14 febbraio 2015

Massimo Rendina partigiano: dall'8 settembre al 25 aprile

il manifesto 14.2.2015 Dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 l’appassionata storia e la vivida memoria nel racconto del comandante partigiano Massimo Rendina, uno dei veri protagonisti della Resistenza e dell’Italia democratica, raccolto da Alessandro Portelli in una intervista (parte di una lunga narrazione che va dall’infanzia veneziana all’antifascismo dei nostri giorni) presso la Casa della memoria e della Storia di Roma, di cui Rendina era stato un fondatore «Ero tor­nato a Bolo­gna dalla Rus­sia indi­gnato con­tro il fasci­smo per­ché i miei sol­dati li aveva man­dati a morire, senza armi, senza niente, e ripresi a lavo­rare al Resto del Car­lino. L’8 set­tem­bre andai a tro­vare i miei geni­tori a Torino, ma quel giorno i tede­schi entra­rono a Torino. Li vidi entrare, erano molto belli negli imper­mea­bili verdi, mi impres­sionò la dif­fe­renza con il nostro eser­cito scal­ci­nato. E c’erano delle donne che urla­vano, uno di loro sparò e credo che abbia col­pito qual­cuno. Non sono sicuro ma fu deter­mi­nante per me, fu come una ribel­lione inte­riore: gliela fac­cio pagare. Credo che sia suc­cesso a tanti che furono presi da sen­ti­menti diversi, ricordi della prima guerra mon­diale, i giu­ra­menti alla patria, io avevo giu­rato da uffi­ciale… Per cui non ci fu una base comune ma tante sto­rie indi­vi­duali che entra­rono nella Resistenza. «Pos­siamo farlo insieme» Entrai in un bar vicino alla sta­zione e c’era gente che diceva biso­gna fare qual­cosa, basta coi tede­schi, e c’era Cor­rado Bon­fan­tini, che disse: chi vuole fare qual­cosa, pos­siamo farlo insieme. Mi diede appun­ta­mento il giorno dopo e for­mammo le squa­dre, divise fra Par­tito d’Azione e socia­li­sti. Il nostro com­pito era infor­ma­tivo, di sabo­tag­gio e anche di eli­mi­na­zione, simile ai Gap. Io non sapevo che esi­stes­sero i Gap se non per sen­tito dire. Face­vamo le stesse cose, ma senza la stessa capa­cità orga­niz­za­tiva e senza le azioni glo­riose fatte dai Gap di Torino che erano coman­dati da Gio­vanni Pesce e da Ilio Baron­tini, che erano stati in Spa­gna. La prima cosa era pro­cu­rare le armi per for­mare squa­dre che potes­sero com­bat­tere seria­mente, e ali­men­tare la guer­ri­glia che si veniva for­mando in mon­ta­gna. Comun­que abbiamo com­piuto varie azioni, abbiamo fatto sal­tare gli impianti fer­ro­viari, varie cose che si dove­vano fare in quei tempi. Io ero abba­stanza esperto di esplo­sivi per­ché avevo fatto il corso gua­sta­tori nell’esercito. Anche eli­mi­na­zioni: c’era un reparto di poli­zia addetto con­tro i par­ti­giani, e io mi ero fatto amico, fin­gendo di esser fasci­sta, con uno di que­sti agenti che mi diceva come rice­ve­vano le infor­ma­zioni – le dela­zioni sono state mol­tis­sime per­ché erano ben pagate. E io ho par­te­ci­pato a que­ste azioni di eliminazione. I fasci­sti sco­pri­rono il comando mili­tare, col quale ero in con­tatto tra­mite i cat­to­lici. Fu preso in una chiesa, dove avrei dovuto tro­varmi anch’io, tutto il comando mili­tare del Cln e furono fuci­lati al Mar­ti­netto. Per­ché non andai a quell’incontro? Mi aveva man­dato Bon­fan­tini; lui disse a me di andare per­ché si sen­tiva seguito; ci vedemmo a distanza in piazza Cari­gnano e luI mi fece cenno di stare attento; appena fatto que­sto cenno gli sal­ta­rono addosso due, mi ricordo con imper­mea­bili chiari, gli sal­ta­rono addosso. Bon­fan­tini si divin­co­lava e gli spa­ra­rono alla schiena. Io mi allon­ta­nai, ero disar­mato, non andai a quell’appuntamento ma capii che la mia vita sarebbe stata in peri­colo. Mi dis­s­sero di rag­giun­gere un reparto di Giu­sti­zia e Libertà nel Mon­fer­rato. Però avrei dovuto por­tarmi die­tro dei ragazzi della Barca, una zona vicino a Torino, gio­va­nis­simi, ave­vano costi­tuito un distac­ca­mento e fatto delle azioni, quindi li cono­scevo bene. Nel frat­tempo venni a sapere che un ragazzo che si chia­mava Folco Por­ti­nari, che poi sarebbe diven­tato fun­zio­na­rio della Rai e docente, era stato preso dai tede­schi e gli ave­vano detto, a lui e altri, che se si arruo­la­vano nelle SS ita­liane avreb­bero avuto un trat­ta­mento par­ti­co­lare; se no, dove­vano andare ai lavori for­zati in Germania. A punta di pistola A punta di pistola mi feci con­se­gnare un camion dell’azienda del gas, e andai all’appuntamento con que­sti qua­ranta in divisa da SS. Salimmo sul camion e andammo a Superga. Deci­demmo di dor­mire lì nel campo, però i ragazzi della Barca sospet­ta­rono che que­ste SS erano vere, e discu­te­vano se ucci­dermi – poi deci­sero di aspet­tare e io ebbi salva la vita, ma per mira­colo. Fatto sta che con que­sto camion che tra l’altro non andava, uno sopra l’altro, rag­giun­gemmo la 19brigata, e lì mi dis­sero che avrei dovuto coman­dare que­sto reparto, che era piut­to­sto con­si­stente, poi però mi nomi­na­rono capo di stato mag­giore e pas­sammo nella val di Lanzo. Lì avemmo delle avven­ture piut­to­sto pesanti, dei rastrel­la­menti feroci. Uno di que­sti ci portò a disper­derci. La nostra tec­nica era di pre­ve­dere di doverci disper­dere e di avere dei punti di rac­colta. Il mio punto di rac­colta era una con­ce­ria, vicino al parco della Man­dria, e men­tre era­vamo lì che ci sta­vamo rior­ga­niz­zando arrivò uno che sem­brava un con­ta­dino a dire che c’era un car­rar­mato che ave­vano rimesso a posto, pro­prio den­tro la Man­dria, e lui ci avrebbe aperto una certa por­ti­cina e avremmo potuto recu­pe­rarlo. Andammo, presi una decina di uomini, c’era anche Adolfo, il com­mis­sa­rio poli­tico. Io per primo mi pre­sen­tai davanti a que­sta porta, e lui ebbe un’intuizione: mi mise il suo mitra sotto il brac­cio destro, e io avevo la pistola in mano e gli uomini die­tro. Aprimmo que­sta porta — e ci spa­ra­rono. Io non fui preso dai primi colpi per­ché quello che mi doveva ucci­dere fu col­pito da que­sto mitra di Adolfo, ma cadde per terra e sparò una raf­fica e fui ferito, fui ferito gra­ve­mente. Quelli che erano die­tro a me mi tira­rono indie­tro e mi sal­va­rono, men­tre que­sto Adolfo rimase in mano loro e fu preso e lo impiccarono. Mi nasco­sero nei sot­ter­ra­nei della con­ce­ria dove c’erano delle grandi cal­daie, faceva un caldo ter­ri­bile. La ferita mi faceva