30 luglio 2015

Lampedusa, Calais, Ventimiglia...

il manifesto 30.7.2015 Da Lampedusa non si entra. Da Calais non si esce. Da Ventimiglia non si passa. Dalla Serbia a Budapest si viaggia in vagoni piombati. A Ceuta e Melilla, enclave spagnole in terra d’Africa, come al confine fra Bulgaria e Turchia o al confine fra Ungheria e Serbia, si alzano reticolati e muri. Un po’ per volta l’Europa sta ritrovando le sue radici: confini inviolabili, egoismi e pregiudizi nazionali e razziali, l’eredità di un secolo e mezzo di colonialismo, le conseguenze di guerre dissennate a cavallo del terzo millennio, gli effetti del pensiero unico occidentale in forma di liberismo sfrenato. Il tunnel di Calais è una vivida metafora di tutto questo: pensato per unire, è diventato una invalicabile barriera divisoria per chi non ha i soldi del biglietto – anzi, una barriera fra chi i soldi ce li ha e chi no. Scrivendo su un altro confine e un altro muro – quello fra Stati Uniti e Messico, la scrittrice chicana Gloria Anzaldúa conclude: il confine “es una herida abierta”, è una ferita aperta, dove il Terzo Mondo si strofina con il Primo, e sanguina. Come il Rio Grande e il muro che lo costeggia, anche Lampedusa, Calais, Ventimiglia sono ferite aperte, il sanguinante confine fra un Primo Mondo sempre più selvaggio e un Terzo Mondo che non ce la fa più a sopportare fame, guerra e dittature come destini ineluttabili e viene a chiedercene il conto. Adesso questi due mondi non si strofinano più soltanto ai confini fra loro, ma anche dentro l’Europa stessa, e la insanguinano tutta; ma il senso è sempre quello: l’insopportabilità di un mondo in cui ricchezza e risorse si ripartiscono in misura sempre più ingiusta e disuguale. Un tempo, di queste ingiustizie si occupava la sinistra. Oggi, ci raccontano, sono finite le ideologie; ma la lotta di classe continua, in forme insolite e drammatiche. Da un lato, quella guerra di classe dei ricchi contro i poveri di cui ha scritto eloquentemente Luciano Gallino (e di cui la vicenda greca è una variante significativa). Dall’altro, la più antica lotta dei poveri per avere anche loro quello che hanno i ricchi: l’immigrazione di massa è infine (ed è sempre stata) proprio questo, l’arma estrema dei dannati della terra per un minimo di accesso ai beni della terra su cui viviamo tutti. A differenza delle forme di lotta e dei conflitti sociali del secolo scorso, questa lotta non è mossa dal progetto di abbattere un sistema, ma dall’ansia di condividerlo; non dall’ostilità ma dal desiderio, dal sogno, se non dall’amore idealizzato. Solo che siccome il sistema che vorrebbero condividere è in realtà retto da egoismo ed esclusioni, la richiesta di condivisione ne mette a nudo limiti e ipocrisie, impone inevitabilmente il cambiamento e per questo l’Europa la percepisce come invasione e minaccia e cerca in tutti i modi di fermarla. Ma fermare un simile cambiamento epocale è come provare a fermare il mare con le mani. E’ difficile dire come possiamo noi svolgere un ruolo in questa nuova lotta di classe . Il lavoro di tante forme di volontariato e di intervento di base è prezioso, aiuta, salva vite, crea rapporti; ma le dimensioni del dramma sono almeno per ora superiori alle forze che può mettere in campo da solo. Io credo che dobbiamo comunque tutti accettare che le nostre vite non possono continuare uguali come se nulla fosse, magari con un po’ di tolleranza e benevolenza in più. Né noi né i migranti ci possiamo salvare da soli: quelli che dicono “prima gli italiani” non hanno capito che entrambi abbiamo bisogno delle stesse cose – casa, lavoro, salute, scuola, diritti, tutte cose che i migranti cercano e che noi stiamo un poco per volta perdendo, e che possiamo forse salvare e recuperare insieme, per tutti. Dobbiamo ritrovare alla democrazia il suo significato profondo, che non sta nella politica e nelle istituzioni ma nelle anime: democrazia come solidarietà, come capacità di riconoscere nell’umanità degli altri la nostra umanità stessa. C’è ancora qualcuno che lavora su questo? Diceva un testo sacro del pensiero liberale: la mia libertà finisce dove comincia quella del mio vicino: che è precisamente un invito a vedere il vicino, specie si diverso e nuovo, come un limite alla propria libertà, come un ostacolo e un potenziale nemico. Io credo che dovremmo riformularlo: la nostra libertà comincia dove comincia la libertà del nostro vicino, i nostri diritti e quelli dei migranti sono per sempre inseparabili, la libertà di tutti noi finisce, e comincia, a Lampedusa, a Ventimiglia e a Calais.

19 luglio 2015

Dov'è la sinistra a Casale San Nicola? - il manifesto 19.7.2015

L’altro giorno la nostra strega preferita, Angela Merkel, ha fatto piangere una bambina palestinese dicendole senza peli sulla lingua: “non possiamo accogliere tutti”. Insensibilità teutonica. Noi latini siamo più umani e bonari: non è che non possiamo accogliere tutti; più semplicemente, non vogliamo accogliere nessuno. Adesso ci sorprendiamo e ci scandalizziamo per le schifezze esplose a Treviso e alla periferia di Roma, con tanto di contorno a braccio teso di Forza Nuova e Casa Pound. Io però mi vorrei fare anche un’altra domanda: com’è che a Casal San Nicola i fascisti c’erano per aizzare le fiamme, e invece non c’era traccia di soggetti democratici, civili e antirazzisti a contrastarli, a spiegare, a offrire ragionamenti alternativi, e magari a sostenere i migranti in questo momento difficile delle loro vite? Dov’erano le brave persone del PD locale, che conosco e rispetto e che ho visto attivarsi solo per organizzare le primarie? Dov’era Sel? E lasciamo stare gli altri. E’ la stessa storia che ho visto, dall’altro lato dello stesso quartiere, qualche anno fa, quando l’allora amministrazione Rutelli cercò di decentrare i campi rom istituendone uno di dimensioni limitate anche da queste parti: blocchi stradali, indignazione, grida rivoltose, Forza Italia e gli ultras della Lazio in strada, e della sinistra non una traccia. E alla fine, come a Treviso, come a viale Morandi, vincono loro. Il senso comune, il mescolarsi di paura, egoismo, vittimismo, ignoranza che si respira nell’aria di oggi è anche il risultato della nostra abdicazione dalla politica come pratica quotidiana nella società e nei territori, direi come didattica ed educazione di massa come è stata per tanta parte della nostra storia. Ci siamo riempiti la bocca con Syriza, ma in paese ben più difficile e con più immigrati del nostro, Syriza nelle strade e nei quartieri c’era, ed è per questo che finora Alba Dorata non egemonizza le piazze. I manifestanti di Casale San Nicola non sono innocenti e la “comprensione” da più parti manifestata per le loro “ragioni” è pericolosamente vicina alla complicità. Ma sono soggetti subalterni e manipolati, capaci di ribellarsi solo contro gente più debole di loro. La colpa più grave è la nostra, la colpa è di una sinistra che ha un’idea rattrappita, separata, specialistica e mediatica della politica, che ha scelto di lasciare impolverare una democrazia costituzionale basata sulla partecipazione attiva dei cittadini – e che anche per questo si è ampiamente lasciata contaminare da settarismo, da affarismo e corruzione, e anche in buona parte dalla stessa mentalità egoistica e proprietaria di cui vediamo anche in questi episodi i risultati. I nostri governanti non hanno per migranti e rifugiati più rispetto dei rivoltosi trevigiani e romani. Basta vedere come li gestiscono: non sono persone ma problemi, da collocare dove capita, nella prima discarica che viene sotto mano, senza progettare, senza coinvolgere, senza attivare pratiche democratiche che possano prevenire i conflitti e aiutare l’accoglienza, senza assicurarsi che dove li mettono ci possano davvero vivere. Chi sta al governo lo sa benissimo che aria tira. Operazioni improvvisate, dilettantistiche e autoritarie come queste sembrano – magari, sapendo chi c’è al ministero degli interni, sono – fatte apposta per aizzare il peggio che c’è nel paese. Poi si mandano i poliziotti coi caschi blu, a menare e a farsi menare. Le vere priorità di governo sono altre. Eppure io resto convinto che questo paese non è rappresentato dai facinorosi di Quinto e di Casale San Nicola. Sono convinto che siano minoranze che monopolizzano il discorso pubblico e mediatico solo perché glielo consente il silenzio di tutti gli altri. La possibile ricostruzione della sinistra passa da qui. Vanno benissimo gi accordi politici, le sinergie fra notabili e gruppi dirigenti. Ma fino a quando in strada ci saranno solo quelli di Casa Pound, tutto questo – al meglio – resterà chiuso fra le solite quattro mura. A proposito. All fine, la bambina palestinese che Angela Merkel ha fatto piangere e la sua famiglia, in Germania ci potranno restare

