31 gennaio 2010

Il "giovane" Holden

il manifesto 30.1.2010

Ha perfettamente ragione Tommaso Pincio: né il giovane Holden Caulfield né tanto meno il suo autore sono dei ribelli, dei rivoluzionari: non denunciano l’ingiustizia, non si schierano nelle lotte, non enunciano alternative e certamente non hanno letto Marx. Il loro rifiuto estetico e morale della falsità della società di massa li induce a se mai a quella che Albert Hirschmann ha chiamato “uscita”: andarsene, nascondersi. Che poi è coerente con le analisi sociologiche funzionaliste che prevalevano negli anni ’50, secondo cui l’uscita era l’unico modo di sottrarsi a un sistema creduto compatto e privo di contraddizioni. La differenza fra i progetti rivoluzionari europei e i movimenti americani si è fondata in gran parte proprio su questo: fra una cultura antagonista, che faceva leva sulla contraddizioni del sistema, e una cultura alternativa che cercava altre strade e altri mondi al di fuori di esso. Anche per questo un altro libro tutt’altro che rivoluzionario di un autore tutt’altro che rivoluzionario, come On the Road ha generato lo stesso “equivoco” di cui parla Pincio a proposito di Salinger. Che però mi interessa di più e cerco di spiegare perché.
La cosa più curiosa e rivelatrice è proprio il titolo della traduzione italiana – il giovane Holden. A me par di ricordare che Holden Caulfield non tenda a dirsi mai “giovane” – e non sarà un caso se Salinger ce lo descrive come precocemente incanutito, dall’aspetto più anziano della sua età anagrafica. Oscilla se mai fra un’infanzia perduta (quella della sorellina, che guarda caso chiama sempre la vecchia Phoebe: un termine non anagrafico ma di tenerezza sentimentale, che pure non è senza risonanze in questo contesto) e un’età adulta che lo spaventa: basta guardare i suoi gusti musicali. Da una parte, sta il jazz degradato a “fasullo” che va a sentire nei locali e negli hotel dove lo fanno entrare perché lo prendono per più vecchio di com’è. Dall’altro stanno le canzoni per bambini: da quella reinventata da un bambino sentito per strada che dà il titolo al libro, al disco (che non a caso gli si rompe) comprato per la sorellina Phoebe, alla canzone sempre ripetuta che accompagna il girotondo finale. E d’altronde la figura del disco e della giostra, cerchi che ruotano sempre uguali su se stessi accompagnano l’immagine principale, quella del catcher che cerca di fermare i bambini nel campo di avena prima che caschino nell’abisso dell’età adulta; e accompagnano la forma di cerchio del romanzo che comincia e finisce tornando sul suo inizio, nello stesso luogo. Si tratta di fermare il tempo, che va inesorabilmente in una direzione sola: quella della perdita dell’innocenza entrando nel mondo degli adulti, quella dell’entropia (che infatti diventa la figura centrale della letteratura americana negli anni successivi, trionfando naturalmente proprio con Pynchon) o – e in questo sì, oltre che nel linguaggio non standard e nell’età, Holden somiglia a Huckleberry Finn – la direzione inesorabile della corrente del Mississippi che invece che verso la libertà porta nel più profondo della schiavitù, e che mette in crisi Mark Twain quando deve trovare un finale alla sua storia.
La scena più angosciosa del libro è quella in cui Holden sta sull’orlo di un marciapiede, deve attraversare la strada per arrivare dall’altra parte, e a paura di sprofondare nel mezzo. Quello che manca a Holden è proprio quello spazio intermedio che sta fra l’innocenza dell’infanzia e la falsità dell’età adulta. E’ uno spazio che ancora non esiste nel tempo in cui Salinger scrive, ma che proprio Salinger aiuta a inventare: lo spazio dell’adolescenza in cui si collocherà neanche un paio d’anni dopo la “rivoluzione” del rock and roll (Holden lo avrebbe trovato irrimediabilmente volgare, ma se i miei calcoli sono giusti Elvis Presley aveva la sua stessa età) e da cui nascerà subito dopo l’identità generazionale di movimenti alternativi e pacifisti portatori di uno slogan che a Holden sarebbe piaciuto: “non fidarti mai di nessuno sopra i trent’anni”.
Allora, la differenza rivelatrice fra The Catcher in the Rye e Il giovane Holden sta nel fatto che il romanzo di Salinger contribuisce a creare una categoria che ancora non esiste quando lo scrive ma che si è pienamente imposta quando lo traduciamo pochi anni dopo: la categoria, appunto, del giovane. E’ una categoria ambigua, contemporaneamente morale, politica e di consumo (fra le tante cose che la rendono possibile, per esempio, c’è che i giovani hanno adesso i soldi in tasca per comprarsi i dischi dei loro coetanei, i blue jeans, e magari le scarpe blu di camoscio rivendicate con furore di rivoluzionario consumismo da Elvis e da Carl Perkins (aggiungerei che in questo processo svolge un ruolo centrale un protagonista che Salinger e Holden ignorano completamente: gli afroamericani. Non a caso, il vagabondare di Holden si ferma all’orlo di Central Park che dà su Harlem).
Se Holden avesse conosciuto Howard Zinn, che abbiamo perduto nello stesso giorno in cui è morto il suo autore, avrebbe saputo che si può smettere di essere giovani senza per questo diventare falsi (e senza smettere di essere ribelli). Se avesse sentito Elvis – o, salvognuno Willie Dixon – li avrebbe trovati senz’altro volgari e selvaggi. Ma se avesse letto Ernesto deMartino li avrebbe forse visti come un aspetto di fase di “imbarbarimento” che accompagna l’irruzione sulla scena del mondo delle masse rurali, coloniali, subalterne. Da loro, Holden sarebbe scappato, come infatti è scappato il suo creatore; ma ha contribuito, intenzionalmente o no, ad aprire nella corazza del sistema la falla da cui sono entrati.

30 gennaio 2010

Howard Zinn, il prof che insegnava anche come fare un picchetto

da Liberazione del 29.1.2010 - intervista a cura di Tonino Bucci

Howard Zinn, il prof che insegnava anche come fare un picchetto

Howard Zinn era un punto di riferimento della sinistra radicale statunitense. Un attivista politico, una voce più che critica verso l'istituzione accademica. E, ancora, un esponente del movimento pacifista, fin dalla guerra del Vietnam. Ora che è scomparso a 87 anni, a Santa Monica, in California, a causa di un infarto, restano i suoi libri, i suoi saggi innovativi sul lato della storiografia americana.
Soprattutto l'opera che lo ha reso più celebre, Una storia del popolo americano , scritta non dal punto di vista delle élites e dei governi, ma da quello dei nativi, degli schiavi di colore, delle vittime di genocidi e discriminazioni razziali.

Ricordiamo pure - prima di lasciare la parola ad Alessandro Portelli, docente universitario di letteratura americana alla Sapienza di Roma - gli altri titoli di Zinn: Non in nostro nome , Disobbedienza e Democrazia. Lo spirito della ribellione e Marx a Soho. Un monologo sulla storia .

Howard Zinn lo ricordiamo soprattutto come lo storico che ha riscritto la storia americana dal punto di vista degli sconfitti, dei nativi e degli schiavi di colore. Possiamo etichettarlo come l'inventore della storiografia dal basso?

Faceva parte di un clima e di una tradizione. Se uno pensa a storici come Eric Foner esisteva già una storiografia alternativa che termina con Howard Zinn. Non è tanto che lui inventi la storia dal basso, quanto che lui ci si accosti con gli strumenti più sofisticati, più articolati e con una passione straordinari. E' impossibile separare lo studioso dall'attivista. E' uno di quei casi il rigore della ricerca si accompagna a uno schieramento politico e di classe. Ma il suo discorso non diventa mai un discorso di pura propaganda.

Siamo poco abituati oggi a questo tipo di intellettuale. Esiste un cliché secondo cui l'intellettuale fa politica è poco serio nel rigore dei suoi studi. Non è così?