molto male, sbat­tevo la testa pen­sando di ammaz­zarmi, la pistola non ce l’avevo più, mi inton­tivo sol­tanto, fin­ché mi tira­rono fuori e mi sal­va­rono, pro­prio. Poi i nostri reparti si riu­ni­rono e ritor­nammo nel Mon­fer­rato, e io mi tro­vai in una cascina nel Mon­fer­rato dove vera­mente mi sal­va­rono la vita per­ché ci furono dei rastrel­la­menti feroci e que­sti con­ta­dini, non sapevo nean­che chi fos­sero, rischia­rono la pelle per nascon­dermi, face­vano delle buche col letame per­ché i tede­schi ave­vano dei cani che fiu­ta­vano, e mi sal­va­rono. Con­ti­nuai fino alla libe­ra­zione a zoppicare. Noi ave­vamo dei rap­porti straor­di­nari con la gente. Era­vamo, se si può dire, molto ric­chi, nel senso che una parte della cassa della quarta armata era stata redi­stri­buita alle for­ma­zioni par­ti­giane, soldi ci arri­va­vano anche dalla Fiat, poi anche gli alleati ci man­da­vano non armi ma soldi. Per cui il rap­porto con con­ta­dini era buono per­ché noi paga­vamo, non davamo i buoni. Molte volte erano gene­rosi, non vole­vano essere pagati a volte; noi abbiamo pas­sato un periodo molto buono dal punto di vista dell’alimentazione. Certo le con­di­zioni erano duris­sime ma l’accoglienza da parte della popo­la­zione fu una cosa straordinaria. Scen­demmo dalle montagne Quando scen­demmo dalle mon­ta­gne ci ponemmo il pro­blema di che tipo di guer­ri­glia fare. In pia­nura dove­vamo inven­tare, e io, per carità non pre­tendo di essere uno stra­tega, fui uno dei fau­tori della guerra delle volanti – cioè pren­demmo dei camion grossi, li facemmo coraz­zare, il padre di Ser­gio Pinin Farina ci fece coraz­zare dei camion con delle lastre di metallo, e quat­tro cin­que di quei camion diven­ta­vano una volante, si face­vano della azioni molto veloci soprat­tutto con­tro i posti di blocco, e ci si riti­rava. Durante i rastrel­la­menti si nascon­de­vano que­sti camion, li ave­vamo anche inter­rati con delle fati­che spa­ven­tose per fare delle buche enormi per que­sti camion. Facemmo delle azioni, pren­demmo anche una pic­cola città, Chieri, neu­tra­liz­zando con le volanti i pre­sidi vicini. Per sba­glio nelle prime luci dell’alba io spa­rai un colpo di bazooka con­tro il cam­pa­nile. La presa di Chieri, che pre­lude a Torino, fu inte­res­sante per­ché que­ste bri­gate nere erano gente feroce per cui tro­vammo nei sot­ter­ra­nei gente mori­bonda per­ché ave­vano messo fra le dita dei piedi del cotone imbe­vuto di qual­cosa che bru­ciava e gli ave­vano bru­ciato i piedi, erano in can­crena… E deci­demmo di fuci­larli in piazza, e li fuci­lammo dopo un pro­cesso in cui il pre­si­dente della corte era un uffi­ciale dei cara­bi­nieri che poi diventò il coman­dante dei cara­bi­nieri a Roma. I ricordi, anche dolorosi I ricordi si affa­stel­lano, sono anche dolo­rosi per­ché ci sono tanti morti. Di quei ragazzi della Barca una metà sono morti. Erano ragazzi di sedici, dicias­sette anni, e ave­vano molta fidu­cia in me. Il rap­porto di fidu­cia col coman­dante era impor­tante, non per­ché fosse più valo­roso o corag­gioso ma per­ché ti dava un minimo di sicu­rezza in una guerra così insi­cura come quella della guer­ri­glia. Io avevo l’esperienza della guerra di Rus­sia ma ho avuto delle paure ter­ri­bili. Tu non puoi avere paura: devi reci­tare, di fronte agli altri, per­ché se no li fai morire; la paura del coman­dante è la morte dei sot­to­po­sti. Tu devi reci­tare di sapere quello che vuoi, non avere incer­tezze; se mandi uno in un certo posto è per­ché sai che dev’essere così, que­sto l’avevo impa­rato in guerra in Russia. E così arri­vammo agli ultimi giorni tor­men­tati della presa di Torino. Noi ci atte­stammo sul Po, arrivò l’ordine dal comando di Torino di entrare in città, però di atte­starci prima sul Po per divi­dere le zone d’attacco. E men­tre era­vamo lì rice­vemmo l’ordine di non entrare a Torino. Il colon­nello Ste­vens della radio inglese aveva avuto infor­ma­zioni dal comando gene­rale dell’esercito inglese che c’era un rag­grup­pa­mento di divi­sioni tede­sche che stava pun­tando su Torino. Ste­vens diceva che se noi entra­vamo in Torino, Torino sarebbe stata distrutta, il san­gue sarebbe corso in un modo spa­ven­toso. Noi ci fer­mammo per qual­che ora, medi­tammo – ma la città era insorta, già nelle fab­bri­che si com­bat­teva. Allora Cola­ianni, che si chia­mava Bar­bato come nome di bat­ta­glia, che era il coman­dante della zona atte­stata sul Po, disse: biso­gna entrare. E io fui uno dei primi a entrare, coi miei della Barca che pas­sa­rono il Po. Il coman­dante si inca­volò come una bestia per­ché lasciai il posto per andare con loro, però rien­trai, e entrammo in Torino, mi ricordo con la moto, il side­car. E furono giorni di com­bat­ti­menti feroci. Torino è l’unica città dove si è vera­mente com­bat­tuto tanto, e ci sono degli epi­sodi che non sono stati forse rac­con­tati. La cosa ter­ri­bile di Torino è che c’erano i fran­chi tira­tori, i quali non spa­ra­vano con­tro i par­ti­giani: spa­ra­vano con­tro chiun­que, era un’azione ter­ro­ri­stica. E chi li orga­niz­zava era que­sto Solaro che fu poi impic­cato allo stesso albero di Igna­zio Vian che era un eroico par­ti­giano nostro impic­cato dai fasci­sti. Solaro fu preso non so come, e comin­ciò a dire che era un uomo di sini­stra, che aveva ade­rito al par­tito fasci­sta per­ché voleva che diven­tasse comu­ni­sta… Il tri­bu­nale mili­tare ne ordinò la m+orte. Mi ordinò di farlo impic­care. Fu inca­ri­cato un gruppo della 19ma, però andai anch’io. Ed è una cosa spa­ven­tosa, que­sto uomo distrutto che sa di essere ammaz­zato; per quanto tu possa essere preso dal livore e dall’amore di giu­sti­zia, ti fa sem­pre male vedere un uomo morire in quelle con­di­zioni. Io ero con­tra­rio alle impic­ca­gioni, tanto è vero che ho chie­sto se pote­vamo fuci­larlo, mi dis­sero no; qual­cuno tirò fuori il codice inglese, ma la verità è che vole­vano resti­tuire alla popo­la­zione que­sta visione del col­pe­vole, l’ orga­niz­za­tore dei fran­chi tira­tori. E si ruppe la corda, lui cascò, io andai per sal­varlo, mi sem­brava che fosse il mio dovere, e a quel punto la popo­la­zione sopraf­fece lo schie­ra­mento di que­sti uomini della 19ma, lo impic­ca­rono e impic­cato lo por­ta­rono in giro per Torino fin quando lo but­ta­rono nel fiume»