01 luglio 2015

Charleston - South Carolina - June 20, 2015

Before he started shooting, white terrorist Dylann Roof told the congragation in Charleston’s Emanuel African Methodist Episcopal Church: “You rape our women and are takng over our country”. These are two distinct paranoias – sexuality and power – harking to different historical times and yet connected by an undercurrent of meaning. The image of the “black rapist” has deep roots in history, so much so that it sounds even slightly anachronistic today. Of course, it never disappeared from American (and Italian) imagination: we still remember the use of Willie Horton in Bush’s 1988 campaign. Yet, it harks back mostly to the years of mass lynching between Reconstruction and the 1930s, and has not been as visible recently. The fact that Dylann Roof mentioned it first is a sign of the deep atavistic pathologies he was swimming. On the other hand, the belief that black people are taking over America is closely linked to the present moment. The election of Barack Obama, far from being a sign of the erosion of racial barrier, has unleashed fears of black domination, with African Americans on top and white people reduced to the status of second-class citizens. Whether intentional or not, even the recent wave of police killings of black people is part of this paranoid context. The white suprematist vision of the world cannot countenance coexistence, equality, multiplicity. Either we are on top, or them. So, each time white power appears to have been checked in the slightest manner, it is perceived as an apocalyptic change. Likewise, a few thousand migrants represent an “invasion” to paranoid white Europe. What keeps these two historically distinct paranoias together is the obsession with purity. The obsession with rape evokes the terror of “miscegenation”: in racial ideology, one sixteenth or less of black “blood” makes a person entirely black. Likewise, even the slightest fragment of power by back in society is perceived as a contamination that makes the whole public sphere dirty and impure. An anthropological definition of “dirt” is “matter out of place”: nothing is more out of place than black Trevor Martin in a white neighborhood, or black Barack Obama in the White House. This is why I think that the question whether Dylann Roof acted alone or not is irrelevant. Even if he turns out to have acted alone, his action s not an isolated event. We may have forgotten the white terrorist who broke into a Sikh temple in Wisconsin in 2012 and killed six people: he hated Muslims and Arabs, and the fact that Sikhs are neither was irrelevant, they were out of place anyway, like all immigrants, like this week’s migrants perched on the shoals at the French border or camping around the stations in Rome or Milan (and our peculiar obsession with purity and dirt has invented the paranoia of migrants as bearers of scabies). Dylann’s is not an isolated case: have we forgotten the black church burnings of the mid-90s? ,or the four children killed in Church in Birmngham in 1963? We ought to investigated the relationship between the obsession with the dirt and the aggression to the sacred in all these cases. Charleston is a special place. In slavery times, South Carolina used to be the one state with a blck majority population. Here, in 1821, the ex-slave Denmark Vesey and his comrades organized the most important black revolt in slavery’s history – important not for what they did (they were discovered and killed before they could act) but for what they thought. Charleston is connected to the Caribbeans, and Denmark Vesey had heard from the Haitian sailors in Charleston harbor the story of their revolution and the ideas of the French revolution. In elegant reactionary Charleston, black slaves were the bearers of the ideas of freedom and modernity. Today, it is their descendants who help us salvage some traces f a progressively eroding sense of humanity.

Charleston, South Carolina. - il manifesto 20.6.2015

Prima di iniziare il massacro, Dylann Roof ha detto ai fedeli neri della Emanuel African Methodist Episcopal Church di Charleston, South Carolina: “stuprate le nostre donne e vi state impadronendo dell’America”. Sono due paranoie diverse – la sessualità e il potere - connotate da epoche diverse ma infine connesse da un sottofondo di senso. La figura del nero violentatore affonda radici profonde nella storia, e questo le dà oggi un curioso sapore anacronistico. E’ vero che non è mai del tutto scomparsa dall’immaginario americano (e neanche dal nostro): la campagna elettorale che portò all’elezione di Bush padre nel 1988 fu tutta imperniata sulla figura di Willie Horton, un afroamericano che, in libera uscita dal carcere, aveva violentato una donna bianca. Tuttavia, rinvia soprattutto agli anni dei linciaggi di massa, fra la guerra civile e gli anni ’30, ed è stata relativamente meno presente in epoca più recente. Il fatto che Roof l’abbia riesumata rivela da quali paure ataviche è stato mosso, in quali profondità oscure è andato a pescare. L’idea che i neri stiano impadronendosi dell’America invece è strettamente legata alla contemporaneità. La presidenza Obama, lungi dal segnare il superamento delle tensioni razziali, ha finito per acutizzarle, generando la convinzione che i neri stiano prendendo il potere e si preparino a ridurre i bianchi a cittadini di seconda classe. Intenzionale o meno, anche l’ondata di assassinii di neri da parte della polizia fa parte di questo quadro paranoico. La visione del mondo dei ”suprematisti” bianchi non ammette vie di mezzo coesistenze, sfumature: se non dominiamo noi, domineranno loro. Per questo, ogni volta che il potere bianco viene sia pure minimamente intaccato, è percepito come l’inizio di un capovolgimento apocalittico. E poche migliaia di profughi rappresentano un’”invasione” agli occhi di un Europa bianca paranoica. Quello che tiene insieme queste due paranoie storicamente diverse è l’ossessione della purezza. L’atavica paranoia dello stupro si collega al terrore della miscegenation, la “mescolanza” che contamina la purezza del “sangue” della stirpe dominante. Nell’ideologia razziale americana, basta avere un sedicesimo di “sangue” nero per essere considerati cento per cento neri. La moderna ossessione per la “conquista” o l’”invasione” nera è anch’essa fondata su un analogo terrore della contaminazione : basta che i neri ottengano un frammento di potere perché l’intera sfera del potere sia percepita come sporcata e impura. Se è vero che lo sporco è “materia fuori posto”, ebbene, niente è più fuori posto di Treyvor Martin in un quartiere per bianchi o di un nero alla Casa Bianca. I puri devono correre ai ripari. Per questi motivi mi sembra mal posta la domanda se il terrorista Dylann Roof sia un isolato o faccia parte di un’organizzazione. Anche se avesse agito tutto da solo, comunque non è un isolato, perché è espressione di una patologia diffusa e attivamente coltivata da media e politici di destra. Non è comunque isolato il suo gesto. Forse ce ne siamo già scordati, nel succedersi incessante di tragedie di cronaca, ma nel 2012 un altro terrorista bianco è entrato un tempio Sikh nel Wisconsin e ha ammazzato sei persone: odiava gli arabi e i musulmani, che i Sikh non fossero né l’uno né l’altro era irrilevante. Erano comunque gente fuori posto nell’America bianca e cristiana, come sono fuori posto tutti i migranti, accampati sugli scogli di Ventimiglia o attorno alle stazioni di Roma o di Milano (e la nostrana ossessione della purezza si è inventata pure l’emergenza scabbia). Non è un gesto isolato non solo perché, come in tanti hanno ricordato, echeggia la strage di Birmingham, Alabama, le quattro bambine uccise in chiesa da una bomba terrorista bianca nel 1963, ma anche perché – e anche questo fatichiamo a ricordarcelo – a metà anni ’90 l’America fu segnata da un’ondata di incendi dolosi di chiese nere. E c’è da domandarsi che relazione esista fra l’ossessione dello sporco e l’aggressione ripetuta al sacro. Charleston, dove è successa questa strage, è un posto un po’ speciale. Al tempo della schiavitù, il South Carolina era l’unico stato in cui i neri fossero maggioranza. Fu qui che nel 1821 l’ex schiavo Denmark Vesey e un gruppo di suoi compagni organizzarono il più importante tentativo di rivolta della storia della schiavitù – importante non tanto per quello che fecero (furono scoperti e uccisi prima di poter agire) quanto per quello che pensavano. Orientata verso il Sud, verso i Caraibi, Charleston era “contaminata” dalle idee rivoluzionarie e di liberazione che arrivavano dall’appena compiuta rivoluzione di Haiti. Denmark Vesey era stato in contatto con i marinai haitiani, conosceva il pensiero della rivoluzione francese. Nella raffinata reazionaria Charleston, gli schiavi e gli ex schiavi erano i portatori delle idee di modernità e di libertà. Oggi, sta ai loro discendenti salvare un senso di umanità di cui sempre più, ogni giorno, perdiamo le tracce.