Pensiamo che va in cattedra neanche vent'anni dopo essersi iscritto all'università. Negli anni Cinquanta scrive una serie di libri di storiografia delle élites, di storiografia politica classica. Aveva una formazione rigorosa. Il punto è che Howard Zinn non scriveva per l'accademia. Il suo linguaggio, il suo modo di rivolgersi al lettore è completamente diverso da quello di una storiografia autoreferenziale. Se uno crede che il rigore consista nel numero di note a margine, allora non capito niente. Quella di Howard Zinn era una scrittura piana, comprensibile e nitida ma sorretta da un sapere totale.

Si trovò molte volte in contrasto con l'istituzione accademica. Da qualche parte denunciò anche i contratti che legano alcune università con il Dipartimento della difesa per sovvenzionare la ricerca in campi di interesse militare. O no?

Come no. Si è scontrato con la commissione dell'università di Boston. E' stato messo più volte sotto processo. Di nuovo, è un esempio di docente che intende l'insegnamento come una missione di formazione democratica e non come fabbricazione di nuova carne da mandare al mercato del lavoro. Ha sempre avuto molto chiaro che le sue lezioni servivano a creare cittadini critici e consapevoli e non dei piccoli professorini in erba o falliti. Per farcene un'idea pensiamo che nella sua ultima lezione concluse mezz'ora prima per andare a fare un picchetto. E si portava dietro gli studenti. Il picchetto è parte della lezione. Come fai a insegnare storia del movimento operaio o storia della democrazia o storia dei diritti sociali a gente che non ha mai visto o fatto un picchetto? Un'esperienza didattica oltre che politica.

Dalla guerra del Vietnam fino al conflitto iracheno è stato sempre un mobilitatore del movimento pacifista nelle università. Incontri, conferenze, discussioni con gli studenti, manifestazioni... E riusciva ad aggregare consensi, vero?

E' stato in Vietnam con Daniel Berrigan perché il governo del Vietnam del nord lo riconobbe come interlocutore a cui consegnare dei prigionieri che stavano rilasciando. Il governo vietnamita non li consegnò al governo Usa bensì, appunto, a Zinn e Berrigan che erano esponenti del movimento per la pace. Basta pensare come lui dienta il direttore del dipartimento di storia di un'università nera, in Georgia. Una scrittrice importante come Alice Walker lo ricorda come il più grande insegnante che abbia mai avuto. La sua adesione al movimento per i diritti civili non era un'adesione a parole, ma significava mettersi in gioco ed essere presente là dove si formano le radici del movimento.

Mai indulgente verso le mode. Le sue analisi erano sempre molto schiette. Negli ultimi tempi, ad esempio, non si lasciò mai trascinare nell'entusiasmo facile per Obama. Ne parlava come di un politico dei compromessi che non avrebbe mai cambiato veramente le cose, né nella guerra afghana né in politica economico-sociale. Farà solo «metà del male peggiore che gli verrà richiesto», disse. Esagerava?

Io ricordo un'altra sua dichiarazione durante le primarie. Guardate - disse - io cinque minuti per andare a votare per Obama ce li perdo pure, ma non è questo il gesto più importante che possiamo compiere. I gesti poitici importanti sono quelli che compiamo nel nostro agire sociale, nelle strade e nei movimenti. Certo, non cadeva nella trappola di un qualunquismo astensionista, però ci ricordava una cosa che stiamo dimenticando anche qui da noi. Che la politica non è che si faccia solo nelle elezioni o nelle istituzioni e che esiste una società nella quale siamo chiamati ad agire.

Non c'è un cambiamento diretto dall'alto, cioè dall'establishment?

I limiti attuali della politica di Obama hanno a che fare col fatto che quelli che l'hanno eletto stanno lì fermi ad aspettare quello che fa, invece di mobilitarsi.

Era intervenuto anche nella questione dei rapporti tra Usa e Cuba. Partecipava alla campagna di liberazione dei cinque cubani ancora nelle prigioni americane...
Non mi stupisce. Una politica pacifista è anche una politica antimperialista. Era in dialogo con le realtà sociali dell'America Latina.

Lascia dietro di sé una scuola di studiosi attivisti?

Non ha mai pensato di fare lo studioso individuale in una torre d'avorio. Ha sempre pensato che la professione storiografica dovesse organizzarsi anche politicamente.

Musica popolare e storia sociale

Segnalo qusto video su youtube on una mia intervista:

Graffiti romani

il manifesto 28.1.2010

Sui muri del Museo della Liberazione di via Tasso a Roma, in occasione del 27 gennaio, è apparsa una scritta di ovvia matrice fascista, che dice: "Ho perso la memoria". Allo stesso modo della vicenda recente del furto della scritta "Arbeit macht frei" ad Auschwitz, questa scritta mi pare un esempio da manuale di come cancellazione della memoria ed eccesso di memoria siano la stessa cosa: uno che si ricorda di avere perso la memoria o che si affanna a farne sparire i segni è uno che la memoria se la porta cucita addosso, non riesce a liberarsene, e nel suo darsi da fare per rimuoverla non fa che richiamarla ossessivamente.
Basterebbe questo per poter dire che la giornata della memoria, con tutto il sovrappeso di liturgie e di cerimonialità che gli si è incrostato addosso, è comunque ancora portatrice di senso. Se non altro, serve a dire a fascisti, nazisti e razzisti che non ci dimentichiamo di loro, di quello che hanno fatto, di quello che stanno facendo e di quello che sono capaci di fare.
Se noi pensiamo alla memoria solo come a un deposito di fatti appartenenti al passato, allora la giornata della memoria è davvero un cerimoniale ripetitivo e stanco. Ma se riconosciamo la memoria come la rielaborazione incessante del nostro rapporto attuale con il passato e con la storia, come a una faticosa ricerca di senso, allora questa giornata non può essere la stessa da un anno all'altro, ma deve entrare in relazione con quello che stiamo vivendo, servire da strumento interpretativo per il presente. E allora, - in una città che ha accolto il sindaco con camicie nere e grida di Duce Duce, che ha accompagnato con saluti romani l'inizio della campagna elettorale per le regionali, in un anno che è culminato con la caccia al nero di Rosarno - serve a ricordarci che alla Shoah non si è arrivati tutto d'un colpo. In Italia come in Germania il il genocidio è stato l'orrizonte a cui tendevano un'infinità di passi e tappe intermedie - leggi, schedature, esclusioni, manipolazioni e corruzioni del senso comune, silenzi, indifferenze, opportunismi, guerre. La storia non si ripete mai identica e non immagino un ripetersi della catastrofe nelle stesse forme e negli stessi luoghi di allora; ma i segni quotidiani intorno a noi vanno in direzione di un altro abisso la cui forma non riusciamo a immaginare. Ma che non per questo siamo meno responsabili di fermare finché siamo in tempo.
Perciò dobbiamo ringraziare gli autori di queste scritte perché, in tempi di razzismo anti-immigrati, anti-rom, anti-rumeni e anti-gay, ci ricordano che non si dà razzismo senza antisemitismo e che le forme più arcaiche di questo grado zero, modello e matrice di tutti i razzismi sono vive, vegete e postmoderne, Perché la memoria non serve a pacificare e farci sentire tutti buoni, ma a di disturbare le coscienze: le coscienze degli eredi e dei complici dei massacri, che negano memorie che non possono sopportare, ma anche le coscienze di quelli che credono che tutto questo appartenga a un passato che non ci riguarda più, a una “barbarie” che non ha niente a che fare con le moderne radici dell'Europa – un passato sia pure da deprecare ma da chiudere col rituale "mai più" per poi ricominciare a occuparci di altro.
E soprattutto, questa giornata serve a respingere gli inviti interessati di chi, dalla stessa parte di questi graffitari orrendi, ci invita a minimizzare e a tacere. Direi che dobbiamo fare proprio il contrario: bisogna parlare, e parlare chiaro – tanto alla sinistra esitante, quanto a quella destra che ha cercato una rispettabilità corteggiando la comunità ebraica. Deve farci capire se queste schifezze stanno ancora nel suo ambito e nel suo bacino elettorale, se le tollera o addirittura le va a cercare, o se ha il coraggio di rompere e di rifiutarle non a parole ma con fatti concreti. Come finora non ha fatto.