10 febbraio 2015

Gualtiero Bertelli: Venezia e una fisarmonica il manifesto 10.2.2015 “Mia mamma diceva sempre che ero nato roverso, che fassevo tuto el contrario de quelo che dovevo far. Eccomi qua”. Gualtiero Bertelli racconta come canta e come parla: con naturalezza, con semplicità e con profondità. Il suo libro, Venezia e una fisarmonica. Storie di un cantastorie (Nuova Dimensione, 2014, pp. 251, 15 euro) intreccia lingua e dialetto come le sue canzoni, per raccontarci di un’infanzia e adolescenza dentro una Venezia operaia di cui oggi resta poco o niente, di una storia musicale che comincia con una fisarmonica strimpellata e passa per l’epopea del Nuovo Canzoniere Italiano, di una scuola pubblica dove un maestro intelligente e creativo può fare tante cose importanti. La canzone più famosa di Gualtiero Bertelli è “Nina”, probabilmente la più bella di tutto il nostro canone della canzone politica e di protesta, proprio perché la politica non è sbandierata ma incarnata nei suoi effetti sulle vite, i sentimenti, i rapporti dei protagonisti. Anche questo è un libro politico, che racconta senza fare prediche tante stagioni di lotte e stagioni di crisi, con uno sguardo al tempo stesso partecipe e disincantato, con l’ironia e il senso dell’umorismo di chi, attraverso cambiamenti ed evoluzioni, crede ancora alle cose fondamentali che lo hanno formato. E anche per questo il libro si legge con un piacere non superficiale. Fra l’altro, non mancano momenti divertenti – per esempio, l’incontro con un timido e sconosciuto Fabrizio De André all’esame di compositore per la SIAE; o le irresistibili canzoni anticlericali scritte con Mario Isnenghi. Le protagoniste, come dice il titolo, sono due: la città e la musica. Giustamente, il libro comincia prima della nascita del protagonista, con la nascita delle case e dei quartieri: “All’inizio degli anni ’30 il governo fascista pensò di affrontare il problema devastante dei senzatetto con un piano nazionale di costruzione di case che, per pudore, definì ‘minime’”. Il ragazzo che ci è vissuto canterà poi: ci vuole un bel coraggio a chiamarle case, una stanza di quattro metri con un gabinetto alla turca; “I le ciama case quei disgrassai che ga vissuo per ani da bestie, che ga ciamà case le sofite, i magaseni, i sotoscala”. Ci vorrà un sindaco comunista negli anni ’50 per costruire le case popolari alla Giudecca – “Campomarte, più o meno cinque ettari pullulanti di gente, uomini, donne, giovani, anziani e un numero infinto di bambini riversati da mattina a sera, d’estate come d’inverno, per le strade”. Da queste strade comincia la musica di Gualtiero Bertelli, figlio e nipote di operai che qualche strumento lo suonavano e che alla nascita sentenziano: “Gualtiero farà il musicista” e lo spediscono a lezione di fisarmonica all’età di cinque anni: “Metite in testa che la fisarmonica ti ga da impararla, parché chi che sa un strumento no mor de fame”. Gualtiero debutterà suonano l’Ave Maria di Schubert con la fisarmonica alla festa dell’Unità di Campomarte. La storia di Gualtiero Bertelli musicista, militante politico, autore di canzoni indimenticabili (“rimo agosto Mestre sessantotto”, “Stucky…”) è parte della storia della cultura di opposizione da almeno mezzo secolo;: l’incontro con Luisa Ronchini, la ricerca sulla canzone popolare a Venezia, l’incontro con Gianni Bosio, i concerti in giro per l’Italia… Ma Gualtiero non appartiene solo agli anni ’60: a dieci anni di distanza, darà un seguito a “Nina” raccontandone disillusioni e rimpianti; all’inizio del terzo millennio fa squadra con Gianantonio Stella cantando il racconto dell’emigrazione italiana anche per ammonirci sulla xenofobia e il razzismo che prendono piede in Italia e nel suo stesso Nordest; e più tardi ancora riscopre le figure dei cantastorie antichi e canta ballate nuove su storie del Novecento veneto e italiano, sconosciute, marginali e necessarie. In mezzo, c’è l suo vero mestiere: quello di maestro elementare , che sceglie, negli anni di fermento nella scuola, del Movimento di Cooperazione Educativa, di andare a insegnare nella roccaforte operaia di Mira e scandalizza il provveditorato presentandosi in jeans e maglietta, e fa i conti con i doppi turni, con il travaglio della scuola media unica, con la difficoltà di dare la parola a bambini che non ci sono stati abituati… “L’altro giorno Luciano non aveva la penna e il quaderno…” racconta una sua canzone: e lui è il maestro capace di accorgersi che non è per negligenza ma perché suo padre è operaio alla Mira, sono in sciopero, non hanno quasi da mangiare. “Ho sempre amato la storia”, scrive verso la fine. “Le canzoni l’accompagnano e la documentano, con continuità e con rappresentatività. Si sono cantati fatti, speranze, desideri, ma anche contrasti, dolori, inganni… Non c’è fase della nostra storia che non sia stata accompagnata da canzoni che ancora oggi la fanno ricordare, amare, rifiutare o temere”. E conclude: “Non ho mai smesso di dare concerti per raccontare storie con parole e canti. Storie che avete letto, o che forse leggerete domani”.
La passione indomabile del comandante Max il manifesto 10.2.2015 Mas­simo Ren­dina, coman­dante par­ti­giano, non c’è più. Aveva 95 anni (era nato a Vene­zia nel 1920), forse era nell’ordine delle cose, ma è dif­fi­cile pen­sare a quello che resta dell’antifascismo senza di lui. È stato una figura cari­sma­tica, un grande cuore e una straor­di­na­ria intel­li­genza, capace di appas­sio­nare gli stu­denti in tante scuole di Roma con la sua elo­quenza antica e coin­vol­gente, con la tan­gi­bile pas­sione per la libertà e la giu­sti­zia che lo animavano. Pre­si­dente dell’Anpi regio­nale del Lazio, era stata la sua osti­na­zione a otte­nere da Vel­troni la crea­zione della Casa della Memo­ria a Roma. Ne era stato a lungo il prin­ci­pale ani­ma­tore e la vera ispi­ra­zione: aveva la visione di un punto di rife­ri­mento inter­na­zio­nale, e con la sua com­pe­tenza di uomo della comu­ni­ca­zione si ado­pe­rava (pur­troppo con suc­cesso limi­tato) affin­ché dispo­nesse delle più avan­zate tec­no­lo­gie per col­le­garsi con il mondo intero. Ogni con­ver­sa­zione con lui era intes­suta di ricordi dei suoi rap­porti con figure impor­tanti della sto­ria, da Aldo Moro a papa Woj­tyla, sem­pre rac­con­tati con una pro­spet­tiva inso­lita, piena di rispetto ma mai subal­terna. La sto­ria della sua vita è un filo che attra­versa la sto­ria d’Italia (una lunga inter­vi­sta che facemmo alla Casa della Memo­ria bastò solo a rac­con­tarne una metà; ne pub­bli­che­remo una parte sul «mani­fe­sto» nei pros­simi giorni). Gior­na­li­sta prima della guerra, poi uffi­ciale dei ber­sa­glieri in Rus­sia, ne torna ferito e ade­ri­sce subito dopo l’8 set­tem­bre alla Resi­stenza, nelle bri­gate Gari­baldi con cui entrerà a Torino libe­rata il 25 aprile. Nel dopo­guerra, lavora a «l’Unità», poi entra alla Rai, dirige il tele­gior­nale, viene cac­ciato da Tam­broni per­ché reo di anti­fa­sci­smo, e rein­te­grato da Moro. Con­ti­nuerà a scri­vere su gior­nali e rivi­ste, e sarà autore di due libri uti­lis­simi: Ita­lia 1943–45. Guerra civile o Resi­stenza? (New­ton, 1995) e il pre­zioso Dizio­na­rio della Resi­stenza ita­liana (Edi­tori Riu­niti, 1995). Clau­dio Costa ha curato nel 2011 un film che porta il suo nome di bat­ta­glia, «Coman­dante Max», in cui Mas­simo Ren­dina rac­conta i suoi anni di guerra, in Rus­sia e nella Resistenza. Quando final­mente ci met­temmo seduti per un’intervista vera e pro­pria, par­lammo a lungo dei rap­porti fra cri­stia­ne­simo e comu­ni­smo. Era un cat­to­lico con­vinto, restato sem­pre schie­rato a sini­stra, in modo indi­pen­dente, cri­tico, e pro­prio per que­sto incrollabile. Per tutta la vita, ha con­ti­nuato ad ade­rire non ai par­titi, ma ai principi. Me lo ricordo dopo un 25 aprile par­ti­co­lar­mente dif­fi­cile, a Porta San Paolo, quando Renata Pol­ve­rini, allora pre­si­dente della Regione Lazio, ebbe la sfac­cia­tag­gine di salire sul palco e alcuni dei par­te­ci­panti pen­sa­rono di punirla tiran­dole uova o qual­cosa del genere – e col­pi­rono Mas­simo invece. Lui que­sto gesto lo disap­pro­vava e diceva: è quasi un fatto sim­bo­lico, certe forme di pro­te­sta, invece di col­pire il ber­sa­glio rea­zio­na­rio, fini­scono per fare male a noi. Forse aveva ragione, forse no; ma ci stava male.

