvolta in un calzino. Nel 1999, a Harlem, Amadou Diallo è stato crivellato con 41 colpi di pistola perché i poliziotti avevano scambiato il suo portafogli per una pistola. E poi c’è la politica. E vero che Selma non è mezzo secolo fa, ma oggi. Da una parte, senza Selma non ci sarebbe Obama: sono i diritti civili strappati dopo quella lotta che hanno reso possibile l’elezione di un presidente nero. Ma è proprio l’elezione di un presidente nero che incita la destra a rimettere in discussione quei diritti perché è il segnale che tanti spazi e privilegi riservati ai banchi non sono più protetti come un tempo. Anche perché da Selma e da Obama,gli afroamericani hanno tratto lì incitamento a far valere i loro diritti di cittadini americani, e in questo modo ne trasformano il senso Diceva Bruce Springsteen: ti possono ammazzare solo perché sei vivo nella tua pelle americana. Altrove ti possono ammazzare perché sei vivo e basta. Ho cominciato elencando i nomi delle vittime afroamericane negli Stati Uniti. Potremmo fare una lista anche noi: Aldrovandi, Cucchi, Magherini, Sandri… Abbiamo una forza politica nazionale in ascesa che invita tutti a proteggersi da neri e immigrati sparando e uccidendo. Stiamoci attenti.