23 maggio 2015

La polizia uccide

Il 4 febbraio 1999, Amadou Diallo, uno studente africano che era a New York per motivi di studio, fu fermato da quattro agenti di polizia sulla soglia della sua casa del Bronx. Mentre metteva la mano in tasca per estrarre il portafoglio e far vedere i documenti, i quattro gli esplosero contro 41 colpi di arma da fuoco, uccidendolo. Diallo era disarmato. I poliziotti dissero che erano alla ricerca di un criminale e che la sua descrizione poteva corrispondere alla fisionomia di Amadou Diallo. Effettivamente, tanto il ricercato quanto la vittima erano neri. I quattro poliziotti resteranno impuniti. Pochi mesi dopo, il 4 giugno, ad Atlanta, Bruce Springsteen e la E Street Band eseguono per la prima volta una nuova canzone – 41 Shots: “E’ un’arma, è un coltello, è un portafogli? È la tua vita, non è un segreto che puoi essere ammazzato solo perché vivi nella tua pelle americana”. La strofa centrale della canzone è un dialogo fra una madre e un figlio: “In queste strade, Charles, devi capire le regole. Se un poliziotto ti ferma, promettimi che sarai sempre educato, che non ti metterai a correre e scappare, e che terrai le mani bene in vista”. Sono praticamente le stesse parole che il sindaco di New York, Bill de Blasio (sua moglie è nera, e quindi lo sono ufficialmente i suoi figli), ha pronunciato dopo l’uccisione impunita di Eric Garner, afroamericano ucciso a New York il 17 luglio 2014 dalla polizia: “Mia moglie e io abbiamo dovuto parlarne per anni a nostro figlio Dante. E’un bravo ragazzo, che rispetta la legge, a cui non verrebbe mai in mente di fare niente di male, eppure c’è una storia che ci pesa addosso, ci sono dei pericoli che corre – abbiamo dovuto letteralmente addestrarlo, come tante famiglie di questa città per decenni, e insegnargli a stare molto attento quando incontra gli agenti di polizia che sono lì per proteggerlo. E’ un doloroso senso di contraddizione che i nostri ragazzi vedono – la polizia è qui per proteggerci eppure c’è una storia che dobbiamo superare, perché tanti dei nostri ragazzi hanno paura. E tante famiglie hanno paura”. Anche il poliziotto che ha ucciso Eric Garner è stato assolto. I figli del sindaco di New York sono neri. E’ nero anche il presidente degli Stati Uniti, e sono nere le sue figlie. Il 26 febbraio 2012 Trayvon Martin, un ragazzo nero di 17 anni, disarmato, fu ucciso a Sanford, Florida, dal vigilante George Zimmerman (anche lui assolto, dopo un lungo ciclo di indagini e processi). Barack Obama commentò: “Quando penso a quel ragazzo, penso alle mie figlie… Se avessi un figlio, somiglierebbe a Trayvon” – avrebbe la stessa “pelle Americana” e correrebbe gli stessi rischi. Puoi essere figlio del sindaco, figlio del presidente, o un borsista africano del Bronx, non fa differenza: la prima e ultima cosa che gli agenti vedono è la tua pelle. La morte di Michael Brown, diciottenne disarmato ucciso il 9 agosto 2014 da un poliziotto bianco a Ferguson, Missouri, e quella di Eric Garner, soffocato a morte da un poliziotto bianco a New York il 17 luglio 2014 sono solo un paio fra gli episodi recenti di una lunga storia. Le più drammatiche rivolte dei ghetti americani – Los Angeles 1992, Miami 1996, Cincinnati 2002 – sono scaturite da episodi di violenza poliziesca. Ma gli episodi di Ferguson e New York hanno segnato un cambiamento nello stato d’animo della popolazione afroamericana, e non solo, risultato di un’amara presa d’atto: l’elezione di un presidente afroamericano ha conferito alla comunità nera una maggiore certezza dei propri diritti di cittadinanza, e reso più insopportabile il fatto che continuino ad essere violati impunemente come se niente fosse cambiato. Così, alla mobilitazione locale e nazionale dopo l’uccisione di Michael Brown (e alle risposte violente della polizia), hanno fatto seguito i “die-in” a New York e altrove, in cui centinaia di persone, bianchi e neri insieme come ai tempi della lotta per i diritti civili, si sono distese a terra ripetendo come slogan le ultime parole di Eric Garner: “I can’t breathe”, non posso respirare. Eric Garner è stato ucciso da in “chokehold”, la presa da dietro con le braccia attorno alla gola. La “chokehold” (“presa a soffocamento”) è parente stretta di quella mortale pratica della”contenzione” che ha provocato non poche vittime anche in Italia. L’abbiamo vista al cinema nella morte di Radio Raheem in Fai la cosa giusta di Spike Lee (che infatti ha mixato le immagini del suo film con quelle della morte di Garner in un video di grande efficacia). “I can’t breathe” è sia una ripresa letterale delle ultime parole di Garner soffocato dalla “chokehold”, sia una metafora dell’atmosfera irrespirabile che si è creata attorno al rapporto fra polizia e minoranze negli Stati Uniti– “la storia che ci grava addosso” , nella parole del sindaco de Blasio. E’ un clima che è stato reso ancora più pesante dall’assassinio di due poliziotti a New York, il 21 dicembre 2014, da parte di un attentatore afroamericano che si è poi suicidato. Nessuno dei due poliziotti uccisi - Liu Wenjin and Raphael Ramos – era bianco. L’evento ha aggravato ancora di più la tensione fra le forze di polizia da un lato e la comunità afroamericana e i difensori dei diritti civili dall’altro, come se la morte di due agenti delegittimasse le proteste e la rabbia per l’assassinio dei ragazzi neri. Ma gli inviti di de Blasio sospendere le proteste hanno avuto un effetto molto limitato. A questa tensione contribuiscono una serie di elementi: lo spirito di corpo, la certezza dell’impunità, il razzismo diffuso, il cosiddetto racial profiling, la segregazione residenziale e la cultura delle armi. Un malinteso spirito di corpo non è certo una specificità americana: i casi Cucchi, Aldrovandi, Magherini e tanti altri mostrano come anche in Italia le cosiddette forze dell’ordine si chiudano a riccio a protezione dei loro membri responsabili di atti di violenza, come se denunciare un abuso da parte di singoli agenti equivalesse ad aggredire l’intera organizzazione anziché cercare di migliorarla. Anche negli Stati Uniti la polizia copre gli abusi invece di liberarsi dei responsabili e arriva (come da noi nel caso di Aldrovandi) a manifestare pubblicamente in difesa dei responsabili. Negli Stati Uniti, questa difesa corporativa ha assunto toni anche spettacolari. Si era appena diffusa la notizia della canzone di Bruce Springsteen su Amadou Diallo che i poliziotti di New York si sono dichiarati insultati e offesi e hanno annunciato – seguiti da stampa simpatetica – il boicottaggio dei concerti di Springsteen. La canzone non l’avevano neanche sentita, ma nominare i “41 colpi” gli pareva in sé una provocazione intollerabile: sull’episodio doveva scendere il silenzio, il solo fatto di parlarne era un’aggressione all’intero corpo di polizia. Eppure la canzone è forse l’unico testo nella cultura popolare americana che cerca di vedere anche il punto di vista dei poliziotti e immaginare la loro umanità: la prima strofa li mostra inginocchiati davanti al corpo di Diallo, che pregano disperatamente perché non muoia. Più recentemente, si è ripetuto il gesto clamoroso dei poliziotti che, in occasione della commemorazione dei due commilitoni uccisi, hanno voltato pubblicamente e ostentatamente le spalle al sindaco de Blasio, colpevole di avere constatato che i ragazzi neri hanno motivo di avere paura della polizia. La dimensione corporativa culmina con il senso di impunità. Anche questa non è una specificità americana: basta pensare alle brillanti carriere dei poliziotti condannati dopo i fatti di Genova del 2001. Allo stesso modo, gli assassini di Amadou Biallo, Michael Brown, Eric Garner, Trayvor Martin sono andati tutti impuniti, ed è stato anche questo che ha suscitato la rabbia e l’indignazione in tutto il paese. C’è una sistematica vicinanza ideologica, sociale e culturale fra l’universo delle forze dell’ordine e quello delle commissioni che indagano e infine decidono sul loro comportamento. Spesso (un po’ come nei nostri processi per stupro – o come nel caso Cucchi), il procedimento nei confronti degli agenti si è trasformato in un’aggressione all’identità delle vittime nel tentativo di dimostrare, contro ogni evidenza, che erano loro gli aggressori (è il caso delle prime versioni della morte di Michael Brown – ma anche il paradossale tentativo di dimostrare che nel caso di Trayvor Martin il vero razzista era lui) o comunque che se l’erano cercata, che se lo meritavano, che erano dei poco di buono marginali. Al centro di questo quadro, naturalmente, sta il razzismo: il pregiudizio e la paura dell’altro. Non è certo un’esclusiva della polizia, ma diversi studi hanno dimostrato che tra i