16 agosto 2014

La Plata: città di memoria

il manifesto 14.8.2014 ................................. Il bar dell’università di La Plata, Argentina, un pomeriggio di agosto. Musica, voci. Di colpo, la musica si ferma, le voci si abbassano, tutte le facce si girano con gli occhi alzati verso la TV. “Come al Mundial”, commenta qualcuno. Ma non è il mundial. Trasmettono in diretta, per intero, senza interruzioni pubblicitarie, la conferenza stampa di Estela Carlotto, presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo, e di Guido, suo nipote appena recuperato. E’ impossibile descrivere l’impatto emotivo per tutta l’Argentina. In un Paese dove gli scomparsi e la dittatura sono ancora memoria aperta e ferita viva, la tenerezza personale verso una anziana signora coi capelli bianchi che ritrova un nipote perduto e cercato da 35 anni si intreccia con il sollievo pubblico di sentire, in tempi difficili, che l’ostinazione, la passione, la lotta ci trasformano da vittime in protagonisti, e non sono sempre invano. Forse è davvero un po’ come il mundial, un’emozione che unisce tutto un paese. Ma è un’emozione di altra profondità e spessore. Certe volte si può sconfiggere il passato. ……………………………………………………… A La Plata tutto questo è ancora più intenso. Ci vengo da un po’ di anni, e mi vado convincendo che – si parva licet – questa città un po’ anonima dove le strade non hanno nome ma numeri, perpendicolari e diagonali, è un poco come Roma: non puoi fare un passo senza sentire la storia sotto i piedi. Qui, una storia recente che sanguina ancora. ……………………………………………………. L’università si è appena trasferita da un francamente orribile edificio nel centro (“un panoptico”, dice uno studente) in questo campus nel verde di edifici immacolati e spaziosi appena restaurati. Volevano farci un supermercato, l’opinione pubblica glielo ha impedito. In passato, era la sede di un reggimento militare, e in questi edifici si praticarono detenzioni e torture. Anni fa, feci un corso in un centro di documentazione che era l’ex sede della polizia politica, con tutti gli schedari ancora lì; molta gente cambiava ancora marciapiedi passandoci davanti, come da noi a via Tasso.. Rovesciare il senso di questi luoghi è un modo di ricordare che cosa sono stati per proclamare che non lo saranno mai più. ……………………………………………….. Laura Carlotto, la figlia assassinata di Estela e madre di Guido, era studentessa di questa università, come anche il suo compagno desaparecido, Oscar Montoya. Fuori del bar, una placca sul muro bianco elenca almeno 150 studenti, docenti, dipendenti dell’università uccisi, desaparecidos, torturati. Il nome di Laura Carlotto è poco sotto quello di Maria Brugnone de Bonafini. Sia Estela Carlotto sia Hebe Bonafini, leader delle Madres, sono di La Plata. Le radici delle Abuelas e delle Madres de Plaza de Mayo stanno qui, in questa città studentesca colpita dalla repressione più di ogni altra, circondata di realtà operaie – praticamente attaccata c’è Berisso, con gli antichi stabilimenti abbandonati dell’esportazione della carne, collorata da murales che ricordano le lotte operaie. ……………………………………………………… Sto ancora leggendo la placca e passa una ragazza. Me la presentano: è la nipote di un comunista che, ancora studente, fu ammazzato dentro l’università dalla destra, negli anni ’60. ………………………………………………………… I dottorandi in storia mi hanno portato a conoscere un altro luogo di memoria: la casa Mariani-Teruggi. Era la sede della tipografia clandestina dei Montoneros; nel 1976, l’intero isolato fu circondato da unità di tutte le forze armate e di polizia e la casa fu letteralmente sfondata cannonate coi carri armati e bombardata con bombe incendiarie. Si vedono ancora i buchi e le pareti crollate, la macchina nel garage crivellata di colpi. Morirono Diana Teruggi, trent’anni, e altri quattro compagni. Suo marito Daniel in quel momento si trovava a Buenos Aires; fu catturato e desaparecido poco tempo dopo. ……………………………………………………. L’ano scorso, il mio ultimo giorno era il 16 settembre, l’anniversari di quella che chiamano “la notte delle matite spezzate”. Sotto una pioggia battente seguii il corteo degli studenti che sfilavano per ricordare i sei studenti medi assassinati qui a La Plata nel 1976, e per protestare contro i tagli governativi all’istruzione pubblica. I ragazzi erano colpevoli di avere appartenuto all’unione degli studenti medi, che aveva manifestato chiedendo il “Boleto Estudiantil”, uno sconto sui libri e i trasporti per gli studenti. Sovversivi da sopprimere. Entrando oggi in facoltà trovo un cartello: vogliamo il Boleto Estudiantil. …………………………………………………….. Carlos Esteban Alaye Dematti era stato un leader dell’unione degli studenti medi. Fu catturato e ammazzato nel maggio 1977. ………………………………………………….. Parlo a lungo con sua madre, Adelina Dematti Alaye, 87 anni, con le Madres fin dall’inizio. Mi racconta la storia della sua famiglia, a partire dai nonni emigrati intorno al 1870. ED ppoi, racconta di come, cercando le tracce di suo figlio, scoprì che il cimitero di La Plata è pieno di fosse dove la polizia seppelliva senza nome alcune delle sue vittime. Glielo hanno rivelato i falegnami e gli ebanisti a cui la polizia ordinava bare più in fretta di quanto riuscissero a fabbricarle. ………………………………………………….. In TV, Guido Carlotto dice: l’incontro fra me e mia nonna significa che dobbiamo continuare a cercare ancora., Hanno ritrovato 114 figli e nipoti rapiti, ne mancano ancora quasi 300. Anahì Mariani, figlia di Diana e Daniel, due mesi, fu portata via dalle macerie della sua casa, dagli assassini dei suoi genitori. Non è stata ancora ritrovata.