14 febbraio 2015

Massimo Rendina partigiano: dall'8 settembre al 25 aprile

il manifesto 14.2.2015 Dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 l’appassionata storia e la vivida memoria nel racconto del comandante partigiano Massimo Rendina, uno dei veri protagonisti della Resistenza e dell’Italia democratica, raccolto da Alessandro Portelli in una intervista (parte di una lunga narrazione che va dall’infanzia veneziana all’antifascismo dei nostri giorni) presso la Casa della memoria e della Storia di Roma, di cui Rendina era stato un fondatore «Ero tor­nato a Bolo­gna dalla Rus­sia indi­gnato con­tro il fasci­smo per­ché i miei sol­dati li aveva man­dati a morire, senza armi, senza niente, e ripresi a lavo­rare al Resto del Car­lino. L’8 set­tem­bre andai a tro­vare i miei geni­tori a Torino, ma quel giorno i tede­schi entra­rono a Torino. Li vidi entrare, erano molto belli negli imper­mea­bili verdi, mi impres­sionò la dif­fe­renza con il nostro eser­cito scal­ci­nato. E c’erano delle donne che urla­vano, uno di loro sparò e credo che abbia col­pito qual­cuno. Non sono sicuro ma fu deter­mi­nante per me, fu come una ribel­lione inte­riore: gliela fac­cio pagare. Credo che sia suc­cesso a tanti che furono presi da sen­ti­menti diversi, ricordi della prima guerra mon­diale, i giu­ra­menti alla patria, io avevo giu­rato da uffi­ciale… Per cui non ci fu una base comune ma tante sto­rie indi­vi­duali che entra­rono nella Resistenza. «Pos­siamo farlo insieme» Entrai in un bar vicino alla sta­zione e c’era gente che diceva biso­gna fare qual­cosa, basta coi tede­schi, e c’era Cor­rado Bon­fan­tini, che disse: chi vuole fare qual­cosa, pos­siamo farlo insieme. Mi diede appun­ta­mento il giorno dopo e for­mammo le squa­dre, divise fra Par­tito d’Azione e socia­li­sti. Il nostro com­pito era infor­ma­tivo, di sabo­tag­gio e anche di eli­mi­na­zione, simile ai Gap. Io non sapevo che esi­stes­sero i Gap se non per sen­tito dire. Face­vamo le stesse cose, ma senza la stessa capa­cità orga­niz­za­tiva e senza le azioni glo­riose fatte dai Gap di Torino che erano coman­dati da Gio­vanni Pesce e da Ilio Baron­tini, che erano stati in Spa­gna. La prima cosa era pro­cu­rare le armi per for­mare squa­dre che potes­sero com­bat­tere seria­mente, e ali­men­tare la guer­ri­glia che si veniva for­mando in mon­ta­gna. Comun­que abbiamo com­piuto varie azioni, abbiamo fatto sal­tare gli impianti fer­ro­viari, varie cose che si dove­vano fare in quei tempi. Io ero abba­stanza esperto di esplo­sivi per­ché avevo fatto il corso gua­sta­tori nell’esercito. Anche eli­mi­na­zioni: c’era un reparto di poli­zia addetto con­tro i par­ti­giani, e io mi ero fatto amico, fin­gendo di esser fasci­sta, con uno di que­sti agenti che mi diceva come rice­ve­vano le infor­ma­zioni – le dela­zioni sono state mol­tis­sime per­ché erano ben pagate. E io ho par­te­ci­pato a que­ste azioni di eliminazione. I fasci­sti sco­pri­rono il comando mili­tare, col quale ero in con­tatto tra­mite i cat­to­lici. Fu preso in una chiesa, dove avrei dovuto tro­varmi anch’io, tutto il comando mili­tare del Cln e furono fuci­lati al Mar­ti­netto. Per­ché non andai a quell’incontro? Mi aveva man­dato Bon­fan­tini; lui disse a me di andare per­ché si sen­tiva seguito; ci vedemmo a distanza in piazza Cari­gnano e luI mi fece cenno di stare attento; appena fatto que­sto cenno gli sal­ta­rono addosso due, mi ricordo con imper­mea­bili chiari, gli sal­ta­rono addosso. Bon­fan­tini si divin­co­lava e gli spa­ra­rono alla schiena. Io mi allon­ta­nai, ero disar­mato, non andai a quell’appuntamento ma capii che la mia vita sarebbe stata in peri­colo. Mi dis­s­sero di rag­giun­gere un reparto di Giu­sti­zia e Libertà nel Mon­fer­rato. Però avrei dovuto por­tarmi die­tro dei ragazzi della Barca, una zona vicino a Torino, gio­va­nis­simi, ave­vano costi­tuito un distac­ca­mento e fatto delle azioni, quindi li cono­scevo bene. Nel frat­tempo venni a sapere che un ragazzo che si chia­mava Folco Por­ti­nari, che poi sarebbe diven­tato fun­zio­na­rio della Rai e docente, era stato preso dai tede­schi e gli ave­vano detto, a lui e altri, che se si arruo­la­vano nelle SS ita­liane avreb­bero avuto un trat­ta­mento par­ti­co­lare; se no, dove­vano andare ai lavori for­zati in Germania. A punta di pistola A punta di pistola mi feci con­se­gnare un camion dell’azienda del gas, e andai all’appuntamento con que­sti qua­ranta in divisa da SS. Salimmo sul camion e andammo a Superga. Deci­demmo di dor­mire lì nel campo, però i ragazzi della Barca sospet­ta­rono che que­ste SS erano vere, e discu­te­vano se ucci­dermi – poi deci­sero di aspet­tare e io ebbi salva la vita, ma per mira­colo. Fatto sta che con que­sto camion che tra l’altro non andava, uno sopra l’altro, rag­giun­gemmo la 19brigata, e lì mi dis­sero che avrei dovuto coman­dare que­sto reparto, che era piut­to­sto con­si­stente, poi però mi nomi­na­rono capo di stato mag­giore e pas­sammo nella val di Lanzo. Lì avemmo delle avven­ture piut­to­sto pesanti, dei rastrel­la­menti feroci. Uno di que­sti ci portò a disper­derci. La nostra tec­nica era di pre­ve­dere di doverci disper­dere e di avere dei punti di rac­colta. Il mio punto di rac­colta era una con­ce­ria, vicino al parco della Man­dria, e men­tre era­vamo lì che ci sta­vamo rior­ga­niz­zando arrivò uno che sem­brava un con­ta­dino a dire che c’era un car­rar­mato che ave­vano rimesso a posto, pro­prio den­tro la Man­dria, e lui ci avrebbe aperto una certa por­ti­cina e avremmo potuto recu­pe­rarlo. Andammo, presi una decina di uomini, c’era anche Adolfo, il com­mis­sa­rio poli­tico. Io per primo mi pre­sen­tai davanti a que­sta porta, e lui ebbe un’intuizione: mi mise il suo mitra sotto il brac­cio destro, e io avevo la pistola in mano e gli uomini die­tro. Aprimmo que­sta porta — e ci spa­ra­rono. Io non fui preso dai primi colpi per­ché quello che mi doveva ucci­dere fu col­pito da que­sto mitra di Adolfo, ma cadde per terra e sparò una raf­fica e fui ferito, fui ferito gra­ve­mente. Quelli che erano die­tro a me mi tira­rono indie­tro e mi sal­va­rono, men­tre que­sto Adolfo rimase in mano loro e fu preso e lo impiccarono. Mi nasco­sero nei sot­ter­ra­nei della con­ce­ria dove c’erano delle grandi cal­daie, faceva un caldo ter­ri­bile. La ferita mi faceva