11 gennaio 2010

Beniamino Placido, mio maestro

Beniamino Placido amava i paradossi, e forse da un paradosso dobbiamo partire: in molti hanno scritto che fu professore di letteratura americana alla Sapienza e io, suo allievo, devo precisare che professore non lo fu mai: l’università non fu capace di accogliere un’intelligenza come la sua, e questo già dice qualcosa su com’era l’università e su come si stava preparando a diventare. Più che professore, Beniamino Placido fu un maestro, uno che insegnava perché amava farlo e che oltre ai testi e ai fatti insegnava un modo di ragionare in cui il rigore era piacere e il piacere era rigore. Per esempio, fece rinviare la pubblicazione del suo fondamentale Le due schiavitù perché aveva deciso che bisognava scrivere una nota – che poi diventò quasi mezzo libro e fu la critica più devastante alle scorciatoie quantitative della storia “cliometrica” alla moda. Su quella nota, fra l’altro, io ho fondato non poche delle cose che ho scritto e insegnato poi.
Beniamino teneva in facoltà dei seminari di storia degli Stati Uniti, e ci faceva capire il senso di quella storia usando tutti i mezzi necessari, dalla storiografia alla letteratura, al cinema. Non parlerei neanche di “interdisciplinarietà”: direi piuttosto che non esistevano barriere e separazioni fra i campi del sapere, che le connessioni andavano e venivano seguendo la logica imprevedibile di un’intelligenza capace di creare connessioni evidenti dove gli altri vedevano solo distanze e gerarchie. Benito Cereno e La capanna dello zio Tom erano le chiavi per ragionare sulla schiavitù, Via col Vento, romanzo e film, per la Depressione e il New Deal: semplicemente perché (e fu lui a farmelo capire partendo da Benjamin) non esiste un “rapporto fra” letteratura e società, ma esistono una cultura, un tempo, un mondo in cui la letteratura agisce come vi agiscono con le proprie forme e modi la politica, il cinema, l’economia. Per forza che l’università non riusciva a inquadrarlo.
Perciò Beniamino non aveva niente di quello snobismo modaiolo che pretende di scandalizzare e meravigliare proclamando che il “basso” è in realtà altissima arte. Il basso restava basso: prenderlo sul serio significava rispettarlo come tale secondo le sue categorie e i suoi progetti. E’ indimenticabile la lezione (ma erano poi “lezioni”? erano già qualcosa di diverso, con un senso dell’umorismo, un gusto della sorpresa e del dialogo che sarebbe poi diventato lo stile inimitabile dei suoi interventi in televisione) in cui ci raccontò la strategia usata dal produttore David Selznick per trasformare nella percezione del pubblico il film da prodotto di massa e quindi di seconda categoria a “opera d’arte”: prendendo atto della “bassa” necessità di permettere agli spettatori di andare in bagno durante un film di quella durata, e di ritrovare il posto rientrando, ebbe l’intuizione geniale di fare un intervallo e di vendere le poltrone numerate, cosa fino allora associata solo con la cultura d’elite del teatro e dell’opera. Raccontava dello scandalo delle persone perbene quando scoprirono che i poveri qualche volta spendevano i soldi dell’assistenza per andare al cinema – e richiamava quei versi del Re Lear che spiegano che se si toglie il “superfluo” alle persone gli si toglie anche il diritto di sentirsi pienamente umani, non ristretti alla mera sussistenza. e con il diritto di scegliere. Io a quel tempo lavoravo in borgata e sbattevo sempre contro il pregiudizio secondo cui i baraccati erano tali per scelta, perché poi avevano beni voluttuari come la televisione. Furono quel discorso di Beniamino e quei versi di Shakespeare che mi aiutarono a capire la signora del Borghetto Prenestino che mi raccontava di non avere mangiato per comprare al figlio il televisore perché non si sentisse umiliato dai suoi coetanei a scuola.
O ancora, sempre sul New Deal: a partire dal passo manzoniano in cui gli astanti si alzano tutti sulle punte dei piedi per vedere meglio la carrozza del governatore, e quindi vedono esattamente come se fossero rimasti a terra, rese tangibile la necessità di un intervento dello stato che trascendesse l’istinto dei singoli capitalisti di rispondere alla crisi facendo tutti la stessa cosa (in quel caso, abbassare i salari e l’occupazione), finendo così per trovarsi di nuovo tutti nella stessa condizione competitiva di prima.
Mi affascinava la concretezza con cui spiegava grandi fatti partendo da piccoli oggetti: le idee, le teorie, erano qualcosa a cui si tendeva; mai un a priori da cui partire (una volta, quando tutti erano extraparlamentari, disse che stava cercando di diventare marxista. Non lo è mai diventato, non come i marxisti immaginari o dogmatici di allora, ma ha sempre tenuto Marx nella sua cassetta degli attrezzi, tirandolo fuori quando, e solo quando, serviva. Che mi pare una cosa molto marxiana). Mi sembrava che vedesse la storia e la letteratura, e poi la televisione (e la teologia: non so se sia mai stato cristiano, ma aveva anche la Bibbia nella stessa cassetta in cui teneva Marx) come un gomitolo da svolgere tirandone induttivamente uno dei molti bandoli possibili; e li andava a cercare nei luoghi più imprevedibili, in dettagli che proprio perché marginali sfuggivano al controllo ideologico e rivelavano la sostanza degli oggetti e dei rapporti. Una volta che l’aveva trovato lo tirava – mi ricordo l’incredibile percorso che fece seguendo la parola “nepenthe” da Poe e Lovecraft – in modo così logico da far apparire come ovvie e semplici anche le avventure più ardue della sua immaginazione intelligente. Una volta che le cose le vedeva lui, ci diventava incredibile il fatto che non le avevamo già viste noi – erano così chiare…
Quella che a me sembra la sua intuizione americanistica più feconda sta in un saggio che uscì in occasione di una Mostra del Cinema di Venezia, dedicato al western. Placido rileggeva la scena dell’Ultimo dei Mohicani di James Fenimore Cooper in cui l’eroe Natty Bumppo vede un indiano che si appresta a colpirlo ma è più veloce di lui e spara per primo, e la definiva come la “scena primaria” del western, e di tutto quello che il western significa per l’immaginazione e la politica americana: il fondamento, ribadito in un’infinità di film e romanzi, di quella giustificazione della violenza in nome di una superiorità morale che legittima tutte le guerre americane, precedenti o successive, come risposte ad aggressioni altrui vere o inventate - dal presunto affondamento della corazzata Maine nel porto dell’Avana nel 1898 alla presunta aggressione vietnamita nel golfo del Tonkino alla tragedia dell’11 settembre alle presunte armi di distruzione di massa di Saddam Hussein – e che rende così necessari e problematici film come Minority Report, o anche certi racconti che ho ascoltato di battaglie partigiane, in cui i nostri sparano solo dopo, ma meglio, degli altri. L’ultima volta che vidi Beniamino erano in corso svariate “operazioni giusta causa”, e lui disse: per far venire la pace sulla terra, basterebbe proibire solo le “guerre giuste” – cioè, togliere la legittimazione morale che copre la nuda violenza della guerra.
Non ricordo se Beniamino aveva messo in rilievo un altro aspetto di quella scena, che discende comunque dalla sua lettura: non solo Natty Bumppo spara più svelto, ma usa armi tecnologicamente superiori. Il suo saggio mi tornò subito in mente vedendo la scena dei Predatori dell’Arca perduta in cui Indiana Jones ammazza a pistolettate l’arabo che l’attacca con la scimitarra – una scena che entusiasmò tanti amatori del nuovo e del moderno comunque, e che andrebbe rivista alla luce di Iraq e Afganistan. Quella scena, peraltro, era la riscrittura di una pagina di un romanzo di cent’anni prima, il Connecticut Yankee di Mark Twain, altro libro in cui di Beniamino aveva saputo cogliere non solo la polemica della moderna democratica America contro la feudale arretrata Europa, ma anche una palese allegoria (palese a lui, e a tutti dopo che lui la vide dove non se ne era accorto nessun altro!) del genocidio dei primitivi indiani da parte della progressista civiltà occidentale – il che ci riportava ancora una volta a Cooper e ai mohicani (e anticipava ancora una volta il moderno scontro di civiltà).
Non era necessario essere sempre d’accordo con lui (per esempio lui, nato nella Lucania rurale, era scettico verso la mia passione per le culture popolari; io non ero convinto che La capanna dello zio Tom fosse davvero così reazionario) per sapere che parlavo comunque il linguaggio che lui aveva insegnato, che era sempre lui il mio lettore implicito. Per questo, a ogni disaccordo ho sofferto come per un’incomprensione con una persona amata. Perché dopo tanti discorsi sull’intelligenza, la critica, la cultura, c’è un’altra cosa da dire: che a Beniamino Placido non si poteva non volere bene.