Ho le prove che Clara Anahí è viva: intervista con Chicha Mariani

Intervista con Chicha Mariani La Plata 12.8.2014 .............................. il manifesto 14.8.2014 ............................. Oggi, 12 agosto, è un giorno speciale. In questo giorno, 38 anni fa, nasceva una bambina a cui misero nome Clara Anahì. Tre mesi dopo, il 24 novembre 1976, fu rubata dai militari che avevano bombardato e distrutto la sua casa e ucciso sua madre Diana Teruggi e altri quattro compagni. Suo padre Daniel Mariani fu ammazzato sei mesi dopo. I suoi genitori erano montoneros e tenevano in casa la tipografia clandestina del movimento; la copertura era un allevamento di conigli. Clara Anahì nessuno l’ha più vista. Sua nonna Chicha Mariani ha novant’anni e continua a cercarla. E racconta. …………………………………………………………………………………………. Alla casa, da sola, ci sono stata solo una volta, che loro erano in viaggio e dovevo dare da mangiare e cambiare l’acqua ai conigli. Non so perché, mi prese un senso di terrore inspiegabile. Non sapevo della tipografia, ma tornai via portandomi dentro questa paura. Il giorno del mio compleanno vennero mio figlio, Diana e la bambina. Entrarono ridendo, dicevano che mi avevano fatto il regalo di compleanno. Avevano la machina piena fino al soffitto di biscotti. Dico, che ci faccio con tutti questi biscotti? Dice, non sono per te: sono per regalarli a tuo nome alla gente del quartiere. È questo il tuo regalo di compleanno. E lo fecero, li andarono a regalare in un quartiere operaio, in periferia. Era il 19 novembre. Il 24 successe tutto. Fu l’ultima volta che le ho viste. Era mercoledì, tenevo la bambina tutti i mercoledì e i sabati e avevo preparato il bagnetto, il mangiare; me la lasciavano tutta la sera, lei mi guardava con quegli occhi grandi… Mi ricordo che una volta ero arrivata a casa loro, lei piangeva e quando sentì la mia voce si mise a ridere contenta. ............................ Quel mercoledì 24 novembre, uscii di corsa da scuola, presi un taxi per arrivare a casa prima che Diana mi portasse la bambina. E non arrivava, non arrivava, e dopo un po’ comincio a sentire bombe e spari, bombe a spari, e avevo paura che Diana stesse in strada con la bambina e ci andasse di mezzo. Passata un’ora e non arrivava, disperata, vado da un’amica che abitava lì vicino. Vedevo gli elicotteri che girava e giravano, camion di soldati per la strada, la mia amica dice vengo con te, e tornammo qui aspettando, aspettando, aspettando. Continuavano gli spari, le bombe, i camion, e Diana non arrivava. Mi fa molto male raccontarlo. A me non mi uccisero perché mentre ero lì con la mia amica mi telefonò mia madre che mio padre s’era ammalato, e voleva che andassi da loro. Dico non posso, non posso, aspetto i ragazzi, non ho notizie… Mia madre insiste, e ci andai. Lasciai un biglietto sul camino – ragazzi, vado dai nonni, torno domani. La mattina dopo prendo l’autobus per tornare a casa. Non mi immaginavo che quella notte avevano attaccato anche casa mia. Trovai tutto distrutto, mi lasciarono senza niente. C’erano tutti i vicini ammassati davanti alla mia porta, pensavano che ero lì dentro morta. I soldati, avevano sparato, sfasciato, saccheggiato, si erano portati via pure il sacchetto di carbone per l’asado. Una rapina orribile, vergognosa. Un caos, avevano rovesciato tutte le bottiglie, l’olio, tutto versato sopra le carte, i vestiti, i mobili. L’unica cosa intatta era il seggiolone di Clara, la mia assicurazione sulla vita, e il nastro del Requiem di Verdi diretto da mio marito. ................................. Credevamo tutti che Clara Anahì era morta. Stavo dai miei genitori perché a casa mia non potevo stare, per la polvere, l’odore della polvere da sparo, che ancora adesso non lo sopporto. Piangevamo disperati, e venne una signora e ci disse non piangete, la bambina è viva, mia nonna ha visto che la portavano via. A noi avevano detto che era morta anche lei. “No, mia nonna l’ha vista, è viva”. Io quella donna non l’ho più vista, non ho mai saputo chi era. Poi avemmo altre prove che era viva. ........................................................................................ Pochi giorni dopo tornai a pulire la casa, a sistemarla, ero sola, riempivo scatoloni e scatoloni di roba rotta e sporca e li mettevo sul marciapiedi. E un giorno, ero ancora a casa quando passarono gli spazzini, e successe una cosa emozionante– sollevavano gli scatoloni con la nostra roba come se fossero stati qualcosa di sacro. Li vedevo da dietro le tendine della finestra, e mi commosse, in quel momento non so che cosa mi successe in quel momento, però dentro di me mi fece bene. Ne parlai poi con Edoardo Galeano, ne parla nel suo libro, Memorias del fuego. ......................................................... Pulivo e mettevo a posto, piangendo disperata, pensavo che li avevano uccisi tutti. Invece mio figlio quando successo tutto era Buenos Aires al lavoro. Entrò in clandestinità, non volle lasciare il paese. Ci incontrammo, con lui e mio marito, in campagna, un posto terribile, lo implorammo che se ne andasse, mio marito gli aveva già comprato una casa a Roma, perché se ne andassero lì. Lo implorò piangendo, in quel campo. “Ti prego, vai via”. “No, non me ne vado. Hanno ucciso Diana, non me ne posso andare, per i miei compagni non me ne posso andare, e devo aiutare a cercare Clara Anahì”. Così ci lasciammo, e lo uccisero il 1 agosto del ’77. Fu un’epoca terribile, io cercavo da sola, non mi immaginavo che ci fossero altri figli spariti. Sempre sola. Non lo dicevo neanche ai miei genitori. Andavo dappertutto, mi poteva succedere qualunque cosa. Mi ricevevano con disprezzo, sgarbati, mi lasciavano sulla porta, non mi facevano entrare. Ma all’ufficio minorenni una funzionaria mi disse che c’era un’altra donna che cercava sola. Feci un salto, corsi a cercarla, le dissi di lavorare insieme, perché in due ci avrebbero dato più ascolto. Disse, sì, però io conosco altre, che avevano le figlie incinte e non le trovano. Ci riunimmo con loro. ........................................................... Doveva venire Cyrus Vance, inviato di Jimmy Carter, a vedere che cosa succedeva in Argentina. Lo aspettammo in plaza San Martìn. Andai senza sapere niente, senza conoscere nessuno. Era pieno di soldati, militari, cani, da tutte le parti. Mi avevano detto che ciascuna avrebbe scritto la sua testimonianza e l’avrebbe consegnata a Cyrus Vance; io avevo preparato la mia, passa Cyrus Vance, circondato dai soldati, dai cani poliziotto, e le Madres tutte nello stesso momento si mettono il fazzoletto in testa e cominciano a gridare i nomi dei loro figli. Io restai pietrificata, e non glielo diedi. Venne una signora correndo, era Azucena, la madre di un desaparecido, dice gliel’hai data la tua testimonianza? No, non so come fare. Me lo strappò di mano, gli corse dietro e glielo consegnò. Poi seppi che l’avevano desaparecida un mese dopo. ....................................................... Restammo lì sul marciapiedi, e vennero le dieci Madres che erano rimaste, e sorridevano. Io ero tutta una lacrima, non capivo perché. Mi stavano accogliendo, come sempre hanno e abbiamo fatto, tutte con un sorriso, senza parlare ciascuna del suo dramma, se no non saremmo riuscite a lavorare. Quello fu il primo incontro delle Abuelas, il 21 novembre 1977. Ci organizzammo per vederci di nascosto, e la mia lotta diventò parte di quella di tutte. Mi fecero segretaria esecutiva. Per prima cosa scrivemmo al papa. La scrissi io perché ero l’unica che sapeva scrivere a macchina, con un dito. Il papa non ci rispose. Non ci rispose mai. Andammo a Roma, chiedemmo di essere ricevute e quelli vestiti di nero ci dissero che non riceveva, ma di andare tutte in piazza quando passava, con un cartello con scritto Nonne di Plaza de Mayo. E facemmo così. Ci fecero mettere dove passava il papa, emozionatissime, il papa polacco – era dello stesso paese di mio padre – insomma si avvicina il papa, saluta la gente che fa ala sul suo percorso, si avvicina uno di quelli vestiti di nero e gli dice qualcosa all’orecchio – noi stavamo lì, con lo striscione – il papa legge lo striscione, si volta dall'altra parte, ci passa davanti senza guardarci. Uno dei colpi più duri che mi ha dato la Chiesa, questo disprezzo, questo orrore. ............................................................ Ho le prove che Clara Anahì l’hanno portata via viva. L’ho cercata in tutto il mondo. Cercandola, abbiamo formato le Abuelas de Plaza de Mayo. E’ stato un lavoro di molti anni, di molto andare, di molta fatica. E la cerco ancora, Clara Anahì. Un giorno dopo l’altro.