poliziotti il pregiudizio è ancora più diffuso che nella popolazione in generale. Per esempio, in un esperimento condotto dopo l’uccisione di Diallo, la maggioranza dei soggetti scambiavano oggetti innocui per armi con più frequenza se l’immagine era accompagnata da un faccia nera che non da una faccia bianca; e questa tendenza era ancor più marcata fra gli agenti di polizia che avevano partecipato all’esperimento. Come disse uno dei ricercatori, “i poliziotti sono addestrati ad essere molto sensibili alle armi, ma non a disfare gli stereotipi razziali inconsci”. Anche qui non si tratta di una speciale perversità americana: un pregiudizio, implicito e talora esplicito, segna anche il rapporto fra forze dell’ordine e stranieri e migranti in Italia. Ma negli Stati Uniti riceve una definizione e una sanzione quasi istituzionale, sotto il nome di “racial profiling”. Il profiling è una tecnica investigativa che cerca di identificare gli autori di atti criminosi ricostruendone dagli indizi disponibili i tratti psicologici e il retroterra culturale; il profiling razziale è invece l’abitudine degli agenti di assumere l’identità etnica o il colore della pelle di una persona come motivo per ritenerla automaticamente sospetta di comportamenti criminali. Teoricamente il “racial profiling” sarebbe vietato, ma nella pratica investe continuamente la vita quotidiana di afroamericani e ispanici. Per esempio, essere neri, magari benvestiti, e alla guida di una macchina non scassata può essere motivo per venire sospettati di averla rubata ed essere fermati e inquisiti (è successo al filosofo e professore universitario Cornell West). Il “black English” afroamericano ha inventato una ironica definizione di questo crimine: DWI, Driving While Black (parodia del DUI, Driving Under the Influence, guida in stato di ubriachezza o sotto gli effetti della droga): guida in stato di nerità. Un rapporto del Dipartimento della Giustizia riferisce che neri e gli ispanici alla guida vengono perquisiti tre volte più spesso dei bianchi quando vengono fermati per motivi di traffico. Gli afroamericani hanno il doppio delle possibilità di essere arrestati e il quadruplo delle possibilità di subire atti violenti in occasione di incontri con la polizia. Essere nero, giovane e maschio è in sé segno di essere sospetto o direttamente criminali: la presunzione di innocenza si rovescia, sei colpevole fino a prova contraria. Puoi essere anche un professore di Harvard di fama internazionale, come Henry Louis Gates, ma se sei nero e stai armeggiando di fronte alla porta di casa tua, puoi essere arrestato e portato in commissariato (per aver criticato questo comportamento, Barack Obama – sospettato di solidarietà razziale - ha dovuto chiedere scusa al poliziotto protagonista di questo brillante arresto e premiarlo con un invito alla Casa Bianca). Una legge varata in Arizona nel 2010 ordinava che chiunque fosse arrestato per qualunque motivo doveva dimostrare di non essere un immigrato clandestino: ovviamente, il sospetto gravava in primo luogo su chiunque sembrasse di origine messicana o chicana. L’episodio di Henry Louis Gates rinvia a un altro elemento: la segregazione residenziale. Nella sua narrazione autobiografica (Black Boy, 1946), Richard Wright ricorda la paura con cui lui, ragazzo nero, attraversava i quartieri bianchi tornando a casa dal lavoro. I “restrictive covenants”, gli accordi fra proprietari per non vendere o affittare case ad afroamericani, sono vietati dalle leggi sui diritti civili di Lyndon Johnson negli anni ’60; ma, nella misura in cui la razza si incrocia con la classe, i quartieri restano in gran parte socialmente, e quindi etnicamente omogenei – tanto più in quanto si sono diffuse le cosiddette “gated communities”, i quartieri privati recintati ed esclusivi in cui vive solo chi è simile a tutti gli altri. Così, come un nero al volante di una bella macchina è sospetto di furto, così un nero che apre la porta di casa sua in un quartiere borghese di Cambridge, Massachusetts non può essere altro che un rapinatore. Un nero in un quartiere del genere è un corpo fuori posto: c’entra anche questo nell’uccisione di Trayvor Martin in Florida: prima di scontrarsi con lui e di ucciderlo, il vigilante George Zimmerman chiamò la polizia per avvertire che “un tizio assai sospetto…. un maschio nero... sta guardando le case”, ed è quindi – nero, giovane, maschio - automaticamente sospetto di volerle rapinare. A tutto questo va aggiunta l’ossessione americana per le armi. Questo elemento funziona in due direzioni convergenti. Da un lato, questo significa che la polizia, spesso munita - come quella di Ferguson, Missouri, di armi pesanti da guerra – non ha molte remore a usarle. Dall’altro, il fatto che ci siano così tante armi in circolazione induce negli agenti l’aspettativa che qualunque soggetto “sospetto” sia armato. Nella maggior parte degli Stati Uniti, l’unico elemento di moderazione sul possesso delle armi è la norma che autorizza a portarle purché siano visibili; la Florida, dove viene ucciso Trayvor Martin, è uno di quegli stati che invece autorizzano il possesso di armi anche nascoste. Bisogna armarsi, dice la National Rifle Association, perché solo così ci si può difendere dagli aggressori armati che stanno dappertutto: una mentalità da assedio che si traduce, dopo l’11 settembre, in quell’ossessione del terrorismo che salda le paure private alle paranoie pubbliche Così, al pregiudizio e al “racial profiling” si aggiunge la paura. I poliziotti vedono una minaccia in ogni nero e in ogni ispanico povero nel posto sbagliato: Andy Lopez, un ragazzino messico-americano di13 anni, viene ucciso a Sonoma, California, il 22 ottobre 2013, da un delegato dello sceriffo che scambia il suo fucile giocattolo per un’arma vera. Certo, spesso le armi sono vere sul serio, non di rado l’affermazione di avere sparato per legittima difesa corrisponde a verità, e non sono pochi i poliziotti che restano uccisi nell’esercizio delle loro funzioni. Altre volte, si tratta di un’affermazione non dimostrata ma plausibile. Ma anche in questi casi troppo spesso l’addestramento ricevuto non mette i poliziotti in grado di controllare il panico o di rispondere a una minaccia vera o percepita senza uccidere. Il 24 dicembre 2014, Antonio Martin, 18 anni, è ucciso da un poliziotto a St. Louis, non lontano da Ferguson, mentre sono ancora vive le proteste per l’uccisione di Brown e Garner. La polizia afferma che era armato. Il video di sorveglianza della stazione di servizio dove avviene il fatto mostra che Martin ha un braccio teso verso l’agente; non si distingue nessuna arma ma il poliziotto “ha sparato perché aveva paura per la propria vita”. Era la terza persona uccisa dalla polizia a St. Louis dopo la morte di Michael Brown. In un altro caso la vittima era effettivamente armata e aveva sparato per prima. Ma al di là di episodi comprensibili, resta il fatto che gli Stati Uniti sono un paese che fa un uso sproporzionato della repressione e del carcere, e che questa distorsione grava in modo sproporzionato sulla popolazione afroamericana e latina. Un documento della National Association for the Advancement of Colored People (l’organizzazione che lavora soprattutto sui diritti legali degli afroamericani), fornisce alcuni dati (http://www.naacp.org/pages/criminal-justice-fact-sheet). Gli Stati Uniti sono il 5% della popolazione mondiale, ma hanno il 25% delle persone in carcere (2,3 milioni al 2008). Il 3,2% della popolazione è sotto il controllo dell’autorità giudiziaria, in carcere o in libertà provvisoria. Afroamericani e ispanici sono circa un quarto della popolazione degli Stati Uniti, ma costituiscono quasi il 60% dei detenuti. Il 58% dei detenuti nei carceri giovanili è nero; e sono in aumento anche le donne nere detenute. In Italia, dove la quota di stranieri sulla popolazione residente è attorno al 7%, gli stranieri in carcere sono attorno al 23%. Nel frattempo la polizia continua a uccidere: nel mese di gennaio 2015, quindi dopo tutto quello che è successo dopo la morte di Michael Brown, le persone uccise dalla polizia – di tutti i colori, in ogni genere di circostanze, sono 58. Nel 2014, i morti per mano della polizia superavano i 600. Il 28 dicembre 2014 a Jacksonville in Florida David Scott è ucciso da una squadra speciale di polizia. L’ufficio dello sceriffo spiega: “Hanno visto che aveva in mano un oggetto che sembrava una pistola, lo puntava come se fosse una pistola, e gli hanno sparato 21 volte al torso, alle braccia e alle gambe.” L’oggetto che aveva in mano, che ha indotto gli agenti a un panico omicida, era una scatola avvolta in un calzino. La morte di Amadou Diallo non ha insegnato niente.