25 dicembre 2009

La scritta rubata: eccessi di memoria

il manifesto 24.12.2009

Dopo la rimozione della scritta “Arbeit macht frei” dal cancello di Auschwitz, si è detto che si trattava di un attentato contro la memoria, di un tentativo di cancellarla. A me sembra invece che azioni del genere siano il risultato di una vera e propria ossessione per la memoria: un’ossessione che rende insopportabile l’esistenza di certi oggetti e che cerca di placarsi possedendoli e cancellandoli al tempo stesso, e si illude così di controllare e dominare anche la memoria altrui. E’ questo il fondamento emotivo dei revisionismi e dei negazionismi: più si affannano a cancellare, manipolare, nascondere queste memorie, più mostrano di essere dominati da quello che vorrebbero dominare. Solo chi non può dimenticare rimuove.
Di questa ossessione, legata agli stessi eventi della guerra mondiale e della Shoah, fa parte anche il processo di beatificazione di Pio XII per le sue “virtù eroiche”. Io non so se esista una definizione di eroismo nella dottrina teologica o nei codici di diritto canonico; ma so che nel nostro linguaggio ordinario l’eroismo comporta sempre un’assunzione di rischio, un mettersi in gioco, mentre la capacità (o se vogliamo la virtù) mediatrice e diplomatica di Papa Pacelli durante la guerra e la Shoah consistette precisamente nel tenere fuori dal pericolo la sua istituzione e la sua persona, e di compiere a protezione dei perseguitati tutte, e solo, quelle azioni che si potevano compiere senza correre rischi. A rischiare, anche in seno alla Chiesa, furono altri.
Può darsi pure che avesse ragione, e abbia fatto la cosa più saggia ed equilibrata, non sto qui a discuterlo. Ma mi sembra che l’insistenza sulla beatificazione, sua e di altri papi problematici come Pio IX (al di là della banalizzazione indotta dall’inflazione di santi e beati introdotta dal suo predecessore), abbia anch’essa a che fare più con questa ossessione della memoria che con virtù vere o presunte. Voi ricordate ambiguità, criticate silenzi, dubitate sulle esitazioni? E noi proprio per questo beatifichiamo: alla vostra memoria problematica sovrapponiamo una memoria canonica certificata, pacificata e vera per fede.
Ora, la memoria non è né una cosa buona né una cosa cattiva: come la respirazione, è una funzione inevitabile degli esseri umani, in una certa misura è addirittura involontaria – non possiamo decidere di non avere memoria, così come non possiamo decidere di non respirare. Ma proprio per questo, come possiamo impegnarci su come respirare, su che aria vogliamo metterci nei polmoni, anche sulla memoria possiamo lavorare, esercitarci, fare attenzione, essere il più possibile coscienti di come e che cosa ricordiamo. Per questo, la memoria non è un dato stabile ma un terreno di conflitto: se abbassiamo per un attimo la vigilanza, la nostra mente sarà posseduta da cattive memorie, da memorie altrui: siamo come gli eroi cyberpunk di William Gibson, capaci di espandere all’infinito la propria coscienza nel ciberspazio, ma vulnerabili ogni momento dall’invasione del ciberspazio nell’intimo più profondo della propria psiche.
L’ossessione conservatrice e reazionaria per la memoria nasce da qui: all’impossibilità di dimenticare e di far dimenticare incubi del passato si risponde cercando di controllarli e di sostituirli con memorie alternative. La resistenza, certo, sta nell’impedire la cancellazione dei segni e dei simboli, ed è un bene che la scritta di Auschwitz sia tornata al suo posto (a me piacerebbe che i segni della frammentazione a cui è stata sottoposta dai rapitori restassero visibili – segni di una seconda memoria, della memoria della profanazione). Ma la resistenza sta soprattutto dentro di noi, sta anche nella nostra capacità di ricordare senza dipendere troppo dai promemoria e dagli oggetti. In un memorabile racconto di Alice Walker, “Per uso quotidiano”, due sorelle si litigano un quilt, cimelio familiare patchwork in cui sono incorporati il lavoro di una nonna e frammenti dei suoi vestiti. La sorella “colta”, proprio come il committente del furto di Auschwitz, vuole farne un oggetto da collezionista, appeso al muro; la sorella campagnola è pure disposta a lasciarglielo fare, tanto “io sono capace di ricordarmi di nonna Dee anche senza il quilt”. La memoria siamo noi, e se il furto di un oggetto sia pure infinitamente simbolico bastasse a indebolirla vorrebbe dire che abbiamo già cominciato a dimenticare.