Ho ritrovato mio nipote rapito dai militari: intervista con Estela Carlotto

Il manifesto 14.8.2014 Buenos Aires, 12.8.2014 Ho ricevuto una delle gioie più grandi della mia vita: ritrovare un nipote che mi rubò la dittatura civico-militare, quando mia figlia Laura, la più grande, lo diede alla luce in un campo di concentramento. L’ho cercato per più di trentasei anni – trentasette, perché quando l’hanno presa già sapevo che aspettava un bambino e cominciai a cercarlo, a reclamarlo alla giustizia di allora, che era la giustizia militare, una giustizia che non esisteva. Trentasette anni di cammino per tutto il paese, per tutto il mondo, cercando tutti i nipoti, perché questa delle Abuelas è un’istituzione collettiva – non si cerca il nipote di ciascuna, ma tutti i nipoti. E’ un lavoro duro, una lotta di donne che si sono ribellate, e ci riusciamo quando vengono loro a cercarci ora che sono adulti, come ha fatto mio nipote, o quando noi troviamo dati sufficienti per presentarli ai tribunali. Io vedevo che passavano gli anni senza notizie, avevo già fatto 84 anni e la mia preghiera era: non voglio morire senza riabbracciare mio nipote. Anche quando ho dovuto testimoniare al procedimento che è in corso contro gli assassini, gli chiesi che si mettessero una mano sul cuore, ci dicessero quello che sanno perché possiamo trovare i nipoti che sono desaparecidos vivi. Comunque non so come è arrivato il giorno in cui nei dati della nostra Banca dei dati genetici risultò che avevano identificato mio nipote Guido – perché per me, per la mia famiglia, si chiama così [lui è vissuto finora col nome di Ignacio e ancora si trova più suo agio così]. Il 5 agosto. Un miracolo, una cosa che mi ha riempito di luce, dicono che sembro rigiovanita di colpo. La gioia trasforma tutto. [Le compagne dell’università di La Plata che sono con me confermano: lo scorso aprile venne a La Plata a inaugurare la lapide all’università, e camminava col bastone, piegata, il volto scavato. Stasera entra senza aiuto, agile ed elegante come se avesse un quarto di secolo di meno]. Quello che sento da allora è una soddisfazione enorme non solo mia e della mia famiglia: penso a sua madre, a suo padre. E mio marito Guido. Perché la madre lo tenne nel ventre e lo partorì in un luogo orrendo, malnutrita, torturata, ma Guido, il suo bambino, nacque; e nacque bene. Era una coppia sfortunata, avevano già perso due bambini; ma si vede che in questa solitudine del carcere si afferrò a questo figlio. Da dove ci vede, sarà felice anche lei. E il padre, che pochi giorni dopo lo sequestrarono – assassinato. Trovammo i suoi resti, continuavamo a cercare, e c’erano delle corrispondenze con una famiglia del Sud. I ricercatori ci parlarono, gli dissero che c’era la possibilità che loro figlio desaparecido fosse stato il compagno di Laura e anche loro potevano essere i nonni, e accettarono di dare il sangue per la Banca. Così che quando si presenta qui mio nipote, subito si trova la sua identità perché c’era tutto il sangue, paterno e materno. Lo stesso giorno, ci incontrammo per conoscerci, a casa di mia figlia. Io andai per abbracciarlo forte – e lui disse, “piano – piano. facciamo le cose un po’ per volta”. E davvero sto vivendo un sogno. Perché io non sapevo che cosa avrei trovato. Chi lo aveva allevato, come lo avevano trattato, se era stato abusato, se lo avevano inquadrato per farlo diventare uguale agli assassini. Invece trovai un ragazzo puro. E’ cresciuto in campagna, con una famiglia di contadini che magari non ha tutte le sottigliezze della cultura ma lo hanno cresciuto bene. Non non credo che questa coppia di gente semplice, contadini, siano colpevoli, hanno agito in buona fede, in campagna si può credere che davvero una famiglia dia via un figlio che non può allevare. So che è un crimine contro l’umanità, perché era un piano preciso della dittatura; ma spero che non abbiano conseguenze troppo gravi. Non si capisce come è andato a finire con loro, è tutta una catena, l’ultimo che glielo ha consegnato è un latifondista, il padrone della terra che adesso è morto. Glielo ha consegnato e gli ha detto: non ditegli mai che non siete i suoi veri genitori. Guido è ancora in contatto con loro. Nessuno impedisce ai nipoti di farlo; solo col tempo, un po’ per volta,si allontanano. Però, dice, “c’era qualcosa in me, come un suono, che mi diceva: sono differente da loro. Mi piaceva la musica, e anche se ho studiato e mi sono diplomato, direttore di cantiere, che è un mestiere dove si guadagna bene, però volevo studiare musica”. Lo disse alla famiglia, loro gli dissero di no, ma lui ha insistito e adesso dirige una scuola di musica, ha una band – è una ragazzo buono, sano puro. Sentiva da sempre un’inclinazione verso i diritti umani, e ha partecipato anche a un nostro progetto, Musica per l’identità. Fra i musicisti c’erano alcuni dei nipoti ritrovati, e parlò con loro. Quando si decise a venire diceva ironicamente, perché è un ragazzo allegro, gli piace scherzare, diceva alla sua compagna: se esce che davvero sono figlio di desaparecidos voglio che mia nonna sia come minimo Estela perché è il massimo. Dice che aveva visto foto mie e che gli pareva che mi somigliava. Ma non è solo una cosa familiare. L’impatto sociale di questa notizia è stato condiviso a tutti livelli sociali. Mi ha scritto il papa, i presidenti di tutta l’America latina, l’Unesco. L’autobus 114 invece del numero girava col nome di Guido, perché lui è il nipote ritrovato numero 114. C’erano cartelli nelle strade, dai fruttivendoli. Tutti hanno reagito con gioia. Perché? Perché se ci possiamo unire nella gioia di questo incontro che è la liberazione di una persona e il sogno realizzato di un’altra che ha lottato tanto, c’è qualcosa che possiamo festeggiare in comune, qualcosa che ci appartiene a tutti. Ne avevamo bisogno? Credo di sì. Questo paese ne aveva bisogno, in questo momento, con il problema del debito e dei fondi avvoltoio, con le parole vuote della politica, con queste guerre in tutto il mondo – che poi è quello che predichiamo noi Abuelas: unità. Se tutti siamo abitanti di questo pianeta Terra, non possiamo essere nemici. Saremo diversi ma non nemici; e cerchiamo quello che abbiamo in comune. Bisogna dare un senso a questa gioia collettiva. Mi arrivano fiori da tutto il mondo, dalla Svizzera, dal Belgio; dall’Italia mi ha telefonato il sindaco di Arzignano,il paese da cui sono emigrati i miei, mi hanno telefonato dalla Fondazione Basso, anche politici, Massimo D’Alema... Dobbiamo condividere questo momento di amore collettivo. E già eravamo uniti nella ricerca. Alla campagna per invitare chi ha dubbi sulla sua identità a venire da noi hanno partecipato perfino i giocatori della nazionale di calcio. Perché parliamo di gente che adesso ha 35 anni, e fin dall’inizio abbiamo cominciato a domandarci che cosa potevamo fare per ciascuna età dei nostri nipoti. Abbiamo sempre lanciato messaggi adeguati all’età che potevano avere. Nell’adolescenza cercammo di raggiungerli attraverso il teatro perché sapevamo che c’erano ragazzi che facevano teatro; poi abbiamo fatto Musica per l’identità, Tango per l’identità… E siamo andate alle partite di calcio, coi cartelli. E poi è successa questa cosa di Messi. E Messi con molto piacere [insieme con Lavezzi, Mascherano, Aguero] è andato in televisione con il cartello delle Abuelas che invitai ragazzi a venire da noi. Adesso farà qualcosa anche Maradona. Si sono saturati i telefoni. Ci sono arrivati undici milioni di messaggi – come dire che almeno un quarto della popolazione argentina ci ha cercato. Adesso abbiamo un’affluenza incredibile di ragazzi che vengono; a quelli che hanno l’età giusta facciamo il test. Sanno che qui li aspetta rispetto, ascolto e – se sono nipoti di desaparecidos – la liberazione.