molto male, sbat­tevo la testa pen­sando di ammaz­zarmi, la pistola non ce l’avevo più, mi inton­tivo sol­tanto, fin­ché mi tira­rono fuori e mi sal­va­rono, pro­prio. Poi i nostri reparti si riu­ni­rono e ritor­nammo nel Mon­fer­rato, e io mi tro­vai in una cascina nel Mon­fer­rato dove vera­mente mi sal­va­rono la vita per­ché ci furono dei rastrel­la­menti feroci e que­sti con­ta­dini, non sapevo nean­che chi fos­sero, rischia­rono la pelle per nascon­dermi, face­vano delle buche col letame per­ché i tede­schi ave­vano dei cani che fiu­ta­vano, e mi sal­va­rono. Con­ti­nuai fino alla libe­ra­zione a zoppicare. Noi ave­vamo dei rap­porti straor­di­nari con la gente. Era­vamo, se si può dire, molto ric­chi, nel senso che una parte della cassa della quarta armata era stata redi­stri­buita alle for­ma­zioni par­ti­giane, soldi ci arri­va­vano anche dalla Fiat, poi anche gli alleati ci man­da­vano non armi ma soldi. Per cui il rap­porto con con­ta­dini era buono per­ché noi paga­vamo, non davamo i buoni. Molte volte erano gene­rosi, non vole­vano essere pagati a volte; noi abbiamo pas­sato un periodo molto buono dal punto di vista dell’alimentazione. Certo le con­di­zioni erano duris­sime ma l’accoglienza da parte della popo­la­zione fu una cosa straordinaria. Scen­demmo dalle montagne Quando scen­demmo dalle mon­ta­gne ci ponemmo il pro­blema di che tipo di guer­ri­glia fare. In pia­nura dove­vamo inven­tare, e io, per carità non pre­tendo di essere uno stra­tega, fui uno dei fau­tori della guerra delle volanti – cioè pren­demmo dei camion grossi, li facemmo coraz­zare, il padre di Ser­gio Pinin Farina ci fece coraz­zare dei camion con delle lastre di metallo, e quat­tro cin­que di quei camion diven­ta­vano una volante, si face­vano della azioni molto veloci soprat­tutto con­tro i posti di blocco, e ci si riti­rava. Durante i rastrel­la­menti si nascon­de­vano que­sti camion, li ave­vamo anche inter­rati con delle fati­che spa­ven­tose per fare delle buche enormi per que­sti camion. Facemmo delle azioni, pren­demmo anche una pic­cola città, Chieri, neu­tra­liz­zando con le volanti i pre­sidi vicini. Per sba­glio nelle prime luci dell’alba io spa­rai un colpo di bazooka con­tro il cam­pa­nile. La presa di Chieri, che pre­lude a Torino, fu inte­res­sante per­ché que­ste bri­gate nere erano gente feroce per cui tro­vammo nei sot­ter­ra­nei gente mori­bonda per­ché ave­vano messo fra le dita dei piedi del cotone imbe­vuto di qual­cosa che bru­ciava e gli ave­vano bru­ciato i piedi, erano in can­crena… E deci­demmo di fuci­larli in piazza, e li fuci­lammo dopo un pro­cesso in cui il pre­si­dente della corte era un uffi­ciale dei cara­bi­nieri che poi diventò il coman­dante dei cara­bi­nieri a Roma. I ricordi, anche dolorosi I ricordi si affa­stel­lano, sono anche dolo­rosi per­ché ci sono tanti morti. Di quei ragazzi della Barca una metà sono morti. Erano ragazzi di sedici, dicias­sette anni, e ave­vano molta fidu­cia in me. Il rap­porto di fidu­cia col coman­dante era impor­tante, non per­ché fosse più valo­roso o corag­gioso ma per­ché ti dava un minimo di sicu­rezza in una guerra così insi­cura come quella della guer­ri­glia. Io avevo l’esperienza della guerra di Rus­sia ma ho avuto delle paure ter­ri­bili. Tu non puoi avere paura: devi reci­tare, di fronte agli altri, per­ché se no li fai morire; la paura del coman­dante è la morte dei sot­to­po­sti. Tu devi reci­tare di sapere quello che vuoi, non avere incer­tezze; se mandi uno in un certo posto è per­ché sai che dev’essere così, que­sto l’avevo impa­rato in guerra in Russia. E così arri­vammo agli ultimi giorni tor­men­tati della presa di Torino. Noi ci atte­stammo sul Po, arrivò l’ordine dal comando di Torino di entrare in città, però di atte­starci prima sul Po per divi­dere le zone d’attacco. E men­tre era­vamo lì rice­vemmo l’ordine di non entrare a Torino. Il colon­nello Ste­vens della radio inglese aveva avuto infor­ma­zioni dal comando gene­rale dell’esercito inglese che c’era un rag­grup­pa­mento di divi­sioni tede­sche che stava pun­tando su Torino. Ste­vens diceva che se noi entra­vamo in Torino, Torino sarebbe stata distrutta, il san­gue sarebbe corso in un modo spa­ven­toso. Noi ci fer­mammo per qual­che ora, medi­tammo – ma la città era insorta, già nelle fab­bri­che si com­bat­teva. Allora Cola­ianni, che si chia­mava Bar­bato come nome di bat­ta­glia, che era il coman­dante della zona atte­stata sul Po, disse: biso­gna entrare. E io fui uno dei primi a entrare, coi miei della Barca che pas­sa­rono il Po. Il coman­dante si inca­volò come una bestia per­ché lasciai il posto per andare con loro, però rien­trai, e entrammo in Torino, mi ricordo con la moto, il side­car. E furono giorni di com­bat­ti­menti feroci. Torino è l’unica città dove si è vera­mente com­bat­tuto tanto, e ci sono degli epi­sodi che non sono stati forse rac­con­tati. La cosa ter­ri­bile di Torino è che c’erano i fran­chi tira­tori, i quali non spa­ra­vano con­tro i par­ti­giani: spa­ra­vano con­tro chiun­que, era un’azione ter­ro­ri­stica. E chi li orga­niz­zava era que­sto Solaro che fu poi impic­cato allo stesso albero di Igna­zio Vian che era un eroico par­ti­giano nostro impic­cato dai fasci­sti. Solaro fu preso non so come, e comin­ciò a dire che era un uomo di sini­stra, che aveva ade­rito al par­tito fasci­sta per­ché voleva che diven­tasse comu­ni­sta… Il tri­bu­nale mili­tare ne ordinò la m+orte. Mi ordinò di farlo impic­care. Fu inca­ri­cato un gruppo della 19ma, però andai anch’io. Ed è una cosa spa­ven­tosa, que­sto uomo distrutto che sa di essere ammaz­zato; per quanto tu possa essere preso dal livore e dall’amore di giu­sti­zia, ti fa sem­pre male vedere un uomo morire in quelle con­di­zioni. Io ero con­tra­rio alle impic­ca­gioni, tanto è vero che ho chie­sto se pote­vamo fuci­larlo, mi dis­sero no; qual­cuno tirò fuori il codice inglese, ma la verità è che vole­vano resti­tuire alla popo­la­zione que­sta visione del col­pe­vole, l’ orga­niz­za­tore dei fran­chi tira­tori. E si ruppe la corda, lui cascò, io andai per sal­varlo, mi sem­brava che fosse il mio dovere, e a quel punto la popo­la­zione sopraf­fece lo schie­ra­mento di que­sti uomini della 19ma, lo impic­ca­rono e impic­cato lo por­ta­rono in giro per Torino fin quando lo but­ta­rono nel fiume»