12 dicembre 2009

Dennis Lehane: Quello era l'anno

il manifesto 12.12.2009

Dennis Lehane è affascinato dalle possibilità narrative del caos. Nel suo romanzo migliore, Shutter Island, è il caos degli elementi – la tempesta, il mare infuriato – e delle identità. Nel più recente e più ambizioso Quello era l’anno (Piemme Edizioni, 2009, traduzione di Gianna Lonza), è il caos sociale scatenato dallo storico sciopero dei poliziotti di Boston nel 1919 – una città stravolta da criminalità, pregiudizi e rivalità razziali e nazionali, gang, terrorismi, conflitti di classe, corruzione e incapacità delle classi dirigenti, abbandonata agli impulsi più sanguinari e incontrollati tanto del suo underworld quanto dei suoi governanti: “Scollay Square… si era trasformata in uno zoo senza gabbie. Erano tutti ubriachi fradici, urlavano alla pioggia. Le ragazze dello spettacolo di varietà, stordite, senza più nappine e fiocchetti, andavano in giro a petto nudo. Sul marciapiede macchine rovesciate e falò. Lapidi divelte dal camposanto appoggiate contro i muri e le staccionate. Una coppia che scopava sopra una macchina, capovolta. Due uomini impegnati a pugni nudi in un incontro di pugilato nel mezzo di Tremont Street e, in cerchio intorno a loro, gli scommettitori. Il sangue e la pioggia rigavano i vetri rotti sotto i loro piedi.”
Il 1919 è un anno mirabile nella storia dei conflitti sociali negli Stati Uniti – grandiosi scioperi di minatori e di siderurgici, lo sciopero generale che mise per qualche giorno Seattle sotto il governo dei soviet di operai e marinai, segnano l’avvento del protagonismo dell’operaio massa che culminerà nella stagione di lotte degli anni ’30. La guerra era finita ma, con la scusa che il trattato di pace non era ancora stato firmato, il governo rifiutava di sospendere le norme eccezionali del periodo bellico e di riaprire la normale dialettica sindacale e politica – e anzi rispondeva con attacchi alle libertà civili, repressioni, arresti, deportazioni di massa al fermento sociale e agli attentati messi in atto da gruppi estremisti. Riprendeva vigore il Ku Klux Klan, accanendosi contro gli immigrati e linciando i reduci afroamericani colpevoli di indossare sulla pelle nera l’uniforme dell’esercito degli Stati Uniti. E attorno a tutto questo il grande spavento per l’epidemia dell’influenza spagnola e il disorientamento culturale indotto dal grande, incomprensibile disastro della guerra mondiale. Non c’è da stupirsi perciò se quegli anni hanno un posto così importante nella letteratura americana – dal Grande Gatsby di Scott Fitzgerald a 42mo parallelo di Dos Passos, dalla Enormous Room di e.e.cummings a Jazz di Toni Morrison o, a suo modo, Fiesta di Hemingway.
Lehane entra in questa storia con grandi ambizioni: non a caso, una delle citazioni promozionali riportate sulla quarta di copertina suggerisce che l’obiettivo è nientemeno che “the great American novel,” quel “grande romanzo americano” di cui si favoleggia a vuoto da almeno due secoli. Non c’è dubbio che l’attacco del libro suggerisca una dimensione del genere. Come Underworld di Don DeLillo, altro “grande romanzo americano”, infatti, si apre sul grande simbolo dell’americanità: il b baseball. Racconta lo straordinario incontro fra Babe Ruth (l’indimenticato Maradona del baseball USA) e un gruppo di dilttanti neri dell’Ohio, che stracciano lui e i suoi compagni di squadra in una partita improvvisata – salvo vedersi rubare il risultato perché i bianchi hanno sempre ragione e vogliono vincere sempre. Babe Ruth e il baseball ritornano in altri due intermezzi, a ribadirne la funzione simbolica e l’intenzione di rappresentare in qualche modo l’America intera (non sarà un caso che The Great American Novel già esiste – l’ha scritto Philip Roth, e usa proprio il baseball come luogo deputato del mito e dell’epica – basta pensare che uno dei protagonisti si chiama Gill Gamesh, come l’eroe del grande poema epico babilonese del duemila avanti Cristo…).
Luther Laurence, l’imprendibile giocatore afroamericano che sconfigge e affascina Babe Ruth, sarà uno dei due protagonisti del resto del libro. Lo seguiamo mentre si trasferisce con sua moglie a Tulsa, Oklahoma. E finora sembra che Quella era l’anno voglia avere anche il respiro geografico del grande romanzo americano: Ohio, Boston, Oklahoma, Missouri, ancora Boston… Poi però, dopo che Luther deve scappare e rifugiarsi a Boston per aver ucciso un gangster con cui si era infognato a causa delle cattive compagnia, la geografia del romanzo si viene sempre più stringendo e focalizzando su Boston, anzi sul North End, il quartiere degli immigrati italiani, delle gang, degli anarchici bombaroli.
Qui incontriamo l’altro protagonista, Danny Coughlin, agente di polizia, figlio di un mitico capitano della polizia bostoniana con cui intrattiene un rapporto ambivalente di ammirazione e risentimento. Mentre attraverso Luther assistiamo alla crescita delle organizzazioni per i diritti degli afroamericani, attraverso Danny vediamo le condizioni sempre più insopportabili in cui lavorano per paghe sempre più miserevoli i tutori dell’ordine di Boston, e i primi fermenti sindacali che li porteranno alla sciopero. I due finiranno per incontrarsi e stringere una insolita amicizia interrazziale quando Luther va a servizio presso la famiglia del padre di Danny. E alla fine il centro della storia sarà il rapporto fra loro, la burrascosa relazione fra Danny e suo padre, la contrastata storia d’amore di Danny con la domestica irlandese Nora, il sogno di Luther di tornare a Tulsa per vedere il suo bambino mentre intorno a loro monta la tempesta.
Questo movimento centripeto del libro lascia alcuni fili curiosamente sospesi. Per esempio, perché proprio Tulsa? Lehane avrebbe potuto scegliere qualunque altra città, ma mandare un afroamericano a Tulsa nel 1919 è un po’ come mandare una persona a Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema nel 1942 e non fare alcun cenno di quello che stava per succedere: nel 1921 infatti Tulsa sarebbe stata teatro del più sanguinoso massacro razziale della storia americana, in cui morirono intorno a trecento afroamericani e una decina di bianchi. Nel “lieto fine” del libro, Luther (dopo aver salvato la vita a Denny lanciando un mattone con la forza e l’accuratezza del suo braccio da baseball – ma non sarà anche una citazione da Krazy Kat?) si prepara a tornare a Tulsa per riprendere il suo ruolo di marito e di padre. Ma un lettore con un minimo di conoscenza della storia americana non può non chiedersi che cosa sarà di lui e della sua famiglia nella strage di lì a due anni. Che Lehane abbia voluto giocare proprio su questo, lasciando ai lettori ingenui il piacere del lieto fine e suggerendo a quelli informati, con un’immensa litote, che la storia e le tragedie non finiscono lì - che il buon Luther si illude se crede di andare incontro a una vita normale? Può darsi – anche se i lettori informati rischiano di essere molto pochi, dato che la strage di Tulsa è stata quasi completamente cancellata dalla memoria storia nazionale e locale (ma Toni Morrison vi dedica poche indimenticabili pagine in Jazz). Come tanti romanzi americani, insomma, un libro che si conclude con una partenza sembra sia chiudere una storia, sia insieme suggerire che se ne apre un’altra che possiamo e dobbiamo solo immaginare.
Che si possa trattare di un’allusiva strizzata d’occhio al pubblico informato lo suggerisce anche un altro filo sospeso: la scena in cui Babe Ruth assiste in un bar a una sospetta e incomprensibile conversazione fra i suoi manager e certi loschi figuri. Lehane non spiga niente e non ci torna più; ma qui l’allusione è più a portata del pubblico più vasto di lettori: si può non sapere che cosa è successo a Tulsa nel 1921 ma è impossibile non essere a conoscenza del più grande scandalo della storia sportiva americana, le World Series truccate del 1919 (lo nomina anche Fitzgerald nel Great Gatsby, e c’è un notevole film di John Sayles, Eight Men Out, del 1988). Se Tulsa evoca la violenza di strada, lo scandalo del baseball evoca la corruzione dell’anima nazionale. Che sono poi i due temi “storici” del libro. Ma magari due righe di nota avrebbero aiutato il lettore italiano a orientarsi.
Per il resto, il romanzo procede con buon ritmo, senza grandi sorprese ma con grande talento visivo – un po’ Gangs of New York e un po’ Sacco e Vanzetti (ma senza arrivarci) - verso il cataclisma finale. Fra ossessione del terrorismo e aggressione alle libertà civili, Lehane non si lascia sfuggire un paio di rinvii all’attualità, all’odierna politica di guerra in tempo di pace: il poliziotto cattivo che prepara retate di tutti gli iscritti ai sindacati e alle associazioni per i diritti civili dando per scontato che sono complici del terrorismo (“Dobbiamo aspettare che ci facciano saltare in aria prima che ci decidiamo a prenderli su serio?” dice, come anticipando il discorso di Rumsfeld sulla “pistola fumante”), o quando in odio ai tedeschi il wurstel fu ribattezzato “salsicciotto della libertà” (anticipando le “French fries” ribattezzate “freedom fries” durante la seconda guerra del Golfo). Forse i personaggi e le loro storie possono essere abbastanza prevedibili (specie i cattivissimi cattivi), ma la scrittura è competente, la traduzione funziona, il quadro dell’epoca e della città è vivido - un buio notturno con squarci di luce che però possono essere anche bagliori di bombe. E se non lo leggiamo tanto come quel buon romanzo storico che comunque è, quanto come una metafora di tutto quello che nella nostra civiltà si agita sotto la superficie dell’ordine e della ragione – lo sciopero dei poliziotti come rimozione del super-Io? – può diventare anche abbastanza disturbante.

