25 novembre 2006

Nassirya e il silenzio. Un'esperienza

Sono uscito sconcertato e un po’ umiliato dalla seduta del consiglio comunale di Roma oggi, lunedì 20 novembre. E’ stato il punto di arrivo di diversi giorni in cui mi sono sentito sempre più, e da più parti, incapace di comunicare e di esprimermi.
Cominciamo dall’inizio. L’altro giorno, anch’io avrei voluto andare a manifestare per i diritti del popolo palestinese (non in sostegno dei suoi capi e dei suoi gruppi estremisti), per la fine dell’occupazione militare e della colonizzazione israeliana, per protestare contro la politica di “errori” (continuati e ripetuti) delle forze armate e del governo di un paese che rispetto e vorrei poter continuare ad amare. Non ci sono andato perché mi aspettavo quello che è successo: che una piccola frangia che per il momento chiamerò solo irresponsabile, con l’aiuto interessato di una stampa opportunistica e ipocrita, avrebbe imposto il proprio segno alla manifestazione e azzerato il senso della presenza di tutti gli altri. Perciò mi sono sentito espropriato tre volte: perché non me la sono sentita di andare; perché gli irresponsabili hanno coperto la voce di chi c’era andato come ci sarei voluto andare io; perché stampa e politici hanno scelto di amplificare loro e azzittire tutti gli altri.
Poi oggi, all’inizio della seduta, il presidente del consiglio comunale e tutti i non molti consiglieri presenti si sono alzati cerimoniosamente per stigmatizzare gli slogan gridati da una parte di manifestanti e per rendere omaggio ai “martiri” che hanno “dato la vita” a Nassiriya. Compiaciuto e oleoso, il portavoce di Alleanza Nazionale ha ringraziato e ritirato il suo ordine del giorno, e si è passati ad altro. Anche qui avrei voluto parlare, ma non ce l’ho fatta.
Avrei voluto dire, in primo luogo, che chiamarli “martiri” è un insulto alla memoria di questi uomini uccisi. I martiri testimoniano volontariamente di una scelta; questi uomini non hanno scelto di morire (non hanno “dato la vita”, gli è stata tolta). Non sono andati lì a cercar la bella morte e la gloria del sacrificio, ma - la maggior parte di loro almeno - con l’idea di tornarne vivi e magari comprarsi casa e mettere su famiglia coi soldi della missione. Chiamarli martiri è (fatte le debite proporzioni) come quando chiamiamo “olocausto” la Shoah, sovrapponendo l’immagine di una offerta sacrificale a quella che è una strage pura e semplice, quasi attribuendo alle vittime la volontà di morte di chi li ha uccisi o di chi li ha messi in condizione di essere uccisi. Sono morti perché altri li hanno mandati a morire, in una guerra illegittima, anticostituzionale, insensata, bugiarda – e poi piangono lacrime di coccodrillo e fanno capitale politico di una morte la cui responsabilità ricade su di loro.
Avrei voluto dire: e poi, per che cosa avrebbero dato la vita? La chiamano missione di pace, ma per portare la pace bisogna essere neutrali, terzi (come forse sarà in Libano), non certo gli alleati più fedeli della maggiore potenza belligerante. Guardiamo l’Irak, guardiamo l’Afghanistan: non abbiamo portato, non stiamo portando, né pace né democrazia. Se ne sono accorti perfino gli americani.
Avrei voluto dire: io penso che inneggiare alle stragi e auspicare che si moltiplichino è moralmente spregevole e politicamente cretino (ma la stupidità non assolve. Diceva Totò: anche i cretini non debbono abusare dei loro diritti di cretini). Ma noi che non lo desideriamo, voi che stigmatizzate, che cosa stiamo, che cosa state facendo per evitare il rischio di una, dieci, cento Nassiriya? E’ successo, quindi finché stiamo lì può succedere ancora. Se vuoi bene ai nostri ragazzi in Vietnam, cantava Pete Seeger, fai la cosa più semplice: riportali a casa. Se si fosse fatto come dicevamo noi, come dicevano i milioni di esseri umani che hanno marciato contro la guerra, sarebbero ancora vivi.
Avrei voluto dire: questa città è piena di svastiche e scritte naziste, persino davanti a via Tasso. In questa città sfilano gridando slogan assassini i più beceri estremisti di destra. In questo paese, i ragazzi che picchiano e umiliano i loro compagni down scrivono slogan nazisti alla lavagna. Ma non ho visto il consiglio comunale alzarsi compunto in piedi e stigmatizzare queste oscenità, e questo silenzio svuota di senso anche le vostre parole di oggi. Abbiamo commemorato Oriana Fallaci (pessima giornalista, visto che da anni scriveva falsità) e non una parola su Anna Politkovskaja. O su Tiziano Terzani.
Avei voluto. Perché non l‘ho fatto? Dopo tutto, forse sono stato eletto anche perché lo facessi. Ma mi sono sentito soffocare da un senso avvilente di inutilità che è difficile spiegare a chi non segue questi cerimoniali. In questi mesi, mi sono reso conto che se uno si aspetta che il consiglio comunale sia il luogo della discussione politica e culturale, o almeno una tribuna da cui parlare alla città, farà bene a ridimensionare le sue aspettative. C’entra forse l’inadeguatezza del ceto politico, di cui mi sento anch’io parte (ascoltare le tirate demagogiche e populiste della destra è istruttivo ma sconfortante; e la maggioranza, proprio perché si sente tale, non perde tempo a spiegarsi); c’entra il fatto che gli schieramenti sono precostituiti e sostanzialmente impermeabili; c’entra che i luoghi delle decisioni di fondo sembrano collocarsi altrove; c’entrano le mille incombenze quotidiane: che non sono né inutili né prive di senso (anzi, richiedono un impegno costante e una competenza specifica da parte di persone responsabili), ma volano a tutt’altra quota. Soprattutto (specie dopo una riunione sospesa perché nessuno stava a sentire chi parlava; oltre tutto, l’acustica è infame) hai la sensazione che su queste cose non parli a nessuno, che al massimo fai teatro per il tuo consenso o per metterti a posto la coscienza, e non mi interessava. Sono tornato a casa avvilito e, per riprendermi un po’ il diritto e il dovere di parola, ho scritto queste righe.

1 Comments:

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