La polizia uccide

La serie degli omicidi razziali della polizia americana si allunga: in pochi mesi, Treyvor Martin, Michael Brown, Eric Garner, Antonio Martin, David Scott… In questa settimana, il senza casa dal simbolico soprannome di “Africa” a Los Angeles; e Anthony Robinson, 19 anni, a Madison, Wisconsin, nel giorno simbolico del cinquantenario della manifestazione per i diritti civili a Selma mezzo secolo fa (e della sua violenta repressione da parte della polizia). E non sono tutti: Nel 2014 le persone uccise dalla polizia sono oltre 600, di tutti i colori ma soprattutto nere e latine. La geografia di questi omicidi compre l’intero territorio degli Stati Uniti: Florida, New York, Missouri, California, Wisconsin, da sud a nord, da est a ovest. Come dire che il problema non è Selma del 1965 ma l’America intera del 2015. Ha ragione Barak Obama: Selma è adesso, ha detto, ed è dappertutto. Di che è fatto il razzismo che alimenta questa serie di crimini? In primo luogo, il disprezzo: le vite degli afroamericani contano meno (“black lives matter” è stata la parola d’ordine delle proteste negli ultimi mesi). L’impunità e lo spirito di corpo: nessun poliziotto ha perso il posto e tanto meno è andato in carcere per avere ucciso un nero. L’incompetenza: ma è mai possibile che l’unico modo che hanno per controllare persone che reagiscono (o sembra che reagiscano) ai tentativi di arresto sia di ammazzarle? E al tempo stesso, l’addestramento: il racial profiling insegna a vedere in ogni giovane nero un potenziale criminale. Di qui, l,a paura e la paraonoia: in un paese dove tutti sono armati, ci si aspetta che anche i sospettati lo siano, e al primo gesto si risponde, come nel mitico West, sparando per primi – anche ai disarmati. Un tempo dicevamo che l’America è il gendarme del mondo. Nelle periferie di St. Louis e di Madison i gendarmi americani si comportano come il loro paese, intrecciando la paura del terrorismo col senso della propria onnipotenza, si è comportato in Irak e in Afghanistan dopo l’11 settembre (immaginandosi armi di distruzione di massa dove non ce n’erano, come i poliziotti di Harlem e Jacksonville hanno scambiato oggetti innocui per pistole). Il 28 dicembre 2014 a Jacksonville in Florida David Scott è ucciso da una squadra speciale di polizia. L’ufficio dello sceriffo spiega: “Hanno visto che aveva in mano un oggetto che sembrava una pistola, lo puntava come se fosse una pistola, e gli hanno sparato 21 volte al torso, alle braccia e alle gambe.” L’oggetto che aveva in mano, che ha indotto gli agenti a un panico omicida, era una scatola avvolta in un calzino. Nel 1999, a Harlem, Amadou Diallo è stato crivellato con 41 colpi di pistola perché i poliziotti avevano scambiato il suo portafogli per una pistola. E poi c’è la politica. E vero che Selma non è mezzo secolo fa, ma oggi. Da una parte, senza Selma non ci sarebbe Obama: sono i diritti civili strappati dopo quella lotta che hanno reso possibile l’elezione di un presidente nero. Ma è proprio l’elezione di un presidente nero che incita la destra a rimettere in discussione quei diritti perché è il segnale che tanti spazi e privilegi riservati ai banchi non sono più protetti come un tempo. Anche perché da Selma e da Obama,gli afroamericani hanno tratto lì incitamento a far valere i loro diritti di cittadini americani, e in questo modo ne trasformano il senso Diceva Bruce Springsteen: ti possono ammazzare solo perché sei vivo nella tua pelle americana. Altrove ti possono ammazzare perché sei vivo e basta. Ho cominciato elencando i nomi delle vittime afroamericane negli Stati Uniti. Potremmo fare una lista anche noi: Aldrovandi, Cucchi, Magherini, Sandri… Abbiamo una forza politica nazionale in ascesa che invita tutti a proteggersi da neri e immigrati sparando e uccidendo. Stiamoci attenti.