24 novembre 2009

White Christmas in Padania

il manifesto 24.11.2009

E’ proprio vero che siamo un paese di poeti santi e navigatori. Solo in un paese di geni assoluti poteva essere concepita l’idea, scaturita dalla fervida immaginazione di un paese del bresciano, di lanciare di qui a Natale una campagna di pulizia etnica e chiamarla “White Christmas.” La trovo un’idea entusiasmante. In primo luogo, perché spazza via tutte le menzogne mielate di quando ci raccontavano che a Natale siamo tutti più buoni: prendere spunto dal Natale per diventare più cattivi, e farlo in nome delle nostre radici cristiane mi pare un’operazione liberatoria di verità assolutamente ammirevole. Altro che cultura laica.
Qualche anno fa, quando il mio quartiere scese in piazza per impedire il trasferimento in zona di qualche famiglia rom, una compagna disse: “Non è razzismo, è cattiveria.” Scrissi allora, e mi ripeto: non distinguerei fra le due cose (il razzismo è cattiveria), ma trovo giusta questa parola, “cattiveria”, così elementare da essere caduta in disuso, perché qui è proprio l’elementarmente umano che sta in gioco. D’altra parte, un esimio leghista ministro della repubblica aveva già proclamato che bisognava essere cattivi con gli esseri umani non autorizzati. Disciplinatamente, fior di istituzioni democratiche eseguono: sbattono fuori dalle baracche i rom a via Rubattino a Milano e al Casilino a Roma e i marocchini braccianti in Campania, incitano i probi cittadini dei villaggi lombardi a denunciare i vicini senza documenti, premiano con civica medaglia intitolata a Sant’Ambrogio gli sgherri addetti ai rastrellamenti dei senza diritti. Fini dice che sono stronzi: no, non sono solo stronzi, sono malvagi.
Su un piano più leggero, trovo altrettanto geniale è proclamare che l’operazione si fa in nome dell’ incontaminata cultura lombarda e bresciana – e chiamarla con un nome inglese, per di più orecchiato da una canzone e un film americano. Non si potrebbe trovare un modo migliore per prendere in giro tutta la mitologia lombarda delle radici e della purezza culturale. Non è solo una bella presa in giro di quelli che mettono nomi lumbard sui cartelli all’ingresso dei paesi. Ma è anche un modo per ricordarci che non esiste cultura più paesana, più subalterna e più provinciale di quella che finge un cosmopolitismo d’accatto.
E infine, la trovata dell’inglese è una spietata denuncia dell’ipocrisia razzista. Dire “bianco Natale” significava mettere troppo in evidenza il colore della pelle, perciò lo diciamo con una strizzata d’occhio –dire le cose in inglese, non solo in questo caso ma più in generale ormai, significa dirle ma non dirle, è la nuova forma della semantica dell’eufemismo. E poi, “Christmas” invece di Natale: e hanno ragione, il nostro tradizionale Natale è sempre più sovrastato dall’americano Christmas, lasciamo perdere il misticismo e corriamo a fare shopping.
Aveva proprio ragione la mia amica appalachiana che diceva, “noi poveri di montagna non sognavamo un bianco Natale. Se nevicava, era più che altro un incubo.” Io non so che Natale sognino i senza documenti del bresciano, dopo questo bell’esempio di cristianesimo. La cosa che immagino è che, cacciati dal villaggio, gli stranieri sbattuti fuori di casa andranno a dormire in una stalla e faranno nascere i loro clandestini bambini in qualche mangiatoia.