10 febbraio 2015

Gualtiero Bertelli: Venezia e una fisarmonica il manifesto 10.2.2015 “Mia mamma diceva sempre che ero nato roverso, che fassevo tuto el contrario de quelo che dovevo far. Eccomi qua”. Gualtiero Bertelli racconta come canta e come parla: con naturalezza, con semplicità e con profondità. Il suo libro, Venezia e una fisarmonica. Storie di un cantastorie (Nuova Dimensione, 2014, pp. 251, 15 euro) intreccia lingua e dialetto come le sue canzoni, per raccontarci di un’infanzia e adolescenza dentro una Venezia operaia di cui oggi resta poco o niente, di una storia musicale che comincia con una fisarmonica strimpellata e passa per l’epopea del Nuovo Canzoniere Italiano, di una scuola pubblica dove un maestro intelligente e creativo può fare tante cose importanti. La canzone più famosa di Gualtiero Bertelli è “Nina”, probabilmente la più bella di tutto il nostro canone della canzone politica e di protesta, proprio perché la politica non è sbandierata ma incarnata nei suoi effetti sulle vite, i sentimenti, i rapporti dei protagonisti. Anche questo è un libro politico, che racconta senza fare prediche tante stagioni di lotte e stagioni di crisi, con uno sguardo al tempo stesso partecipe e disincantato, con l’ironia e il senso dell’umorismo di chi, attraverso cambiamenti ed evoluzioni, crede ancora alle cose fondamentali che lo hanno formato. E anche per questo il libro si legge con un piacere non superficiale. Fra l’altro, non mancano momenti divertenti – per esempio, l’incontro con un timido e sconosciuto Fabrizio De André all’esame di compositore per la SIAE; o le irresistibili canzoni anticlericali scritte con Mario Isnenghi. Le protagoniste, come dice il titolo, sono due: la città e la musica. Giustamente, il libro comincia prima della nascita del protagonista, con la nascita delle case e dei quartieri: “All’inizio degli anni ’30 il governo fascista pensò di affrontare il problema devastante dei senzatetto con un piano nazionale di costruzione di case che, per pudore, definì ‘minime’”. Il ragazzo che ci è vissuto canterà poi: ci vuole un bel coraggio a chiamarle case, una stanza di quattro metri con un gabinetto alla turca; “I le ciama case quei disgrassai che ga vissuo per ani da bestie, che ga ciamà case le sofite, i magaseni, i sotoscala”. Ci vorrà un sindaco comunista negli anni ’50 per costruire le case popolari alla Giudecca – “Campomarte, più o meno cinque ettari pullulanti di gente, uomini, donne, giovani, anziani e un numero infinto di bambini riversati da mattina a sera, d’estate come d’inverno, per le strade”. Da queste strade comincia la musica di Gualtiero Bertelli, figlio e nipote di operai che qualche strumento lo suonavano e che alla nascita sentenziano: “Gualtiero farà il musicista” e lo spediscono a lezione di fisarmonica all’età di cinque anni: “Metite in testa che la fisarmonica ti ga da impararla, parché chi che sa un strumento no mor de fame”. Gualtiero debutterà suonano l’Ave Maria di Schubert con la fisarmonica alla festa dell’Unità di Campomarte. La storia di Gualtiero Bertelli musicista, militante politico, autore di canzoni indimenticabili (“rimo agosto Mestre sessantotto”, “Stucky…”) è parte della storia della cultura di opposizione da almeno mezzo secolo;: l’incontro con Luisa Ronchini, la ricerca sulla canzone popolare a Venezia, l’incontro con Gianni Bosio, i concerti in giro per l’Italia… Ma Gualtiero non appartiene solo agli anni ’60: a dieci anni di distanza, darà un seguito a “Nina” raccontandone disillusioni e rimpianti; all’inizio del terzo millennio fa squadra con Gianantonio Stella cantando il racconto dell’emigrazione italiana anche per ammonirci sulla xenofobia e il razzismo che prendono piede in Italia e nel suo stesso Nordest; e più tardi ancora riscopre le figure dei cantastorie antichi e canta ballate nuove su storie del Novecento veneto e italiano, sconosciute, marginali e necessarie. In mezzo, c’è l suo vero mestiere: quello di maestro elementare , che sceglie, negli anni di fermento nella scuola, del Movimento di Cooperazione Educativa, di andare a insegnare nella roccaforte operaia di Mira e scandalizza il provveditorato presentandosi in jeans e maglietta, e fa i conti con i doppi turni, con il travaglio della scuola media unica, con la difficoltà di dare la parola a bambini che non ci sono stati abituati… “L’altro giorno Luciano non aveva la penna e il quaderno…” racconta una sua canzone: e lui è il maestro capace di accorgersi che non è per negligenza ma perché suo padre è operaio alla Mira, sono in sciopero, non hanno quasi da mangiare. “Ho sempre amato la storia”, scrive verso la fine. “Le canzoni l’accompagnano e la documentano, con continuità e con rappresentatività. Si sono cantati fatti, speranze, desideri, ma anche contrasti, dolori, inganni… Non c’è fase della nostra storia che non sia stata accompagnata da canzoni che ancora oggi la fanno ricordare, amare, rifiutare o temere”. E conclude: “Non ho mai smesso di dare concerti per raccontare storie con parole e canti. Storie che avete letto, o che forse leggerete domani”.
La passione indomabile del comandante Max il manifesto 10.2.2015 Mas­simo Ren­dina, coman­dante par­ti­giano, non c’è più. Aveva 95 anni (era nato a Vene­zia nel 1920), forse era nell’ordine delle cose, ma è dif­fi­cile pen­sare a quello che resta dell’antifascismo senza di lui. È stato una figura cari­sma­tica, un grande cuore e una straor­di­na­ria intel­li­genza, capace di appas­sio­nare gli stu­denti in tante scuole di Roma con la sua elo­quenza antica e coin­vol­gente, con la tan­gi­bile pas­sione per la libertà e la giu­sti­zia che lo animavano. Pre­si­dente dell’Anpi regio­nale del Lazio, era stata la sua osti­na­zione a otte­nere da Vel­troni la crea­zione della Casa della Memo­ria a Roma. Ne era stato a lungo il prin­ci­pale ani­ma­tore e la vera ispi­ra­zione: aveva la visione di un punto di rife­ri­mento inter­na­zio­nale, e con la sua com­pe­tenza di uomo della comu­ni­ca­zione si ado­pe­rava (pur­troppo con suc­cesso limi­tato) affin­ché dispo­nesse delle più avan­zate tec­no­lo­gie per col­le­garsi con il mondo intero. Ogni con­ver­sa­zione con lui era intes­suta di ricordi dei suoi rap­porti con figure impor­tanti della sto­ria, da Aldo Moro a papa Woj­tyla, sem­pre rac­con­tati con una pro­spet­tiva inso­lita, piena di rispetto ma mai subal­terna. La sto­ria della sua vita è un filo che attra­versa la sto­ria d’Italia (una lunga inter­vi­sta che facemmo alla Casa della Memo­ria bastò solo a rac­con­tarne una metà; ne pub­bli­che­remo una parte sul «mani­fe­sto» nei pros­simi giorni). Gior­na­li­sta prima della guerra, poi uffi­ciale dei ber­sa­glieri in Rus­sia, ne torna ferito e ade­ri­sce subito dopo l’8 set­tem­bre alla Resi­stenza, nelle bri­gate Gari­baldi con cui entrerà a Torino libe­rata il 25 aprile. Nel dopo­guerra, lavora a «l’Unità», poi entra alla Rai, dirige il tele­gior­nale, viene cac­ciato da Tam­broni per­ché reo di anti­fa­sci­smo, e rein­te­grato da Moro. Con­ti­nuerà a scri­vere su gior­nali e rivi­ste, e sarà autore di due libri uti­lis­simi: Ita­lia 1943–45. Guerra civile o Resi­stenza? (New­ton, 1995) e il pre­zioso Dizio­na­rio della Resi­stenza ita­liana (Edi­tori Riu­niti, 1995). Clau­dio Costa ha curato nel 2011 un film che porta il suo nome di bat­ta­glia, «Coman­dante Max», in cui Mas­simo Ren­dina rac­conta i suoi anni di guerra, in Rus­sia e nella Resistenza. Quando final­mente ci met­temmo seduti per un’intervista vera e pro­pria, par­lammo a lungo dei rap­porti fra cri­stia­ne­simo e comu­ni­smo. Era un cat­to­lico con­vinto, restato sem­pre schie­rato a sini­stra, in modo indi­pen­dente, cri­tico, e pro­prio per que­sto incrollabile. Per tutta la vita, ha con­ti­nuato ad ade­rire non ai par­titi, ma ai principi. Me lo ricordo dopo un 25 aprile par­ti­co­lar­mente dif­fi­cile, a Porta San Paolo, quando Renata Pol­ve­rini, allora pre­si­dente della Regione Lazio, ebbe la sfac­cia­tag­gine di salire sul palco e alcuni dei par­te­ci­panti pen­sa­rono di punirla tiran­dole uova o qual­cosa del genere – e col­pi­rono Mas­simo invece. Lui que­sto gesto lo disap­pro­vava e diceva: è quasi un fatto sim­bo­lico, certe forme di pro­te­sta, invece di col­pire il ber­sa­glio rea­zio­na­rio, fini­scono per fare male a noi. Forse aveva ragione, forse no; ma ci stava male.