22 giugno 2014

Hebron: terrore e routine

il manifesto 20.6.2014 (per motivi di spazio il testo uscito sul giornale era un po' ridotto. Questo è il testo completo) Tre ragazzi israeliani scomparsi – quasi certamente rapiti – nei pressi di Hebron, nella Palestina occupata. Letteralmente, non ci dormo la notte. Magari con meno immediatezza, ma la qualità dell’ansia e degli incubi mi ricorda quello che provavo ai tempi del rapimento Moro. A Hebron c’ero stato meno di una settimana prima del fatto, e quello che ho visto fa rabbrividire. Qui l’occupazione israeliana non si è limitata a edificare un insediamento coloniale (Kiryat Arba, sulla collina di fronte a Hebron), ma ha preso direttamente possesso di una parte della città stessa. Hebron è dove si dice sia sepolto Abramo e dove David sarebbe stato proclamato re. Con questa motivazione, poche centinaia di estremisti religiosi israeliani si sono insediati dentro la città, e adesso il venti percento del territorio urbano è direttamente sotto controllo israeliano, occupato da settecento coloni religiosi e altrettanti a soldati. I ventimila arabi che abitavano in questa parte di Hebron sono andati via o sono diventati invisibili. Non possono nemmeno passare per le strade principali, riservate esclusivamente ai coloni (le chiamano “strade sterilizzate”). I vecchi mercati sono macerie abbandonate, le strade laterali sono chiuse da muri, i negozi sono sbarrati, le porte delle case che danno sulla strada sono sigillate per impedire ai loro abitanti di calpestare le strade proibite (se vogliono uscire di casa, devono passare dal tetto e scendere con la scala sul retro), quei pochi che restano sono frequentemente aggrediti, insultati, sputati dai coloni protetti dai militari. Per strada vedo solo plotoni di soldati accompagnati dai coloni. E’ una città fantasma segregata. Mi accompagna un esponente di Breaking the Silence, l’organizzazione dei soldati israeliani che hanno deciso di rendere pubbliche le violenze, gli abusi e i crimini commessi dalle forze di occupazione. Si definisce ebreo ortodosso, e dice di non essere un pacifista. Di Hebron occupata conosce ogni sasso, ogni porta. Mi decifra alcune delle scritte che vediamo sulle porte e sui muri – quella che più mi impressiona dice “arabi al gas”. Recentemente, racconta, un gruppo di giovani palestinesi ha cercato forme di protesta non violente. Si sono messi d’accordo con un’organizzazione di donne ebree di Gerusalemme che in solidarietà sono venute a Hebron, si sono cambiate in abiti tradizionali palestinesi e così vestite si sono incamminate per una strada “sterilizzata”. Le hanno arrestate immediatamente. E poi, qualcuno rapisce quei tre ragazzi ed è logico che si scateni l’inferno. Mentre scrivo sono a New York e mi capita per mano il Wall Street Journal, uno dei migliori esempi di giornalismo anglosassone. Centoventi righe ben documentate e precise sulle azioni e le dichiarazioni di Netanyahu e del governo israeliano in risposta alla crisi. Nel mezzo dell’articolo, una frase: “Gli arresti hanno provocato scontri e dimostrazioni nella West Bank, che hanno lasciato almeno un palestinese morto”. Non una sillaba di più. Chi era, in che modo è stato “lasciato morto”, che diavolo significa – per un giornalismo così attento alla precisione e ai fatti – “almeno” un morto? Mi viene in mente un fulminante dialogo delle Avventure di Huckleberry Finn. “Si è fatto male qualcuno?” “Nossignora; è morto un negro”. Il rapimento di tre ragazzi israeliani – su questo non ci piove – è un atto terroristico e un delitto. Ammazzare “almeno” un arabo è routine. L’atto terroristico è una notizia, ha conseguenze immediate, gravi e clamorose. La routine non è una notizia, non merita titoli e approfondimenti. Ma la routine scava profondo, e nel tempo gli effetti possono essere terribili per tutti. A Kiryat Arba – spaziosa, bianca di pietra e verde di alberi – c’è un giardino. In cima al giardino, un tempo c’era un monumento e un sacrario. Sono stati rimossi, ma rimane una tomba. E’ la sepoltura di Baruch Goldstein, che il 25 febbraio 1994 irruppe nella parte musulmana della Tomba di Abramo e ammazzò ventinove palestinesi prima di essere sopraffatto. La scritta sulla tomba recita: “Al santo Baruch Goldstein, che ha dato la vita per il popolo ebraico, per la Torah e per la nazione di Israele”. Sulla tomba sono deposti dei sassi, segno tradizionale di pietoso e devoto omaggio. Dei tre ragazzi, purtroppo, nessuna notizia.

05 giugno 2014

La Liberazione non è finita.

il manifesto 5.6.2014 La testimonianza più drammatica della liberazione di Roma, il 4 giugno del 1944, ce l’ho davanti casa: la stele che, dove da via Cassia si diparte una stradina un tempo di campagna e oggi di quartiere dormitorio, elenca i nomi dei prigionieri politici uccisi a sangue freddo dai nazisti (affiancati da collaboratori italiani) dopo che si era bloccato il camion che li trasportava a Nord mentre da Sud entravano in Roma le truppe alleate. Un a quindicina di anni fa, era appena cominciato il processo Priebke, uscendo di casa trovai che qualcuno aveva dipinto sul cippo un’enorme svastica nera. Pochi minuti dopo, attorno al cippo c’era un capannello di gente che discuteva come fare a cancellare quell’insulto. Ognuno proponeva gli strumenti del proprio mestiere: il carrozziere offriva una mola (“ma no, così rovini il marmo!”), il commerciante del ferramenta proponeva un solvente… E io, che facevo un altro mestiere, mi domandavo: e io, che strumenti ho per cancellare quella svastica? Materialmente, adesso la svastica è scomparsa dalla pietra. Ma non è stata cancellata dalle nostre menti e dalla nostra cultura. Quelli di noi che lavorano nella cultura, nella comunicazione, nella scuola devono cercare nel proprio mestiere gli strumenti per continuare il lavoro di quel ferramenta e di quel carrozziere e cancellare la svastica anche dalle coscienze. Finché le svastiche continueranno ad apparire sui nostri muri, e proprio in vicinanza dei luoghi della resistenza (dalla Storta a via Tasso) e nelle ricorrenze (il 25 aprile, il giorno della memoria…), la liberazione di Roma non si potrà dire compiuta. La storia non finisce lì. D’altronde, quel 4 di giugno in cui i nazisti lasciarono Roma e gli alleati vi furono accolti in festa non fu una fine, ma un nuovo inizio. C’è una canzone partigiana che ho sentito cantare nei Castelli Romani che dice: “Or che è liberata Roma / il mondo intero insorgerà”. Da un lato, la canzone sottolinea il ruolo simbolico dell’evento: la liberazione di Roma, simbolo universale, cambia di segno alla storia del mondo, è una luce sul futuro. Dall’altro, però, dice che la battaglia continua, la guerra non è finita. E centinaia di partigiani delle zone liberate dell’Italia centrale continueranno la lotta nei gruppi di combattimento a fianco delle forze alleate e di quel che restava dell’esercito italiano. Il paradosso, naturalmente, è che forse “il mondo intero insorgerà”, ma che forze potenti – dalla Chiesa ai militari monarchici – si erano attivate per impedire che insorgesse Roma. Forse avevano anche delle buone ragioni; ma forse la scelta di fare di Roma l’oggetto e no il pieno soggetto della propria liberazione è una delle ragioni per cui, sette decenni dopo, le svastiche continuano ancora a infestare la nostra memoria.

15 maggio 2014

Un pizzino per Peppino Impastato

Quando Timisoara Pinto e Andrea Satta mi hanno chiesto di essere na delle cento persone che accettavano di scrivere, in memoria dei “cento passi” un “pizzino” di cento parole su Peppino Impastato, ucciso dalla mafia e dalle coperture e depistaggi delle istituzioni, ho pensato subito a un delitto con molti colpevoli. E mi è venuta in mente una popolarissima filastrocca infantile inglese – Who killed Cock Robin? Chi ha ucciso il Pettirosso? "Io, disse il passero, con l’arco e le frecce… chi l’ha visto morire? Chi ha raccolto il sangue?" E così via. Il poeta americano Norman Rosten ne fece una poesia sulla morte di Marilyn Monroe – Who killed Norma Jean? Io, disse la città, come un dovere civico… io, disse la notte… io disse il fan… Pete Seeger l’ha messa in musica e ne ha fatto una canzone indimenticabile – che forse ha contribuito a ispirare Bob Dylan quando ha scritto, sulla morte di un pugile ucciso sul ring, Who killed Davey Moore? Non io, disse l’arbitro… non io, disse la folla, non io, disse il manager… Così, mi sono chiesto: Chi ha ucciso Peppino Impastato? Io, disse la Mafia, padrona della paura e del silenzio. Chi ha ucciso Peppino Impastato? Io, disse il Paese, voltandosi per non vedere, non sentire, non parlare Chi ha ucciso Peppino Impastato? Io, dissero i Preti, regalando santini cantando novene per gli uccisi e per gli assassini Chi ha ucciso Peppino Impastato? Io, disse lo Stato, falsando le prove inventando attentati, insabbiando processi spargendo menzogne Chi ha ucciso Peppino Impastato? Io, dissero i Media, che voci libere non sopportano e ignorano Dov'è adesso Peppino Impastato? Nel vuoto che resta, nel dolore che non finisce.