14 febbraio 2015

Massimo Rendina partigiano: dall'8 settembre al 25 aprile

il manifesto 14.2.2015 Dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 l’appassionata storia e la vivida memoria nel racconto del comandante partigiano Massimo Rendina, uno dei veri protagonisti della Resistenza e dell’Italia democratica, raccolto da Alessandro Portelli in una intervista (parte di una lunga narrazione che va dall’infanzia veneziana all’antifascismo dei nostri giorni) presso la Casa della memoria e della Storia di Roma, di cui Rendina era stato un fondatore «Ero tor­nato a Bolo­gna dalla Rus­sia indi­gnato con­tro il fasci­smo per­ché i miei sol­dati li aveva man­dati a morire, senza armi, senza niente, e ripresi a lavo­rare al Resto del Car­lino. L’8 set­tem­bre andai a tro­vare i miei geni­tori a Torino, ma quel giorno i tede­schi entra­rono a Torino. Li vidi entrare, erano molto belli negli imper­mea­bili verdi, mi impres­sionò la dif­fe­renza con il nostro eser­cito scal­ci­nato. E c’erano delle donne che urla­vano, uno di loro sparò e credo che abbia col­pito qual­cuno. Non sono sicuro ma fu deter­mi­nante per me, fu come una ribel­lione inte­riore: gliela fac­cio pagare. Credo che sia suc­cesso a tanti che furono presi da sen­ti­menti diversi, ricordi della prima guerra mon­diale, i giu­ra­menti alla patria, io avevo giu­rato da uffi­ciale… Per cui non ci fu una base comune ma tante sto­rie indi­vi­duali che entra­rono nella Resistenza. «Pos­siamo farlo insieme» Entrai in un bar vicino alla sta­zione e c’era gente che diceva biso­gna fare qual­cosa, basta coi tede­schi, e c’era Cor­rado Bon­fan­tini, che disse: chi vuole fare qual­cosa, pos­siamo farlo insieme. Mi diede appun­ta­mento il giorno dopo e for­mammo le squa­dre, divise fra Par­tito d’Azione e socia­li­sti. Il nostro com­pito era infor­ma­tivo, di sabo­tag­gio e anche di eli­mi­na­zione, simile ai Gap. Io non sapevo che esi­stes­sero i Gap se non per sen­tito dire. Face­vamo le stesse cose, ma senza la stessa capa­cità orga­niz­za­tiva e senza le azioni glo­riose fatte dai Gap di Torino che erano coman­dati da Gio­vanni Pesce e da Ilio Baron­tini, che erano stati in Spa­gna. La prima cosa era pro­cu­rare le armi per for­mare squa­dre che potes­sero com­bat­tere seria­mente, e ali­men­tare la guer­ri­glia che si veniva for­mando in mon­ta­gna. Comun­que abbiamo com­piuto varie azioni, abbiamo fatto sal­tare gli impianti fer­ro­viari, varie cose che si dove­vano fare in quei tempi. Io ero abba­stanza esperto di esplo­sivi per­ché avevo fatto il corso gua­sta­tori nell’esercito. Anche eli­mi­na­zioni: c’era un reparto di poli­zia addetto con­tro i par­ti­giani, e io mi ero fatto amico, fin­gendo di esser fasci­sta, con uno di que­sti agenti che mi diceva come rice­ve­vano le infor­ma­zioni – le dela­zioni sono state mol­tis­sime per­ché erano ben pagate. E io ho par­te­ci­pato a que­ste azioni di eliminazione. I fasci­sti sco­pri­rono il comando mili­tare, col quale ero in con­tatto tra­mite i cat­to­lici. Fu preso in una chiesa, dove avrei dovuto tro­varmi anch’io, tutto il comando mili­tare del Cln e furono fuci­lati al Mar­ti­netto. Per­ché non andai a quell’incontro? Mi aveva man­dato Bon­fan­tini; lui disse a me di andare per­ché si sen­tiva seguito; ci vedemmo a distanza in piazza Cari­gnano e luI mi fece cenno di stare attento; appena fatto que­sto cenno gli sal­ta­rono addosso due, mi ricordo con imper­mea­bili chiari, gli sal­ta­rono addosso. Bon­fan­tini si divin­co­lava e gli spa­ra­rono alla schiena. Io mi allon­ta­nai, ero disar­mato, non andai a quell’appuntamento ma capii che la mia vita sarebbe stata in peri­colo. Mi dis­s­sero di rag­giun­gere un reparto di Giu­sti­zia e Libertà nel Mon­fer­rato. Però avrei dovuto por­tarmi die­tro dei ragazzi della Barca, una zona vicino a Torino, gio­va­nis­simi, ave­vano costi­tuito un distac­ca­mento e fatto delle azioni, quindi li cono­scevo bene. Nel frat­tempo venni a sapere che un ragazzo che si chia­mava Folco Por­ti­nari, che poi sarebbe diven­tato fun­zio­na­rio della Rai e docente, era stato preso dai tede­schi e gli ave­vano detto, a lui e altri, che se si arruo­la­vano nelle SS ita­liane avreb­bero avuto un trat­ta­mento par­ti­co­lare; se no, dove­vano andare ai lavori for­zati in Germania. A punta di pistola A punta di pistola mi feci con­se­gnare un camion dell’azienda del gas, e andai all’appuntamento con que­sti qua­ranta in divisa da SS. Salimmo sul camion e andammo a Superga. Deci­demmo di dor­mire lì nel campo, però i ragazzi della Barca sospet­ta­rono che que­ste SS erano vere, e discu­te­vano se ucci­dermi – poi deci­sero di aspet­tare e io ebbi salva la vita, ma per mira­colo. Fatto sta che con que­sto camion che tra l’altro non andava, uno sopra l’altro, rag­giun­gemmo la 19brigata, e lì mi dis­sero che avrei dovuto coman­dare que­sto reparto, che era piut­to­sto con­si­stente, poi però mi nomi­na­rono capo di stato mag­giore e pas­sammo nella val di Lanzo. Lì avemmo delle avven­ture piut­to­sto pesanti, dei rastrel­la­menti feroci. Uno di que­sti ci portò a disper­derci. La nostra tec­nica era di pre­ve­dere di doverci disper­dere e di avere dei punti di rac­colta. Il mio punto di rac­colta era una con­ce­ria, vicino al parco della Man­dria, e men­tre era­vamo lì che ci sta­vamo rior­ga­niz­zando arrivò uno che sem­brava un con­ta­dino a dire che c’era un car­rar­mato che ave­vano rimesso a posto, pro­prio den­tro la Man­dria, e lui ci avrebbe aperto una certa por­ti­cina e avremmo potuto recu­pe­rarlo. Andammo, presi una decina di uomini, c’era anche Adolfo, il com­mis­sa­rio poli­tico. Io per primo mi pre­sen­tai davanti a que­sta porta, e lui ebbe un’intuizione: mi mise il suo mitra sotto il brac­cio destro, e io avevo la pistola in mano e gli uomini die­tro. Aprimmo que­sta porta — e ci spa­ra­rono. Io non fui preso dai primi colpi per­ché quello che mi doveva ucci­dere fu col­pito da que­sto mitra di Adolfo, ma cadde per terra e sparò una raf­fica e fui ferito, fui ferito gra­ve­mente. Quelli che erano die­tro a me mi tira­rono indie­tro e mi sal­va­rono, men­tre que­sto Adolfo rimase in mano loro e fu preso e lo impiccarono. Mi nasco­sero nei sot­ter­ra­nei della con­ce­ria dove c’erano delle grandi cal­daie, faceva un caldo ter­ri­bile. La ferita mi faceva molto male, sbat­tevo la testa pen­sando di ammaz­zarmi, la pistola non ce l’avevo più, mi inton­tivo sol­tanto, fin­ché mi tira­rono fuori e mi sal­va­rono, pro­prio. Poi i nostri reparti si riu­ni­rono e ritor­nammo nel Mon­fer­rato, e io mi tro­vai in una cascina nel Mon­fer­rato dove vera­mente mi sal­va­rono la vita per­ché ci furono dei rastrel­la­menti feroci e que­sti con­ta­dini, non sapevo nean­che chi fos­sero, rischia­rono la pelle per nascon­dermi, face­vano delle buche col letame per­ché i tede­schi ave­vano dei cani che fiu­ta­vano, e mi sal­va­rono. Con­ti­nuai fino alla libe­ra­zione a zoppicare. Noi ave­vamo dei rap­porti straor­di­nari con la gente. Era­vamo, se si può dire, molto ric­chi, nel senso che una parte della cassa della quarta armata era stata redi­stri­buita alle for­ma­zioni par­ti­giane, soldi ci arri­va­vano anche dalla Fiat, poi anche gli alleati ci man­da­vano non armi ma soldi. Per cui il rap­porto con con­ta­dini era buono per­ché noi paga­vamo, non davamo i buoni. Molte volte erano gene­rosi, non vole­vano essere pagati a volte; noi abbiamo pas­sato un periodo molto buono dal punto di vista dell’alimentazione. Certo le con­di­zioni erano duris­sime ma l’accoglienza da parte della popo­la­zione fu una cosa straordinaria. Scen­demmo dalle montagne Quando scen­demmo dalle mon­ta­gne ci ponemmo il pro­blema di che tipo di guer­ri­glia fare. In pia­nura dove­vamo inven­tare, e io, per carità non pre­tendo di essere uno stra­tega, fui uno dei fau­tori della guerra delle volanti – cioè pren­demmo dei camion grossi, li facemmo coraz­zare, il padre di Ser­gio Pinin Farina ci fece coraz­zare dei camion con delle lastre di metallo, e quat­tro cin­que di quei camion diven­ta­vano una volante, si face­vano della azioni molto veloci soprat­tutto con­tro i posti di blocco, e ci si riti­rava. Durante i rastrel­la­menti si nascon­de­vano que­sti camion, li ave­vamo anche inter­rati con delle fati­che spa­ven­tose per fare delle buche enormi per que­sti camion. Facemmo delle azioni, pren­demmo anche una pic­cola città, Chieri, neu­tra­liz­zando con le volanti i pre­sidi vicini. Per sba­glio nelle prime luci dell’alba io spa­rai un colpo di bazooka con­tro il cam­pa­nile. La presa di Chieri, che pre­lude a Torino, fu inte­res­sante per­ché que­ste bri­gate nere erano gente feroce per cui tro­vammo nei sot­ter­ra­nei gente mori­bonda per­ché ave­vano messo fra le dita dei piedi del cotone imbe­vuto di qual­cosa che bru­ciava e gli ave­vano bru­ciato i piedi, erano in can­crena… E deci­demmo di fuci­larli in piazza, e li fuci­lammo dopo un pro­cesso in cui il pre­si­dente della corte era un uffi­ciale dei cara­bi­nieri che poi diventò il coman­dante dei cara­bi­nieri a Roma. I ricordi, anche dolorosi I ricordi si affa­stel­lano, sono anche dolo­rosi per­ché ci sono tanti morti. Di quei ragazzi della Barca una metà sono morti. Erano ragazzi di sedici, dicias­sette anni, e ave­vano molta fidu­cia in me. Il rap­porto di fidu­cia col coman­dante era impor­tante, non per­ché fosse più valo­roso o corag­gioso ma per­ché ti dava un minimo di sicu­rezza in una guerra così insi­cura come quella della guer­ri­glia. Io avevo l’esperienza della guerra di Rus­sia ma ho avuto delle paure ter­ri­bili. Tu non puoi avere paura: devi reci­tare, di fronte agli altri, per­ché se no li fai morire; la paura del coman­dante è la morte dei sot­to­po­sti. Tu devi reci­tare di sapere quello che vuoi, non avere incer­tezze; se mandi uno in un certo posto è per­ché sai che dev’essere così, que­sto l’avevo impa­rato in guerra in Russia. E così arri­vammo agli ultimi giorni tor­men­tati della presa di Torino. Noi ci atte­stammo sul Po, arrivò l’ordine dal comando di Torino di entrare in città, però di atte­starci prima sul Po per divi­dere le zone d’attacco. E men­tre era­vamo lì rice­vemmo l’ordine di non entrare a Torino. Il colon­nello Ste­vens della radio inglese aveva avuto infor­ma­zioni dal comando gene­rale dell’esercito inglese che c’era un rag­grup­pa­mento di divi­sioni tede­sche che stava pun­tando su Torino. Ste­vens diceva che se noi entra­vamo in Torino, Torino sarebbe stata distrutta, il san­gue sarebbe corso in un modo spa­ven­toso. Noi ci fer­mammo per qual­che ora, medi­tammo – ma la città era insorta, già nelle fab­bri­che si com­bat­teva. Allora Cola­ianni, che si chia­mava Bar­bato come nome di bat­ta­glia, che era il coman­dante della zona atte­stata sul Po, disse: biso­gna entrare. E io fui uno dei primi a entrare, coi miei della Barca che pas­sa­rono il Po. Il coman­dante si inca­volò come una bestia per­ché lasciai il posto per andare con loro, però rien­trai, e entrammo in Torino, mi ricordo con la moto, il side­car. E furono giorni di com­bat­ti­menti feroci. Torino è l’unica città dove si è vera­mente com­bat­tuto tanto, e ci sono degli epi­sodi che non sono stati forse rac­con­tati. La cosa ter­ri­bile di Torino è che c’erano i fran­chi tira­tori, i quali non spa­ra­vano con­tro i par­ti­giani: spa­ra­vano con­tro chiun­que, era un’azione ter­ro­ri­stica. E chi li orga­niz­zava era que­sto Solaro che fu poi impic­cato allo stesso albero di Igna­zio Vian che era un eroico par­ti­giano nostro impic­cato dai fasci­sti. Solaro fu preso non so come, e comin­ciò a dire che era un uomo di sini­stra, che aveva ade­rito al par­tito fasci­sta per­ché voleva che diven­tasse comu­ni­sta… Il tri­bu­nale mili­tare ne ordinò la m+orte. Mi ordinò di farlo impic­care. Fu inca­ri­cato un gruppo della 19ma, però andai anch’io. Ed è una cosa spa­ven­tosa, que­sto uomo distrutto che sa di essere ammaz­zato; per quanto tu possa essere preso dal livore e dall’amore di giu­sti­zia, ti fa sem­pre male vedere un uomo morire in quelle con­di­zioni. Io ero con­tra­rio alle impic­ca­gioni, tanto è vero che ho chie­sto se pote­vamo fuci­larlo, mi dis­sero no; qual­cuno tirò fuori il codice inglese, ma la verità è che vole­vano resti­tuire alla popo­la­zione que­sta visione del col­pe­vole, l’ orga­niz­za­tore dei fran­chi tira­tori. E si ruppe la corda, lui cascò, io andai per sal­varlo, mi sem­brava che fosse il mio dovere, e a quel punto la popo­la­zione sopraf­fece lo schie­ra­mento di que­sti uomini della 19ma, lo impic­ca­rono e impic­cato lo por­ta­rono in giro per Torino fin quando lo but­ta­rono nel fiume»