16 agosto 2014

La Plata: città di memoria

il manifesto 14.8.2014 ................................. Il bar dell’università di La Plata, Argentina, un pomeriggio di agosto. Musica, voci. Di colpo, la musica si ferma, le voci si abbassano, tutte le facce si girano con gli occhi alzati verso la TV. “Come al Mundial”, commenta qualcuno. Ma non è il mundial. Trasmettono in diretta, per intero, senza interruzioni pubblicitarie, la conferenza stampa di Estela Carlotto, presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo, e di Guido, suo nipote appena recuperato. E’ impossibile descrivere l’impatto emotivo per tutta l’Argentina. In un Paese dove gli scomparsi e la dittatura sono ancora memoria aperta e ferita viva, la tenerezza personale verso una anziana signora coi capelli bianchi che ritrova un nipote perduto e cercato da 35 anni si intreccia con il sollievo pubblico di sentire, in tempi difficili, che l’ostinazione, la passione, la lotta ci trasformano da vittime in protagonisti, e non sono sempre invano. Forse è davvero un po’ come il mundial, un’emozione che unisce tutto un paese. Ma è un’emozione di altra profondità e spessore. Certe volte si può sconfiggere il passato. ……………………………………………………… A La Plata tutto questo è ancora più intenso. Ci vengo da un po’ di anni, e mi vado convincendo che – si parva licet – questa città un po’ anonima dove le strade non hanno nome ma numeri, perpendicolari e diagonali, è un poco come Roma: non puoi fare un passo senza sentire la storia sotto i piedi. Qui, una storia recente che sanguina ancora. ……………………………………………………. L’università si è appena trasferita da un francamente orribile edificio nel centro (“un panoptico”, dice uno studente) in questo campus nel verde di edifici immacolati e spaziosi appena restaurati. Volevano farci un supermercato, l’opinione pubblica glielo ha impedito. In passato, era la sede di un reggimento militare, e in questi edifici si praticarono detenzioni e torture. Anni fa, feci un corso in un centro di documentazione che era l’ex sede della polizia politica, con tutti gli schedari ancora lì; molta gente cambiava ancora marciapiedi passandoci davanti, come da noi a via Tasso.. Rovesciare il senso di questi luoghi è un modo di ricordare che cosa sono stati per proclamare che non lo saranno mai più. ……………………………………………….. Laura Carlotto, la figlia assassinata di Estela e madre di Guido, era studentessa di questa università, come anche il suo compagno desaparecido, Oscar Montoya. Fuori del bar, una placca sul muro bianco elenca almeno 150 studenti, docenti, dipendenti dell’università uccisi, desaparecidos, torturati. Il nome di Laura Carlotto è poco sotto quello di Maria Brugnone de Bonafini. Sia Estela Carlotto sia Hebe Bonafini, leader delle Madres, sono di La Plata. Le radici delle Abuelas e delle Madres de Plaza de Mayo stanno qui, in questa città studentesca colpita dalla repressione più di ogni altra, circondata di realtà operaie – praticamente attaccata c’è Berisso, con gli antichi stabilimenti abbandonati dell’esportazione della carne, collorata da murales che ricordano le lotte operaie. ……………………………………………………… Sto ancora leggendo la placca e passa una ragazza. Me la presentano: è la nipote di un comunista che, ancora studente, fu ammazzato dentro l’università dalla destra, negli anni ’60. ………………………………………………………… I dottorandi in storia mi hanno portato a conoscere un altro luogo di memoria: la casa Mariani-Teruggi. Era la sede della tipografia clandestina dei Montoneros; nel 1976, l’intero isolato fu circondato da unità di tutte le forze armate e di polizia e la casa fu letteralmente sfondata cannonate coi carri armati e bombardata con bombe incendiarie. Si vedono ancora i buchi e le pareti crollate, la macchina nel garage crivellata di colpi. Morirono Diana Teruggi, trent’anni, e altri quattro compagni. Suo marito Daniel in quel momento si trovava a Buenos Aires; fu catturato e desaparecido poco tempo dopo. ……………………………………………………. L’ano scorso, il mio ultimo giorno era il 16 settembre, l’anniversari di quella che chiamano “la notte delle matite spezzate”. Sotto una pioggia battente seguii il corteo degli studenti che sfilavano per ricordare i sei studenti medi assassinati qui a La Plata nel 1976, e per protestare contro i tagli governativi all’istruzione pubblica. I ragazzi erano colpevoli di avere appartenuto all’unione degli studenti medi, che aveva manifestato chiedendo il “Boleto Estudiantil”, uno sconto sui libri e i trasporti per gli studenti. Sovversivi da sopprimere. Entrando oggi in facoltà trovo un cartello: vogliamo il Boleto Estudiantil. …………………………………………………….. Carlos Esteban Alaye Dematti era stato un leader dell’unione degli studenti medi. Fu catturato e ammazzato nel maggio 1977. ………………………………………………….. Parlo a lungo con sua madre, Adelina Dematti Alaye, 87 anni, con le Madres fin dall’inizio. Mi racconta la storia della sua famiglia, a partire dai nonni emigrati intorno al 1870. ED ppoi, racconta di come, cercando le tracce di suo figlio, scoprì che il cimitero di La Plata è pieno di fosse dove la polizia seppelliva senza nome alcune delle sue vittime. Glielo hanno rivelato i falegnami e gli ebanisti a cui la polizia ordinava bare più in fretta di quanto riuscissero a fabbricarle. ………………………………………………….. In TV, Guido Carlotto dice: l’incontro fra me e mia nonna significa che dobbiamo continuare a cercare ancora., Hanno ritrovato 114 figli e nipoti rapiti, ne mancano ancora quasi 300. Anahì Mariani, figlia di Diana e Daniel, due mesi, fu portata via dalle macerie della sua casa, dagli assassini dei suoi genitori. Non è stata ancora ritrovata.