09 maggio 2014

Kabir, un poeta contro le barrier: incontro con Shabnam Virmani

il manifesto 9 maggio 2014 Ho incontrato Shabnam Virmani a Bangalore, dove lavora a un progetto di film e musica su Kabir, poeta e mistico indiano vissuto fra il ‘400 e il ‘500. La sua poesia è ancora conosciuta e cantata in tradizione orale in India e in Pakistan, come guida alla ricerca di una spiritualità oltre le barriere, i dogmi, le religioni rivelate e le identità ossificate. I film di Shabnam mi avevano commosso; poi l’ho sentita in concerto, e mi ha profondamente coinvolto. Col Circolo Gianni Bosio e Apollo 11 siamo riusciti a portarla in Italia. “Sono nata in Punjab”, racconta. “ Ho vissuto un po’ dappertutto, ho lavorato molti anni in Guajarat col movimento delle donne rurali, usando il video e la radio per documentare le loro lotte e cercando di creare insieme progetti video di comunità. Ho lavorato anche con le cosiddette caste inferiori, i dalit, perciò molto del mio lavoro è stato accanto a gruppi di sinistra, socialisti. Nel 2002 ci furono gli scontri fra hindu e musulmani in Gujarat” - più di tremila morti, la maggior parte musulmani massacrati da nazionalisti hindu. “Io abitavo ad Ahmedabad, e c’è una poesia di Kabir che dice: guarda, il mondo è impazzito; dici la verità e ti picchiano, dici una menzogna e ti sorridono. Io non ho un retroterra spirituale, la famiglia non mi ha trasmesso nessuna tendenza religiosa, ho avuto un’istruzione molto occidentalizzata. Ma la voce di Kabir mi ha parlato in quel momento. Molta della sua poesia parla del pregiudizio, delle divisioni religiose, della follia umana. Così cominciai a leggere Kabir. Avevo sempre amato la musica, la poesia, ed ero pronta ad accogliere una visione spirituale. Sentivo che, da sola, la visione militante, politica, lasciava un vuoto. Io pensavo di usare la poesia di Kabir per il cambiamento sociale, ma lui mi poneva domande filosofiche più profonde. E una parte di me che non conoscevo cominciò a sentirsi nutrita. Non mi ero mai accorta di questo vuoto finché non ha cominciato a riempirsi. Tramite Kabir, cominciai a scoprire anche i linguaggi popolari dell’India: fu una grande gioia. Se sei una bambina di città e vai a scuole inglesi, non ha il senso del rasa – il sapore, il succo delle cose. Non hai quell’esperienza della lingua. Così, ricevere la poesia di Kabir nei dialetti in cui è cantata – in Madhya Pradesh, nell’India centrale, nel Nord, in Rajastan, in Guajarat – mi ha ridato il rapporto con le mie radici linguistiche. E’ stata una gioia. Non mi rendevo conto che c’era un vuoto in me che aspettava di essere riempito – dissetato, fertilizzato. Non ti rendi conto di quanto è arida una parte di te finché non riceve l’acqua di cui ha bisogno. Così sono cominciati questi viaggi – ricercando l’espressione musicale della poesia di Kabir, cercando di capire che cosa significa per tanta gente una voce di tanti secoli fa che continua a scorrere in tanti modi diversi.”, Il film che vediamo venerdì segue l’idea Kabir insegna ad andare oltre la forma e il contorno delle cose, verso un assoluto senza confini che ci unifica tutti. “Gli storici dicono che Kabir è nato in una famiglia musulmana, forse neoconvertita, a Benares, Uttar Pradesh. Così lui rappresenta la confluenza di molteplici influenze religiose. La sua poesia è ricca di immagini dello hatah yoga – il corpo interiore, i chakra… E’ insieme critica sociale e corpo interiore, uno sguardo verso l’interiorità e verso l’esterno. Kabit rifiuta risolutamente di essere identificato come musulmano o come hinduista. Si rivolge continuamente a Ram, che è una divinità induista, ma usa molto linguaggio sufi, urdu, islamico. Ti insegna a ricercare il luogo da dove viene il tuo senso di appartenenza e di identità - e a bruciarlo.” Un momento intensissimo del film è il passaggio del confine militarizzato fra India e Pakistan – un passaggio anche simbolico. “E’ stato interessante personalmente perché le mie radici sono in Pakistan, i miei genitori vengono dal Pakistan e sono venuti da questa parte quando l’India è stata divisa dal Pakistan. E politicamente: perché è difficile passare quel confine, ed è un po’ come entrare dentro un’alterità demonizzata – e demonizzante. E’ stato emozionante trovare in Pakistan lo spirito di tante cose che ci sono care in India. E’ stato un viaggio poetico, una metafora: passare il confine e scoprire Kabir lì, nel cuore dei cantori sufi in Pakistan. Gli islamisti ortodossi non vogliono avere niente a che fare con Kabir; ma tanti cantori sufi lo amano, lo sentono come una delle loro voci, come Hafez o come Rumi”. Anche l’opera di Rumi - poeta persiano del ‘200, fondatore dei dervisci rotanti - come quella di Kabir, è poesia, pensiero religioso, e canto. “Quando ho cominciato questi viaggi alla ricerca di Kabir, ho cominciato a sentirmi invasa dalla musica, a sentire l’impulso di poggiare la macchina da presa e prendere in mano la tambura. A volte, siccome filmo tutto personalmente, la macchina da presa mi faceva sentire estranea, separata. Un distico di Kabir dice: il rosso del mio amore-gioiello è così rosso che ovunque guardo vedo quel colore; sono uscito alla ricerca di quel rosso e lo sono diventato io stesso. E’ la scomparsa della divisione fra osservato e osservatore. Sei vuoi capire quello che cerchi, lo devi diventare tu stesso. La macchina da presa è una tecnologia meravigliosa, e continuo a usarla, ma avevo bisogno di sovvertire la distanza creata dalla macchina. Rifiuto l’approccio documentaristico che consiste nel prendere le distanze tra me e la realtà che filmo: io sono lì con la macchina da presa, perciò divento parte di quella realtà e la cambio per il fatto stesso che sono lì. Questa interazione, questa comunicazione che crei con gli altri è il cuore del documentario; è il dialogo.” Le dico che c’è un un attore indiano conosciuto in Italia ( l’immagine televisiva di Sandokan): e si chiama Kabir. “Non sapevo che Kabir Bedi avesse rapporti con l’Italia. Kabir è un nome molto diffuso in India. Se uno vuole indicare che è al disopra delle identità religiose, se uno è anche vagamente progressista o di sinistra, mette nome Kabir ai figli. O le coppie miste: se un musulmano sposa una hindu o viceversa, il figlio lo chiamano Kabir. Perché vuol dire che non esistono barriere”. Venerdì 9 aprile al Piccolo Apollo (via di Conte Verde – angolo via Nino Bixio) l’Associazione Piccolo Apollo e il Circolo Gianni Bosio presentano “Tra Roma e l’India – in film, poesia e musica”. Alle 19, proiezione del film Had-Anhad (Bound – Unbound) di Shabnam Virmani: un viaggio nella musica popolare seguendo la musica e la poesia di Kabir, poeta del XV secolo, il cui ricordo è ancora vivissimo nella cultura dell’India e del Pakistan. Had-Anhad ha ottenuto il Primo Premio allo One Billion Eyes Documentary Film Festival di Chennai nell’agosto 2008 e il Silver Trophy come miglior Film Non-Fiction dell’Indian Documentary Producers' Association Awards nel 2009. Alle 21,30, Shabnam Virmani (voce e tambura) in concerto, accompagnata da Vipul Rikhi (voce, tambura, percussioni). Apriranno il concerto Sushmita Sultana e Nasser Dhafar, musicisti migranti che lavorano a Roma, rispettivamente dal Bangla Desh e dell’Iran. L’iniziativa ha il sostegno della Regione Lazio, del gruppo consiliare Per il Lazio e di India-Europea-Foundation for New Dialogues, ********************************************************