Alle origini del "manifesto": la vicenda del CNR

nell'inserto sui quarant'anni dalla radiazione del manifesto dal PCI, 24.11.2009

La storia che racconto è una storia marginale, ma che può dare un’idea anche delle ripercussioni impreviste della proposta originaria del Manifesto in contesti meno conosciuti e raccontati. In questo caso, si tratta di una realtà fra le più improbabili: sostanzialmente un gruppo di impiegati statali che, fra radicalizzazione e ambiguità, mettono in moto un processo che finisce per coinvolgere il mondo della ricerca e dare origine a una nuova e insolita esperienza sindacale.
Negli anni ’60, io lavoravo al Consiglio Nazionale delle Ricerche, come impiegato nell’ufficio relazioni internazionali. La realtà sindacale era tipica del pubblico impiego: autonoma, e corporativa, con un sindacato autonomo per i dipendenti di gruppo A (direttivi), uno per il gruppo B (impiegati di concetto) e uno per il gruppo C (esecutivi), e uno, sempre autonomo, per il personale di ricerca. Era ancora necessario ottenere il nulla osta NATO per lavorare alle relazioni internazionali, cioè praticamente un certificato di non-comunismo, e infatti di comunisti conosciuti ce n’era solo uno in tutto il palazzo del CNR.
D’altra parte, la composizione dei dipendenti amministrativi vedeva una prevalenza ampia di giovani, assunti negli anni ’60, quasi tutti diplomati (molti ragionieri). Ci scambiavamo libri e idee, non si vedeva l’Unità ma facemmo un abbonamento comune all’Espresso. Aggiungerei che il CNR sta proprio accanto all’università e qualcosa filtrava. E la prima cosa che facemmo, appena diventammo leader dei rispettivi sindacati di categoria, fu di fonderli in un unico sindacato degli amministrativi (i ricercatori restavano un ambiente separato e meglio retribuito, con quale praticamente non c’erano contatti).
Poi arrivò il ’68, con le sue forme di lotta e i suoi discorsi antiautoritari ed egualitari. E qui scattano la radicalizzazione di alcuni, l’ambiguità corporativa di molti, la fragile e ambigua relazione tra i primi e i secondi. Il nostro sindacato infatti avanzò la rivendicazione della parità di trattamento fra personale amministrativo e personale di ricerca, e su questa base si arrivò nel luglio ’69 a una cosa inaudita: un’occupazione del CNR durata un mese, una vicenda probabilmente unica nel mondo dell’impiego pubblico romano.
Ora, noi eravamo mossi da un’idea di uguaglianza; la maggior parte dei nostri colleghi aveva soprattutto in mente un aumento di stipendio, come che fosse. Io credo che il nostro piccolo gruppo di avanguardia se ne rendesse tacitamente conto, e che in qualche modo si incontrassero due opportunismi: da un lato, quello della maggioranza che cavalcava il nostro radicalismo (e si compiaceva comunque del gesto trasgressivo dell’occupazione: un primo segnale della contraddizione fra forme di lotta radicali e obiettivi conformisti che sarebbe emersa in diversi settori negli anni seguenti); dall’altro, quello dell’avanguardia che fingeva di non accorgersene per tirarsela comunque dietro – sperando magari in una crescita di coscienza nel corso della lotta.
In realtà a crescere fummo soprattutto noi (anche se mi ricordo ancora con gioia la bellissima e definitiva radicalizzazione di un paio di segretarie). Ci furono due elementi che vennero fuori durante l’occupazione. Il primo fu che parecchi insospettabili colleghi si rivelarono essere comunisti iscritti al partito, che avevano tenuto le loro idee e la loro appartenenza accuratamente nascoste per anni: in questo senso, l’occupazione fu per diverse persone una vera e propria liberazione, una riconquista del diritto di parola. L’altro fu la rottura della barriera coi ricercatori. Loro non avevano nessuna rivendicazione in ballo nell’occupazione, ma condividevano la prospettiva egualitaria, per cui furono soprattutto i più politicizzati a venire e affiancarci: in quel periodo anche il mondo della ricerca era attraversato da pulsioni egualitarie radicali (per esempio: in alcuni laboratori si rivendicava che gli articoli scientifici dovessero essere firmati da tutti i partecipanti al progetto, compresi gli addetti al lavaggio delle vetrerie), e fu da alcuni di loro che una persona ingenua come me, senza nessun vero retroterra politico, cominciò a sentire per la prima volta il linguaggio, la terminologia, l’analisi marxista, a trovare le parole per spiegare quello che sentivo e che facevo.
L’occupazione si concluse infine con un nulla di fatto, ma il nostro gruppo di giovani attivisti aveva cominciato a prendere consapevolezza di sé e a cercare riferimenti. Io avevo appena letto le tesi del Manifesto, ed ero andato tutto solo a prendere contatto alla salita del Grillo, dove abbi la fortuna di parlare con Bruno (“Dado”) Morandi. Ne parlai con gli altri – ricordo alcuni nomi, di compagni per i quali il nostro ’69 non è stato solo un momento passeggero e modaiolo: Sandra Bailetti, Luciano Stella, Franco Lattanzi, Piero Albini, e decidemmo di riunirci a leggere insieme le tesi. “Se mi convincono solo per metà”, mi disse Albini, “aderisco anch’io”. Ci convinsero per più di metà. Credo che l’aspetto che ci convinceva di più era l’idea della rivoluzione come processo sociale, non rovesciamento subitaneo opera di avanguardie ma una vicenda lunga e complessa con al centro la classe. A me, e forse anche agli altri, questa visione della rivoluzione piaceva sia perché la trovavamo più realistica, meno romantica; sia perché sembrava de-enfatizzare il mito montante delle avanguardie e quello ancora più problematico della violenza. Nessuno di noi veniva dal Pci, anche se alcuni avevano famiglie di sinistra, e credo (per me, sono sicuro) che il Manifesto ci attraesse anche perché per noi non era una rottura con la storia del movimento operaio e della sinistra in Italia, ma anzi un modo per entrare a farne parte. Come forse anche altri allora, non stavamo uscendo dal Pci, ma entrando in un movimento “per il comunismo”.
E infatti successero un paio di cose divertenti. La prima fu che, senza starci tanto a pensare sopra, decidemmo che il nostro sindacato avrebbe aderito alla Cgil, e sull’onda ancora viva dell’occupazione riuscimmo persino a far passare la proposta in assemblea. Così un bel giorno Piero Albini e io ci presentiamo in corso d’Italia e (altro colpo di fortuna) veniamo ricevuti da Vittorio Foa. Di quell’incontro ricordo due cose. La prima fu che quando Foa sentì che eravamo del Manifesto chiamò nella stanza tutti i suoi collaboratori e gli disse: “Vedete? Questi sono del Manifesto, ma non sono diavoli, e non ci vedono come nemici.” Che è anche un segno di come vedeva il Manifesto lui, e come voleva che lo vedesse il sindacato. La seconda cosa fu che Foa ci disse: guardate, fino adesso la Cgil è rimasta fuori dal settore del pubblico impiego, ma stiamo ripensando questa scelta, quindi siete i benvenuti. Così, uscimmo da quell’incontro con l’orgoglio di sentirci dei battistrada, il primo (o almeno uno dei primi) sindacato Cgil del pubblico impiego (cosa che la nostra base impiegatizia visse con dubbi e col brivido della trasgressione: ricordo una collega che riconsegnò la tessera il giorno dopo la morte dell’agente Annarumma a Milano, come se la Cgil ci entrasse qualche cosa).
La seconda cosa fu decisamente paradossale. Come ho detto, avevamo scoperto che nei nostri uffici si annidavano almeno una decina di iscritti al Pci fino allora clandestini. Così, un altro bel giorno Piero Albini e io facemmo due passi fino alla federazione di via dei Frentani, non mi ricordo con chi parlammo ma comunque gli dicemmo: guarda, c’è un nucleo di compagni proprio qui vicino, al CNR, si potrebbe formare una cellula. Il compagno della federazione fu molto contento e fece due proposte: che si chiamasse cellula Ho Chi Minh (prontamente accolta), e che il segretario e vicesegretario fossimo Albini e io – e non dimenticherò mai il suo disorientamento quando gli dicemmo guarda, noi siamo venuti a portarvi i vostri iscritti ma noi non ci iscriviamo perché siamo del Manifesto (la cellula poi formalmente si fece, ma non mi pare che abbia avuto vita attiva ricordabile).
Non sono solo aneddoti paradossali: sono segni di una tensione allora molto forte, e destinata a produrre anche rotture, sulla natura stessa del Manifesto come gruppo politico, delle sue relazioni con i movimenti e col Pci. Una delle proposte organizzative in piedi era allora quella dei collettivi aperti (che a me arrivava anche dal Collettivo Edili Montesacro, dove cominciavo a militare e a frequentare, altro privilegio, Aldo Natoli): cioè di collettivi a cui partecipassero anche compagni non aderenti al Manifesto – cani sciolti o gente di altri gruppi o partiti - ma disposti a lavorare insieme sul terreno di cui questi collettivi si occupavano e a crescere e cambiare insieme con noi. In un certo senso, il direttivo del Sindacato Ricerca Cgil – a cui nel frattempo avevano aderito anche i ricercatori - era un collettivo del genere, composto di 11 persone di cui due del Pci (tra cui, per opportunità, il segretario), uno di Potere Operaio, e otto più o meno di area Manifesto. E devo dire che (salvo una volta in cui uno dei due Pci mi chiamò fascista perché criticavo l’Unione Sovietica) ci misuravamo sulle cose concrete e funzionavamo relativamente bene, comunque in buoni rapporti. Ma la proposta dei collettivi aperti non era destinata a prevalere nel futuro del Manifesto.
Nel frattempo, si era venuto formando anche il Collettivo Tecnici del Manifesto, soprattutto per l’impulso di Dado Morandi. Alcuni di noi naturalmente parteciparono, ma non ho ricordi di grandi elaborazioni e proposte conclusive sui temi di cui discutevamo. Discutevamo di neutralità della scienza, cercando di sottrarci alla tenaglia da una parte del fondamentalismo per cui “nel socialismo due più due farà cinque” e dall’altra del fondamentalismo per cui la scienza è sempre la stessa e cambia solo l’uso che se ne fa. Cercavamo di ragionare sul ruolo dei mass media, rifiutando le posizioni apocalittiche anti-TV, ma anche – col senno di poi – un po’ di eccessivo ottimismo sul futuro del sistema dei media in Italia. Piuttosto, l’esperienza del collettivo del CNR mi sembrava interessante perché – che ne sapessi io – era l’unico collettivo del Manifesto composto allora interamente da gente che lavorava (e che per quanto giovane aveva qualche anno in più), e quindi aveva tempi di lavoro e di vita quotidiana che difficilmente si armonizzavano con quelli della componente studentesca e dei politici a tempo pieno, che dettava i ritmi del lavoro politico.
Poi le cose andarono in pezzi. Alla fine del ’71, come Cgil Ricerca rilanciammo la lotta egualitaria: una richiesta di aumenti di stipendio inversamente proporzionali, contra la pratica abituale degli aumenti in percentuale che davano sempre più soldi a chi guadagnava di più. L’amministrazione colse il punto di principio, se ne allarmò, e rispose con una controfferta che ci parve profondamente umiliante: una tantum chiamata “befanone,” ovviamente proporzionale. Sostanzialmente, fummo travolti: impermeabili all’infantilizzazione implicita nel “befanone”, i nostri colleghi scelsero i pochi, maledetti, disuguali e subito rispetto al principio di uguaglianza che peraltro convinceva tanti di loro solo quando gli faceva comodo. Il nostro gruppo dirigente sindacale si disperse: dopo la proposta del compromesso storico, parecchi scelsero di entrare al Pci, e solo alcuni continuarono comunque l’impegno sindacale negli spazi che riuscirono a trovare (Piero Albini sarebbe diventato poi segretario della Camera del Lavoro di Roma); il mio Collettivo Edili finì per trovarsi fuori dal Manifesto, io colsi al volo la proposta di andare a lavorare all’università.
Non so che cosa resta di questa storia. Sicuramente, la crescita di alcune persone. Forse, se la analizzassimo, gli strumenti per un lavoro sindacale meno ingenuo e con meno rischi corporativi nel pubblico impiego e nei servizi, ma anche la consapevolezza dell’esistenza di spazi di alternativa e di radicalismo di cui fare un uso migliore. Una presenza sindacale nel settore della ricerca e della scuola (il primo incontro con la nascente Cgil scuola lo avemmo proprio durante l’occupazione del ’69). E forse, la cosa più importante di tutte, un piccolo romanzo di formazione di alcune persone che in questa storia sono cresciute e hanno continuato, attraverso tutti questi anni e in modi diversi, a dare il contributo di cui erano capaci a quello che è stata e quello che resta la sinistra in Italia.