Ho le prove che Clara Anahí è viva: intervista con Chicha Mariani

Intervista con Chicha Mariani La Plata 12.8.2014 .............................. il manifesto 14.8.2014 ............................. Oggi, 12 agosto, è un giorno speciale. In questo giorno, 38 anni fa, nasceva una bambina a cui misero nome Clara Anahì. Tre mesi dopo, il 24 novembre 1976, fu rubata dai militari che avevano bombardato e distrutto la sua casa e ucciso sua madre Diana Teruggi e altri quattro compagni. Suo padre Daniel Mariani fu ammazzato sei mesi dopo. I suoi genitori erano montoneros e tenevano in casa la tipografia clandestina del movimento; la copertura era un allevamento di conigli. Clara Anahì nessuno l’ha più vista. Sua nonna Chicha Mariani ha novant’anni e continua a cercarla. E racconta. …………………………………………………………………………………………. Alla casa, da sola, ci sono stata solo una volta, che loro erano in viaggio e dovevo dare da mangiare e cambiare l’acqua ai conigli. Non so perché, mi prese un senso di terrore inspiegabile. Non sapevo della tipografia, ma tornai via portandomi dentro questa paura. Il giorno del mio compleanno vennero mio figlio, Diana e la bambina. Entrarono ridendo, dicevano che mi avevano fatto il regalo di compleanno. Avevano la machina piena fino al soffitto di biscotti. Dico, che ci faccio con tutti questi biscotti? Dice, non sono per te: sono per regalarli a tuo nome alla gente del quartiere. È questo il tuo regalo di compleanno. E lo fecero, li andarono a regalare in un quartiere operaio, in periferia. Era il 19 novembre. Il 24 successe tutto. Fu l’ultima volta che le ho viste. Era mercoledì, tenevo la bambina tutti i mercoledì e i sabati e avevo preparato il bagnetto, il mangiare; me la lasciavano tutta la sera, lei mi guardava con quegli occhi grandi… Mi ricordo che una volta ero arrivata a casa loro, lei piangeva e quando sentì la mia voce si mise a ridere contenta. ............................ Quel mercoledì 24 novembre, uscii di corsa da scuola, presi un taxi per arrivare a casa prima che Diana mi portasse la bambina. E non arrivava, non arrivava, e dopo un po’ comincio a sentire bombe e spari, bombe a spari, e avevo paura che Diana stesse in strada con la bambina e ci andasse di mezzo. Passata un’ora e non arrivava, disperata, vado da un’amica che abitava lì vicino. Vedevo gli elicotteri che girava e giravano, camion di soldati per la strada, la mia amica dice vengo con te, e tornammo qui aspettando, aspettando, aspettando. Continuavano gli spari, le bombe, i camion, e Diana non arrivava. Mi fa molto male raccontarlo. A me non mi uccisero perché mentre ero lì con la mia amica mi telefonò mia madre che mio padre s’era ammalato, e voleva che andassi da loro. Dico non posso, non posso, aspetto i ragazzi, non ho notizie… Mia madre insiste, e ci andai. Lasciai un biglietto sul camino – ragazzi, vado dai nonni, torno domani. La mattina dopo prendo l’autobus per tornare a casa. Non mi immaginavo che quella notte avevano attaccato anche casa mia. Trovai tutto distrutto, mi lasciarono senza niente. C’erano tutti i vicini ammassati davanti alla mia porta, pensavano che ero lì dentro morta. I soldati, avevano sparato, sfasciato, saccheggiato, si erano portati via pure il sacchetto di carbone per l’asado. Una rapina orribile, vergognosa. Un caos, avevano rovesciato tutte le bottiglie, l’olio, tutto versato sopra le carte, i vestiti, i mobili. L’unica cosa intatta era il seggiolone di Clara, la mia assicurazione sulla vita, e il nastro del Requiem di Verdi diretto da mio marito. ................................. Credevamo tutti che Clara Anahì era morta. Stavo dai miei genitori perché a casa mia non potevo stare, per la polvere, l’odore della polvere da sparo, che ancora adesso non lo sopporto. Piangevamo disperati, e venne una signora e ci disse non piangete, la bambina è viva, mia nonna ha visto che la portavano via. A noi avevano detto che era morta anche lei. “No, mia nonna l’ha vista, è viva”. Io quella donna non l’ho più vista, non ho mai saputo chi era. Poi avemmo altre prove che era viva. ........................................................................................ Pochi giorni dopo tornai a pulire la casa, a sistemarla, ero sola, riempivo scatoloni e scatoloni di roba rotta e sporca e li mettevo sul marciapiedi. E un giorno, ero ancora a casa quando passarono gli spazzini, e successe una cosa emozionante– sollevavano gli scatoloni con la nostra roba come se fossero stati qualcosa di sacro. Li vedevo da dietro le tendine della finestra, e mi commosse, in quel momento non so che cosa mi successe in quel momento, però dentro di me mi fece bene. Ne parlai poi con Edoardo Galeano, ne parla nel suo libro, Memorias del fuego. ......................................................... Pulivo e mettevo a posto, piangendo disperata, pensavo che li avevano uccisi tutti. Invece mio figlio quando successo tutto era Buenos Aires al lavoro. Entrò in clandestinità, non volle lasciare il paese. Ci incontrammo, con lui e mio marito, in campagna, un posto terribile, lo implorammo che se ne andasse, mio marito gli aveva già comprato una casa a Roma, perché se ne andassero lì. Lo implorò piangendo, in quel campo. “Ti prego, vai via”. “No, non me ne vado. Hanno ucciso Diana, non me ne posso andare, per i miei compagni non me ne posso andare, e devo aiutare a cercare Clara Anahì”. Così ci lasciammo, e lo uccisero il 1 agosto del ’77. Fu un’epoca terribile, io cercavo da sola, non mi immaginavo che ci fossero altri figli spariti. Sempre sola. Non lo dicevo neanche ai miei genitori. Andavo dappertutto, mi poteva succedere qualunque cosa. Mi ricevevano con disprezzo, sgarbati, mi lasciavano sulla porta, non mi facevano entrare. Ma all’ufficio minorenni una funzionaria mi disse che c’era un’altra donna che cercava sola. Feci un salto, corsi a cercarla, le dissi di lavorare insieme, perché in due ci avrebbero dato più ascolto. Disse, sì, però io conosco altre, che avevano le figlie incinte e non le trovano. Ci riunimmo con loro. ........................................................... Doveva venire Cyrus Vance, inviato di Jimmy Carter, a vedere che cosa succedeva in Argentina. Lo aspettammo in plaza San Martìn. Andai senza sapere niente, senza conoscere nessuno. Era pieno di soldati, militari, cani, da tutte le parti. Mi avevano detto che ciascuna avrebbe scritto la sua testimonianza e l’avrebbe consegnata a Cyrus Vance; io avevo preparato la mia, passa Cyrus Vance, circondato dai soldati, dai cani poliziotto, e le Madres tutte nello stesso momento si mettono il fazzoletto in testa e cominciano a gridare i nomi dei loro figli. Io restai pietrificata, e non glielo diedi. Venne una signora correndo, era Azucena, la madre di un desaparecido, dice gliel’hai data la tua testimonianza? No, non so come fare. Me lo strappò di mano, gli corse dietro e glielo consegnò. Poi seppi che l’avevano desaparecida un mese dopo. ....................................................... Restammo lì sul marciapiedi, e vennero le dieci Madres che erano rimaste, e sorridevano. Io ero tutta una lacrima, non capivo perché. Mi stavano accogliendo, come sempre hanno e abbiamo fatto, tutte con un sorriso, senza parlare ciascuna del suo dramma, se no non saremmo riuscite a lavorare. Quello fu il primo incontro delle Abuelas, il 21 novembre 1977. Ci organizzammo per vederci di nascosto, e la mia lotta diventò parte di quella di tutte. Mi fecero segretaria esecutiva. Per prima cosa scrivemmo al papa. La scrissi io perché ero l’unica che sapeva scrivere a macchina, con un dito. Il papa non ci rispose. Non ci rispose mai. Andammo a Roma, chiedemmo di essere ricevute e quelli vestiti di nero ci dissero che non riceveva, ma di andare tutte in piazza quando passava, con un cartello con scritto Nonne di Plaza de Mayo. E facemmo così. Ci fecero mettere dove passava il papa, emozionatissime, il papa polacco – era dello stesso paese di mio padre – insomma si avvicina il papa, saluta la gente che fa ala sul suo percorso, si avvicina uno di quelli vestiti di nero e gli dice qualcosa all’orecchio – noi stavamo lì, con lo striscione – il papa legge lo striscione, si volta dall'altra parte, ci passa davanti senza guardarci. Uno dei colpi più duri che mi ha dato la Chiesa, questo disprezzo, questo orrore. ............................................................ Ho le prove che Clara Anahì l’hanno portata via viva. L’ho cercata in tutto il mondo. Cercandola, abbiamo formato le Abuelas de Plaza de Mayo. E’ stato un lavoro di molti anni, di molto andare, di molta fatica. E la cerco ancora, Clara Anahì. Un giorno dopo l’altro.