10 febbraio 2015

Gualtiero Bertelli: Venezia e una fisarmonica il manifesto 10.2.2015 “Mia mamma diceva sempre che ero nato roverso, che fassevo tuto el contrario de quelo che dovevo far. Eccomi qua”. Gualtiero Bertelli racconta come canta e come parla: con naturalezza, con semplicità e con profondità. Il suo libro, Venezia e una fisarmonica. Storie di un cantastorie (Nuova Dimensione, 2014, pp. 251, 15 euro) intreccia lingua e dialetto come le sue canzoni, per raccontarci di un’infanzia e adolescenza dentro una Venezia operaia di cui oggi resta poco o niente, di una storia musicale che comincia con una fisarmonica strimpellata e passa per l’epopea del Nuovo Canzoniere Italiano, di una scuola pubblica dove un maestro intelligente e creativo può fare tante cose importanti. La canzone più famosa di Gualtiero Bertelli è “Nina”, probabilmente la più bella di tutto il nostro canone della canzone politica e di protesta, proprio perché la politica non è sbandierata ma incarnata nei suoi effetti sulle vite, i sentimenti, i rapporti dei protagonisti. Anche questo è un libro politico, che racconta senza fare prediche tante stagioni di lotte e stagioni di crisi, con uno sguardo al tempo stesso partecipe e disincantato, con l’ironia e il senso dell’umorismo di chi, attraverso cambiamenti ed evoluzioni, crede ancora alle cose fondamentali che lo hanno formato. E anche per questo il libro si legge con un piacere non superficiale. Fra l’altro, non mancano momenti divertenti – per esempio, l’incontro con un timido e sconosciuto Fabrizio De André all’esame di compositore per la SIAE; o le irresistibili canzoni anticlericali scritte con Mario Isnenghi. Le protagoniste, come dice il titolo, sono due: la città e la musica. Giustamente, il libro comincia prima della nascita del protagonista, con la nascita delle case e dei quartieri: “All’inizio degli anni ’30 il governo fascista pensò di affrontare il problema devastante dei senzatetto con un piano nazionale di costruzione di case che, per pudore, definì ‘minime’”. Il ragazzo che ci è vissuto canterà poi: ci vuole un bel coraggio a chiamarle case, una stanza di quattro metri con un gabinetto alla turca; “I le ciama case quei disgrassai che ga vissuo per ani da bestie, che ga ciamà case le sofite, i magaseni, i sotoscala”. Ci vorrà un sindaco comunista negli anni ’50 per costruire le case popolari alla Giudecca – “Campomarte, più o meno cinque ettari pullulanti di gente, uomini, donne, giovani, anziani e un numero infinto di bambini riversati da mattina a sera, d’estate come d’inverno, per le strade”. Da queste strade comincia la musica di Gualtiero Bertelli, figlio e nipote di operai che qualche strumento lo suonavano e che alla nascita sentenziano: “Gualtiero farà il musicista” e lo spediscono a lezione di fisarmonica all’età di cinque anni: “Metite in testa che la fisarmonica ti ga da impararla, parché chi che sa un strumento no mor de fame”. Gualtiero debutterà suonano l’Ave Maria di Schubert con la fisarmonica alla festa dell’Unità di Campomarte. La storia di Gualtiero Bertelli musicista, militante politico, autore di canzoni indimenticabili (“rimo agosto Mestre sessantotto”, “Stucky…”) è parte della storia della cultura di opposizione da almeno mezzo secolo;: l’incontro con Luisa Ronchini, la ricerca sulla canzone popolare a Venezia, l’incontro con Gianni Bosio, i concerti in giro per l’Italia… Ma Gualtiero non appartiene solo agli anni ’60: a dieci anni di distanza, darà un seguito a “Nina” raccontandone disillusioni e rimpianti; all’inizio del terzo millennio fa squadra con Gianantonio Stella cantando il racconto dell’emigrazione italiana anche per ammonirci sulla xenofobia e il razzismo che prendono piede in Italia e nel suo stesso Nordest; e più tardi ancora riscopre le figure dei cantastorie antichi e canta ballate nuove su storie del Novecento veneto e italiano, sconosciute, marginali e necessarie. In mezzo, c’è l suo vero mestiere: quello di maestro elementare , che sceglie, negli anni di fermento nella scuola, del Movimento di Cooperazione Educativa, di andare a insegnare nella roccaforte operaia di Mira e scandalizza il provveditorato presentandosi in jeans e maglietta, e fa i conti con i doppi turni, con il travaglio della scuola media unica, con la difficoltà di dare la parola a bambini che non ci sono stati abituati… “L’altro giorno Luciano non aveva la penna e il quaderno…” racconta una sua canzone: e lui è il maestro capace di accorgersi che non è per negligenza ma perché suo padre è operaio alla Mira, sono in sciopero, non hanno quasi da mangiare. “Ho sempre amato la storia”, scrive verso la fine. “Le canzoni l’accompagnano e la documentano, con continuità e con rappresentatività. Si sono cantati fatti, speranze, desideri, ma anche contrasti, dolori, inganni… Non c’è fase della nostra storia che non sia stata accompagnata da canzoni che ancora oggi la fanno ricordare, amare, rifiutare o temere”. E conclude: “Non ho mai smesso di dare concerti per raccontare storie con parole e canti. Storie che avete letto, o che forse leggerete domani”.
La passione indomabile del comandante Max il manifesto 10.2.2015 Mas­simo Ren­dina, coman­dante par­ti­giano, non c’è più. Aveva 95 anni (era nato a Vene­zia nel 1920), forse era nell’ordine delle cose, ma è dif­fi­cile pen­sare a quello che resta dell’antifascismo senza di lui. È stato una figura cari­sma­tica, un grande cuore e una straor­di­na­ria intel­li­genza, capace di appas­sio­nare gli stu­denti in tante scuole di Roma con la sua elo­quenza antica e coin­vol­gente, con la tan­gi­bile pas­sione per la libertà e la giu­sti­zia che lo animavano. Pre­si­dente dell’Anpi regio­nale del Lazio, era stata la sua osti­na­zione a otte­nere da Vel­troni la crea­zione della Casa della Memo­ria a Roma. Ne era stato a lungo il prin­ci­pale ani­ma­tore e la vera ispi­ra­zione: aveva la visione di un punto di rife­ri­mento inter­na­zio­nale, e con la sua com­pe­tenza di uomo della comu­ni­ca­zione si ado­pe­rava (pur­troppo con suc­cesso limi­tato) affin­ché dispo­nesse delle più avan­zate tec­no­lo­gie per col­le­garsi con il mondo intero. Ogni con­ver­sa­zione con lui era intes­suta di ricordi dei suoi rap­porti con figure impor­tanti della sto­ria, da Aldo Moro a papa Woj­tyla, sem­pre rac­con­tati con una pro­spet­tiva inso­lita, piena di rispetto ma mai subal­terna. La sto­ria della sua vita è un filo che attra­versa la sto­ria d’Italia (una lunga inter­vi­sta che facemmo alla Casa della Memo­ria bastò solo a rac­con­tarne una metà; ne pub­bli­che­remo una parte sul «mani­fe­sto» nei pros­simi giorni). Gior­na­li­sta prima della guerra, poi uffi­ciale dei ber­sa­glieri in Rus­sia, ne torna ferito e ade­ri­sce subito dopo l’8 set­tem­bre alla Resi­stenza, nelle bri­gate Gari­baldi con cui entrerà a Torino libe­rata il 25 aprile. Nel dopo­guerra, lavora a «l’Unità», poi entra alla Rai, dirige il tele­gior­nale, viene cac­ciato da Tam­broni per­ché reo di anti­fa­sci­smo, e rein­te­grato da Moro. Con­ti­nuerà a scri­vere su gior­nali e rivi­ste, e sarà autore di due libri uti­lis­simi: Ita­lia 1943–45. Guerra civile o Resi­stenza? (New­ton, 1995) e il pre­zioso Dizio­na­rio della Resi­stenza ita­liana (Edi­tori Riu­niti, 1995). Clau­dio Costa ha curato nel 2011 un film che porta il suo nome di bat­ta­glia, «Coman­dante Max», in cui Mas­simo Ren­dina rac­conta i suoi anni di guerra, in Rus­sia e nella Resistenza. Quando final­mente ci met­temmo seduti per un’intervista vera e pro­pria, par­lammo a lungo dei rap­porti fra cri­stia­ne­simo e comu­ni­smo. Era un cat­to­lico con­vinto, restato sem­pre schie­rato a sini­stra, in modo indi­pen­dente, cri­tico, e pro­prio per que­sto incrollabile. Per tutta la vita, ha con­ti­nuato ad ade­rire non ai par­titi, ma ai principi. Me lo ricordo dopo un 25 aprile par­ti­co­lar­mente dif­fi­cile, a Porta San Paolo, quando Renata Pol­ve­rini, allora pre­si­dente della Regione Lazio, ebbe la sfac­cia­tag­gine di salire sul palco e alcuni dei par­te­ci­panti pen­sa­rono di punirla tiran­dole uova o qual­cosa del genere – e col­pi­rono Mas­simo invece. Lui que­sto gesto lo disap­pro­vava e diceva: è quasi un fatto sim­bo­lico, certe forme di pro­te­sta, invece di col­pire il ber­sa­glio rea­zio­na­rio, fini­scono per fare male a noi. Forse aveva ragione, forse no; ma ci stava male.