21 novembre 2009

Hard Traveling in Kentucky and California

My friend Linda Eklund contributed this translation of an article I published in "il manifesto" last October.



Lexington, University of Kentucky. I am telling a social studies class about my research in Appalachia, and it occurs to me to tell them that I always have trouble getting reimbursed by the university for travel expenses because Harlanthe equivalent of one of our provincial capitalsis unreachable by public transportation so I never have a normal receipt give the administration. One girl asks, But you can get to rural towns on public transit in Italy? I tell her yes, by and large. At least until we took it in our heads to privatize everything, access to public transportation was more or less seen as a right of citizenship. They were floored: that the idea of rights might apply to something like public transit came as a complete surprise. Forget about healthcare, which is the topic of the day.
That evening, Rhonda, who left a medical career to be a musician, asked me ponit blank, How is your healthcare system? I explain that for all of the waste, bad politics and corruption, whatever it does is done for everyone. Here in the U.S. it is different, a lot depends on who you are. Jo Carsona poet, performer, and extraordinary playwright has a colon cancer. She has no insurance and no public assistance. Luckily, she is famous and her friends and readers are taking up a collection for her treatment. Maybe they’ll pull it off. For people who are not so well known and more alone, things are worse.
Gurney Norman, the poet laureate of Kentucky, tells me about a relative of his wife who also has a tumor. His insurance only agrees to pay a fraction of the cost. The opponents of healthcare reform say they are upset that state bureaucrats might decide matters of life and death, but it seems normal to them that private bureaucrats can do so on a profit-making basis. Fortunately this patient has knowledgeable, stubborn, well-connected relatives who mount such a huge legal and public relations ruckus that the insurance company caves in the end. But it is a power game and not very many come out winners.
A few days later in Santa Rosa, California, the local newspaper reports that one of the major HMOs - the organizations that manage insurance and treatment - has broken relations with the University of San Francisco and that its clients can no longer access the services of university specialists. The University and the HMO trade insults and accusations through newspaper ads. Lucia, a psychotherapist and wife of a university teacher, explains the excellent insurance coverage available to her family. It costs them a few dollars a month, it is tax-deductible, it covers almost everything with a co-pay of ten dollars a visit (free for certain preventive-care check-ups). She and her husband have had every sort of surgical treatment at very little cost. She says: I would be perfectly happy to pay more taxes if everyone could get these benefits.
Her husband just turned 65 and she is getting there. At that age all citizens qualify for Medicare, a reasonably efficient insurance program (They say: if Barak Obama had framed his proposal by calling it Medicare for everyone under 65 people would have understood it immediately and he would have had a lot less trouble). Except that Medicare does not materialize automatically. In the United States, many rights - starting with the right to vote - are only getable if you apply, and the system does not always make it easy to get in the door. Think how complicated it can be just to register to vote. Lucia tells me about the bureaucratic rigmarole she had to go through to get Medicare: form after ever-more-complicated form, lines, phone calls, long waits for bureaucrats who slammed the phone down on her, and Lucia says, I am informed, persistent and I know my rights. But what about older folks who are not as comfortable with written instructions, who don’t speak much English, who don’t have the courage to challenge the people behind the counter? One begins to think that the United states might be a little like the world imagined by Ghedini, Berlusconi’s attorney: Even when the law is equal for everyone, its exercise and its application need no be equal - a random matter of class.
From Lexington I have to go to Louisville. These are the two major cities in Kentucky, about the size of Bologna and Florence, and equally distant at about seventy miles. Notwithstanding the conversation in class the morning before, I am still innocent enough to think I can make the trip by bus. Naturally it doesn’t exist. And the train? Hardly. The plane ticket is priced way out of proportion, and I end up going by taxi; one hundred and ninety dollars, and I doubt that anyone will ever reimburse me.
Berkeley, California, where the Sixties started with the Free Speech Movement and the student uprising of 1964. Its raining and I duck into a café. I count 25 people sitting at 25 small tables separated from one another and absorbed in 25 computers. No one is talking – forget Free Speech. On second glance, I see a couple - both with their own computers. It looks like the lonely crowd that David Riesman talked about 50 years ago. I take a picture with my cell phone but the photograph doesn’t really capture the scene. I sit down at my own little table and I open a book.
That morning David Walls, one of the rebels from 1964, and I were talking about individualism in this country, and he rightly told me that there is a counter-narrative, the history of the benevolent community, of people helping each other and volunteering to help those in need. And it couldn’t be truer. It was true of the friends and readers who rushed to help Jo Carson. But the problem isn’t benevolence; it’s rights. And that the community, when it exists, risks dissolution. Everyone is bound to those who are far away, and separated from the people sitting beside them, like Calvinists believers united and alone in the face of God.
To get to David and his wife’s house in Santa Rosa I take the bus from San Francisco. Unlike Kentucky and most of the country, San Francisco is something of a paradise for public transportation. There is stupendous rapid transit, picturesque streetcars, and bus lines all over the Bay Area. It takes three hours to cover sixty kilometers, but its worth it. The landscape from the Golden Gate is fantastic. And they only talk Spanish on the bus.
In this car-focused country, public transportation is a good place to see the invisibles. Already a cyclist with the long white hair of an ex-hippie under his helmet got on the subway and launched into a long and fairly incoherent oration to his seat-mate about a book written by three Italians that explained all the mysteries of the Kennedy assassination, Oswald and Ruby (California is the world capital of conspiracy theories). But this is where you find the marginalized: riding the intercity buses. While I’m waiting, a black boy with flowing dreadlocks tells me a complicated story and ends by asking me for money to get home, he says. I give him a few dollars, thinking it isn’t the first time I’ve doled out money to a citizen of the world’s richest superpower, and he takes off. A little later a woman comes up. She stands by the bench for a while then breaks the silence: These niggers and Jews take up a lot of space and theyre only good for talking shit. And she shuts up. I freeze. She isn’t white; she could be Asian or Indian. On her wrists she is wearing the kind of pearl bracelets we usually associate with native artisans.
I find Lucia and David in Santa Rosa. Many years ago they adopted an Afro-American baby (with some white ancestry). The boy is older now, married to a Mexican girl, and they have two kids who are black, white, Latino, Indian, bilingual in English and Spanish, and really good-looking. If the world goes the way it ought to go, they are the future, the post-Obama generation. Maybe down the road they will feel confused and want to know what their real identity is. But no one will get to impose it on them from the outside as a prison and a stigma.
If the world goes the way it ought to go. But the old world still has a poison sac in its tail. The father of these children was let go (after training the people who took his place) and re-hired after six months without pay, with a six-month contract, with no insurance and no pension. The Louisville Courier-Journal reports on a judge in Louisiana (the most racially mixed state in the U.S.) who refused to sign a marriage license for a mixed couple. I’m worried about the kids, he explained, These marriages always go bad. Naturally, racism has nothing to do with it. Im not a racist. Its just that I dont think its right to mix the races this way. I have lots of black friends. They come over to the house. I marry them. They use my bathroom. The idea that you are tolerant because you allow blacks to sit on your toilet strikes me as a touch of absolute genius.
Everyone asks me, and I ask everyone, what they think of the Nobel peace prize for Barack Obama. Everyone I talk to is moderately content: So lets wait and see what he’s really going to do. But David succeeds in expressing what I also feel: Our task is not to stand around waiting and passing judgment. What Obama does depends on us, too. After the electoral success, some American progressives are sitting down on the job. But tomorrow David and a small group of activists will go to a demonstration holding placards in favor of new environmental laws. On the sidewalks of Telegraph Avenue, where everything started in 1964, they stop me to ask for a signature and a few dollars for the healthcare reform campaign. They won’t be enough to move the world, but fortunately they aren’t sitting down.