Ho ritrovato mio nipote rapito dai militari: intervista con Estela Carlotto

Il manifesto 14.8.2014 Buenos Aires, 12.8.2014 Ho ricevuto una delle gioie più grandi della mia vita: ritrovare un nipote che mi rubò la dittatura civico-militare, quando mia figlia Laura, la più grande, lo diede alla luce in un campo di concentramento. L’ho cercato per più di trentasei anni – trentasette, perché quando l’hanno presa già sapevo che aspettava un bambino e cominciai a cercarlo, a reclamarlo alla giustizia di allora, che era la giustizia militare, una giustizia che non esisteva. Trentasette anni di cammino per tutto il paese, per tutto il mondo, cercando tutti i nipoti, perché questa delle Abuelas è un’istituzione collettiva – non si cerca il nipote di ciascuna, ma tutti i nipoti. E’ un lavoro duro, una lotta di donne che si sono ribellate, e ci riusciamo quando vengono loro a cercarci ora che sono adulti, come ha fatto mio nipote, o quando noi troviamo dati sufficienti per presentarli ai tribunali. Io vedevo che passavano gli anni senza notizie, avevo già fatto 84 anni e la mia preghiera era: non voglio morire senza riabbracciare mio nipote. Anche quando ho dovuto testimoniare al procedimento che è in corso contro gli assassini, gli chiesi che si mettessero una mano sul cuore, ci dicessero quello che sanno perché possiamo trovare i nipoti che sono desaparecidos vivi. Comunque non so come è arrivato il giorno in cui nei dati della nostra Banca dei dati genetici risultò che avevano identificato mio nipote Guido – perché per me, per la mia famiglia, si chiama così [lui è vissuto finora col nome di Ignacio e ancora si trova più suo agio così]. Il 5 agosto. Un miracolo, una cosa che mi ha riempito di luce, dicono che sembro rigiovanita di colpo. La gioia trasforma tutto. [Le compagne dell’università di La Plata che sono con me confermano: lo scorso aprile venne a La Plata a inaugurare la lapide all’università, e camminava col bastone, piegata, il volto scavato. Stasera entra senza aiuto, agile ed elegante come se avesse un quarto di secolo di meno]. Quello che sento da allora è una soddisfazione enorme non solo mia e della mia famiglia: penso a sua madre, a suo padre. E mio marito Guido. Perché la madre lo tenne nel ventre e lo partorì in un luogo orrendo, malnutrita, torturata, ma Guido, il suo bambino, nacque; e nacque bene. Era una coppia sfortunata, avevano già perso due bambini; ma si vede che in questa solitudine del carcere si afferrò a questo figlio. Da dove ci vede, sarà felice anche lei. E il padre, che pochi giorni dopo lo sequestrarono – assassinato. Trovammo i suoi resti, continuavamo a cercare, e c’erano delle corrispondenze con una famiglia del Sud. I ricercatori ci parlarono, gli dissero che c’era la possibilità che loro figlio desaparecido fosse stato il compagno di Laura e anche loro potevano essere i nonni, e accettarono di dare il sangue per la Banca. Così che quando si presenta qui mio nipote, subito si trova la sua identità perché c’era tutto il sangue, paterno e materno. Lo stesso giorno, ci incontrammo per conoscerci, a casa di mia figlia. Io andai per abbracciarlo forte – e lui disse, “piano – piano. facciamo le cose un po’ per volta”. E davvero sto vivendo un sogno. Perché io non sapevo che cosa avrei trovato. Chi lo aveva allevato, come lo avevano trattato, se era stato abusato, se lo avevano inquadrato per farlo diventare uguale agli assassini. Invece trovai un ragazzo puro. E’ cresciuto in campagna, con una famiglia di contadini che magari non ha tutte le sottigliezze della cultura ma lo hanno cresciuto bene. Non non credo che questa coppia di gente semplice, contadini, siano colpevoli, hanno agito in buona fede, in campagna si può credere che davvero una famiglia dia via un figlio che non può allevare. So che è un crimine contro l’umanità, perché era un piano preciso della dittatura; ma spero che non abbiano conseguenze troppo gravi. Non si capisce come è andato a finire con loro, è tutta una catena, l’ultimo che glielo ha consegnato è un latifondista, il padrone della terra che adesso è morto. Glielo ha consegnato e gli ha detto: non ditegli mai che non siete i suoi veri genitori. Guido è ancora in contatto con loro. Nessuno impedisce ai nipoti di farlo; solo col tempo, un po’ per volta,si allontanano. Però, dice, “c’era qualcosa in me, come un suono, che mi diceva: sono differente da loro. Mi piaceva la musica, e anche se ho studiato e mi sono diplomato, direttore di cantiere, che è un mestiere dove si guadagna bene, però volevo studiare musica”. Lo disse alla famiglia, loro gli dissero di no, ma lui ha insistito e adesso dirige una scuola di musica, ha una band – è una ragazzo buono, sano puro. Sentiva da sempre un’inclinazione verso i diritti umani, e ha partecipato anche a un nostro progetto, Musica per l’identità. Fra i musicisti c’erano alcuni dei nipoti ritrovati, e parlò con loro. Quando si decise a venire diceva ironicamente, perché è un ragazzo allegro, gli piace scherzare, diceva alla sua compagna: se esce che davvero sono figlio di desaparecidos voglio che mia nonna sia come minimo Estela perché è il massimo. Dice che aveva visto foto mie e che gli pareva che mi somigliava. Ma non è solo una cosa familiare. L’impatto sociale di questa notizia è stato condiviso a tutti livelli sociali. Mi ha scritto il papa, i presidenti di tutta l’America latina, l’Unesco. L’autobus 114 invece del numero girava col nome di Guido, perché lui è il nipote ritrovato numero 114. C’erano cartelli nelle strade, dai fruttivendoli. Tutti hanno reagito con gioia. Perché? Perché se ci possiamo unire nella gioia di questo incontro che è la liberazione di una persona e il sogno realizzato di un’altra che ha lottato tanto, c’è qualcosa che possiamo festeggiare in comune, qualcosa che ci appartiene a tutti. Ne avevamo bisogno? Credo di sì. Questo paese ne aveva bisogno, in questo momento, con il problema del debito e dei fondi avvoltoio, con le parole vuote della politica, con queste guerre in tutto il mondo – che poi è quello che predichiamo noi Abuelas: unità. Se tutti siamo abitanti di questo pianeta Terra, non possiamo essere nemici. Saremo diversi ma non nemici; e cerchiamo quello che abbiamo in comune. Bisogna dare un senso a questa gioia collettiva. Mi arrivano fiori da tutto il mondo, dalla Svizzera, dal Belgio; dall’Italia mi ha telefonato il sindaco di Arzignano,il paese da cui sono emigrati i miei, mi hanno telefonato dalla Fondazione Basso, anche politici, Massimo D’Alema... Dobbiamo condividere questo momento di amore collettivo. E già eravamo uniti nella ricerca. Alla campagna per invitare chi ha dubbi sulla sua identità a venire da noi hanno partecipato perfino i giocatori della nazionale di calcio. Perché parliamo di gente che adesso ha 35 anni, e fin dall’inizio abbiamo cominciato a domandarci che cosa potevamo fare per ciascuna età dei nostri nipoti. Abbiamo sempre lanciato messaggi adeguati all’età che potevano avere. Nell’adolescenza cercammo di raggiungerli attraverso il teatro perché sapevamo che c’erano ragazzi che facevano teatro; poi abbiamo fatto Musica per l’identità, Tango per l’identità… E siamo andate alle partite di calcio, coi cartelli. E poi è successa questa cosa di Messi. E Messi con molto piacere [insieme con Lavezzi, Mascherano, Aguero] è andato in televisione con il cartello delle Abuelas che invitai ragazzi a venire da noi. Adesso farà qualcosa anche Maradona. Si sono saturati i telefoni. Ci sono arrivati undici milioni di messaggi – come dire che almeno un quarto della popolazione argentina ci ha cercato. Adesso abbiamo un’affluenza incredibile di ragazzi che vengono; a quelli che hanno l’età giusta facciamo il test. Sanno che qui li aspetta rispetto, ascolto e – se sono nipoti di desaparecidos – la liberazione.