16 agosto 2014

La Plata: città di memoria

il manifesto 14.8.2014 ................................. Il bar dell’università di La Plata, Argentina, un pomeriggio di agosto. Musica, voci. Di colpo, la musica si ferma, le voci si abbassano, tutte le facce si girano con gli occhi alzati verso la TV. “Come al Mundial”, commenta qualcuno. Ma non è il mundial. Trasmettono in diretta, per intero, senza interruzioni pubblicitarie, la conferenza stampa di Estela Carlotto, presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo, e di Guido, suo nipote appena recuperato. E’ impossibile descrivere l’impatto emotivo per tutta l’Argentina. In un Paese dove gli scomparsi e la dittatura sono ancora memoria aperta e ferita viva, la tenerezza personale verso una anziana signora coi capelli bianchi che ritrova un nipote perduto e cercato da 35 anni si intreccia con il sollievo pubblico di sentire, in tempi difficili, che l’ostinazione, la passione, la lotta ci trasformano da vittime in protagonisti, e non sono sempre invano. Forse è davvero un po’ come il mundial, un’emozione che unisce tutto un paese. Ma è un’emozione di altra profondità e spessore. Certe volte si può sconfiggere il passato. ……………………………………………………… A La Plata tutto questo è ancora più intenso. Ci vengo da un po’ di anni, e mi vado convincendo che – si parva licet – questa città un po’ anonima dove le strade non hanno nome ma numeri, perpendicolari e diagonali, è un poco come Roma: non puoi fare un passo senza sentire la storia sotto i piedi. Qui, una storia recente che sanguina ancora. ……………………………………………………. L’università si è appena trasferita da un francamente orribile edificio nel centro (“un panoptico”, dice uno studente) in questo campus nel verde di edifici immacolati e spaziosi appena restaurati. Volevano farci un supermercato, l’opinione pubblica glielo ha impedito. In passato, era la sede di un reggimento militare, e in questi edifici si praticarono detenzioni e torture. Anni fa, feci un corso in un centro di documentazione che era l’ex sede della polizia politica, con tutti gli schedari ancora lì; molta gente cambiava ancora marciapiedi passandoci davanti, come da noi a via Tasso.. Rovesciare il senso di questi luoghi è un modo di ricordare che cosa sono stati per proclamare che non lo saranno mai più. ……………………………………………….. Laura Carlotto, la figlia assassinata di Estela e madre di Guido, era studentessa di questa università, come anche il suo compagno desaparecido, Oscar Montoya. Fuori del bar, una placca sul muro bianco elenca almeno 150 studenti, docenti, dipendenti dell’università uccisi, desaparecidos, torturati. Il nome di Laura Carlotto è poco sotto quello di Maria Brugnone de Bonafini. Sia Estela Carlotto sia Hebe Bonafini, leader delle Madres, sono di La Plata. Le radici delle Abuelas e delle Madres de Plaza de Mayo stanno qui, in questa città studentesca colpita dalla repressione più di ogni altra, circondata di realtà operaie – praticamente attaccata c’è Berisso, con gli antichi stabilimenti abbandonati dell’esportazione della carne, collorata da murales che ricordano le lotte operaie. ……………………………………………………… Sto ancora leggendo la placca e passa una ragazza. Me la presentano: è la nipote di un comunista che, ancora studente, fu ammazzato dentro l’università dalla destra, negli anni ’60. ………………………………………………………… I dottorandi in storia mi hanno portato a conoscere un altro luogo di memoria: la casa Mariani-Teruggi. Era la sede della tipografia clandestina dei Montoneros; nel 1976, l’intero isolato fu circondato da unità di tutte le forze armate e di polizia e la casa fu letteralmente sfondata cannonate coi carri armati e bombardata con bombe incendiarie. Si vedono ancora i buchi e le pareti crollate, la macchina nel garage crivellata di colpi. Morirono Diana Teruggi, trent’anni, e altri quattro compagni. Suo marito Daniel in quel momento si trovava a Buenos Aires; fu catturato e desaparecido poco tempo dopo. ……………………………………………………. L’ano scorso, il mio ultimo giorno era il 16 settembre, l’anniversari di quella che chiamano “la notte delle matite spezzate”. Sotto una pioggia battente seguii il corteo degli studenti che sfilavano per ricordare i sei studenti medi assassinati qui a La Plata nel 1976, e per protestare contro i tagli governativi all’istruzione pubblica. I ragazzi erano colpevoli di avere appartenuto all’unione degli studenti medi, che aveva manifestato chiedendo il “Boleto Estudiantil”, uno sconto sui libri e i trasporti per gli studenti. Sovversivi da sopprimere. Entrando oggi in facoltà trovo un cartello: vogliamo il Boleto Estudiantil. …………………………………………………….. Carlos Esteban Alaye Dematti era stato un leader dell’unione degli studenti medi. Fu catturato e ammazzato nel maggio 1977. ………………………………………………….. Parlo a lungo con sua madre, Adelina Dematti Alaye, 87 anni, con le Madres fin dall’inizio. Mi racconta la storia della sua famiglia, a partire dai nonni emigrati intorno al 1870. ED ppoi, racconta di come, cercando le tracce di suo figlio, scoprì che il cimitero di La Plata è pieno di fosse dove la polizia seppelliva senza nome alcune delle sue vittime. Glielo hanno rivelato i falegnami e gli ebanisti a cui la polizia ordinava bare più in fretta di quanto riuscissero a fabbricarle. ………………………………………………….. In TV, Guido Carlotto dice: l’incontro fra me e mia nonna significa che dobbiamo continuare a cercare ancora., Hanno ritrovato 114 figli e nipoti rapiti, ne mancano ancora quasi 300. Anahì Mariani, figlia di Diana e Daniel, due mesi, fu portata via dalle macerie della sua casa, dagli assassini dei suoi genitori. Non è stata ancora ritrovata.