22 giugno 2014

Hebron: terrore e routine

il manifesto 20.6.2014 (per motivi di spazio il testo uscito sul giornale era un po' ridotto. Questo è il testo completo) Tre ragazzi israeliani scomparsi – quasi certamente rapiti – nei pressi di Hebron, nella Palestina occupata. Letteralmente, non ci dormo la notte. Magari con meno immediatezza, ma la qualità dell’ansia e degli incubi mi ricorda quello che provavo ai tempi del rapimento Moro. A Hebron c’ero stato meno di una settimana prima del fatto, e quello che ho visto fa rabbrividire. Qui l’occupazione israeliana non si è limitata a edificare un insediamento coloniale (Kiryat Arba, sulla collina di fronte a Hebron), ma ha preso direttamente possesso di una parte della città stessa. Hebron è dove si dice sia sepolto Abramo e dove David sarebbe stato proclamato re. Con questa motivazione, poche centinaia di estremisti religiosi israeliani si sono insediati dentro la città, e adesso il venti percento del territorio urbano è direttamente sotto controllo israeliano, occupato da settecento coloni religiosi e altrettanti a soldati. I ventimila arabi che abitavano in questa parte di Hebron sono andati via o sono diventati invisibili. Non possono nemmeno passare per le strade principali, riservate esclusivamente ai coloni (le chiamano “strade sterilizzate”). I vecchi mercati sono macerie abbandonate, le strade laterali sono chiuse da muri, i negozi sono sbarrati, le porte delle case che danno sulla strada sono sigillate per impedire ai loro abitanti di calpestare le strade proibite (se vogliono uscire di casa, devono passare dal tetto e scendere con la scala sul retro), quei pochi che restano sono frequentemente aggrediti, insultati, sputati dai coloni protetti dai militari. Per strada vedo solo plotoni di soldati accompagnati dai coloni. E’ una città fantasma segregata. Mi accompagna un esponente di Breaking the Silence, l’organizzazione dei soldati israeliani che hanno deciso di rendere pubbliche le violenze, gli abusi e i crimini commessi dalle forze di occupazione. Si definisce ebreo ortodosso, e dice di non essere un pacifista. Di Hebron occupata conosce ogni sasso, ogni porta. Mi decifra alcune delle scritte che vediamo sulle porte e sui muri – quella che più mi impressiona dice “arabi al gas”. Recentemente, racconta, un gruppo di giovani palestinesi ha cercato forme di protesta non violente. Si sono messi d’accordo con un’organizzazione di donne ebree di Gerusalemme che in solidarietà sono venute a Hebron, si sono cambiate in abiti tradizionali palestinesi e così vestite si sono incamminate per una strada “sterilizzata”. Le hanno arrestate immediatamente. E poi, qualcuno rapisce quei tre ragazzi ed è logico che si scateni l’inferno. Mentre scrivo sono a New York e mi capita per mano il Wall Street Journal, uno dei migliori esempi di giornalismo anglosassone. Centoventi righe ben documentate e precise sulle azioni e le dichiarazioni di Netanyahu e del governo israeliano in risposta alla crisi. Nel mezzo dell’articolo, una frase: “Gli arresti hanno provocato scontri e dimostrazioni nella West Bank, che hanno lasciato almeno un palestinese morto”. Non una sillaba di più. Chi era, in che modo è stato “lasciato morto”, che diavolo significa – per un giornalismo così attento alla precisione e ai fatti – “almeno” un morto? Mi viene in mente un fulminante dialogo delle Avventure di Huckleberry Finn. “Si è fatto male qualcuno?” “Nossignora; è morto un negro”. Il rapimento di tre ragazzi israeliani – su questo non ci piove – è un atto terroristico e un delitto. Ammazzare “almeno” un arabo è routine. L’atto terroristico è una notizia, ha conseguenze immediate, gravi e clamorose. La routine non è una notizia, non merita titoli e approfondimenti. Ma la routine scava profondo, e nel tempo gli effetti possono essere terribili per tutti. A Kiryat Arba – spaziosa, bianca di pietra e verde di alberi – c’è un giardino. In cima al giardino, un tempo c’era un monumento e un sacrario. Sono stati rimossi, ma rimane una tomba. E’ la sepoltura di Baruch Goldstein, che il 25 febbraio 1994 irruppe nella parte musulmana della Tomba di Abramo e ammazzò ventinove palestinesi prima di essere sopraffatto. La scritta sulla tomba recita: “Al santo Baruch Goldstein, che ha dato la vita per il popolo ebraico, per la Torah e per la nazione di Israele”. Sulla tomba sono deposti dei sassi, segno tradizionale di pietoso e devoto omaggio. Dei tre ragazzi, purtroppo, nessuna notizia.

05 giugno 2014

La Liberazione non è finita.

il manifesto 5.6.2014 La testimonianza più drammatica della liberazione di Roma, il 4 giugno del 1944, ce l’ho davanti casa: la stele che, dove da via Cassia si diparte una stradina un tempo di campagna e oggi di quartiere dormitorio, elenca i nomi dei prigionieri politici uccisi a sangue freddo dai nazisti (affiancati da collaboratori italiani) dopo che si era bloccato il camion che li trasportava a Nord mentre da Sud entravano in Roma le truppe alleate. Un a quindicina di anni fa, era appena cominciato il processo Priebke, uscendo di casa trovai che qualcuno aveva dipinto sul cippo un’enorme svastica nera. Pochi minuti dopo, attorno al cippo c’era un capannello di gente che discuteva come fare a cancellare quell’insulto. Ognuno proponeva gli strumenti del proprio mestiere: il carrozziere offriva una mola (“ma no, così rovini il marmo!”), il commerciante del ferramenta proponeva un solvente… E io, che facevo un altro mestiere, mi domandavo: e io, che strumenti ho per cancellare quella svastica? Materialmente, adesso la svastica è scomparsa dalla pietra. Ma non è stata cancellata dalle nostre menti e dalla nostra cultura. Quelli di noi che lavorano nella cultura, nella comunicazione, nella scuola devono cercare nel proprio mestiere gli strumenti per continuare il lavoro di quel ferramenta e di quel carrozziere e cancellare la svastica anche dalle coscienze. Finché le svastiche continueranno ad apparire sui nostri muri, e proprio in vicinanza dei luoghi della resistenza (dalla Storta a via Tasso) e nelle ricorrenze (il 25 aprile, il giorno della memoria…), la liberazione di Roma non si potrà dire compiuta. La storia non finisce lì. D’altronde, quel 4 di giugno in cui i nazisti lasciarono Roma e gli alleati vi furono accolti in festa non fu una fine, ma un nuovo inizio. C’è una canzone partigiana che ho sentito cantare nei Castelli Romani che dice: “Or che è liberata Roma / il mondo intero insorgerà”. Da un lato, la canzone sottolinea il ruolo simbolico dell’evento: la liberazione di Roma, simbolo universale, cambia di segno alla storia del mondo, è una luce sul futuro. Dall’altro, però, dice che la battaglia continua, la guerra non è finita. E centinaia di partigiani delle zone liberate dell’Italia centrale continueranno la lotta nei gruppi di combattimento a fianco delle forze alleate e di quel che restava dell’esercito italiano. Il paradosso, naturalmente, è che forse “il mondo intero insorgerà”, ma che forze potenti – dalla Chiesa ai militari monarchici – si erano attivate per impedire che insorgesse Roma. Forse avevano anche delle buone ragioni; ma forse la scelta di fare di Roma l’oggetto e no il pieno soggetto della propria liberazione è una delle ragioni per cui, sette decenni dopo, le svastiche continuano ancora a infestare la nostra memoria.