18 settembre 2009

La salute è un diritto negli Stati Uniti?

il manifesto 12.9.2009

Ho in mente due immagini. La prima è una foto che ho scattato io nel settembre 1982 a Washington, l’ultima volta che i sindacati americani chiamarono gli operai in piazza per una grande manifestazione contro la politica economica di Reagan. E’ un signore anziano, che cammina isolato nel corteo, con un cartello che dice: “L’assistenza sanitaria è un diritto americano.”
L’altra è di questi giorni, si è vista su qualche giornale e in rete: è una signora che si presenta a un’assemblea sulla riforma sanitaria con un cartello che dice: “L’assistenza sanitaria non è un diritto.”
Per due volte, con Clinton e con Obama, gli Stati Uniti hanno eletto presidenti che promettevano una riforma dell’assistenza sanitaria, segno che gli elettori la vogliono, o almeno non la rifiutano. E per due volte questo programma si è scontrato con ostacoli che non riguardano solo la resistenza agguerrita degli interessi corporativi, ma anche il consenso e il sostegno attivo che a questi interessi danno fasce non trascurabili di cittadini. Certo disinformati e ideologizzati – ma comunque portatori di una logica che forse capiamo un po’ meglio se proviamo a esplorare il territorio condiviso fra questi due cartelli così apparentemente contrapposti: un’idea di stato, un’idea di “America” e un’idea di “diritto” che sono radicate nelle fondazioni stesse del paese.
Cominciamo dal primo: l’assistenza sanitaria come diritto “americano”. Feci fatica a resistere alla tentazione di dire a quel signore che l’assistenza sanitaria è un diritto di tutti paesi industrializzati - tedesco, italiano, inglese, spagnolo… - tutto, meno che “americano”. E infatti mi vengono in mente infiniti esempi della sorpresa con cui tanti americani scoprono che tutto il mondo ha quello che a loro manca: una giovane nera di Cumberland, Kentucky, che mi diceva, “ho visto un programma in TV su un paese dove tutti hanno l’assistenza, e non è neanche un paese ricco. Roba da farti girare la testa!”. Un articolo un articolo di Sara Paretsky (bravissima giallista femminista di Chicago), che – ironizzando sulla propaganda anti-obamiana sui presunti eccessi burocratici dei servizi sanitari pubblici all’estero - raccontava che quando suo marito si è sentito male in Francia hanno dovuto navigare parecchia scorbutica burocrazia ospedaliera, ma poi quando ha chiesto il conto per il ricovero, la visita specialistica, i raggi x e tutto il resto, si è sentita dire che costava quasi niente: “Sono disposta a sorbirmi un bel po’ di burocrazia per una sanità del genere!”
Ora, questa sorpresa, e l’ingenua rivendicazione di quel signore a Washington derivano da un a priori mai messo seriamente in discussione: e cioè che gli Stati Uniti hanno comunque il meglio del mondo e non devono prendere esempio da nessuno. E quindi – ed ecco il cartello – se tu hai un diritto, non ce l’hai perché sei una persona ma perché sei “born in the USA” e quindi speciale. Un “diritto americano” significa un privilegio nei confronti del resto dell’umanità.
Sul piano interno, questo significa che anche altre cose che noi consideriamo diritti non sono attributi della cittadinanza ma conseguenze di una specifica e non generalizzata collocazione sociale. Ci viene ricordato che quasi tre quarti degli americani hanno già qualche forma di assistenza o di assicurazione ce l’ha già; ma - a parte i limiti forti di copertura e di costi (e di burocrazia: le assicurazioni e gli ospedali spendono una quota spropositata del loro bilanci in amministrazione e gestione. Ma siccome sono privati, questa non è “burocrazia”!), la cosa che li caratterizza è che non si tratta di diritti di cittadinanza la cui fonte è la collettività, ma di clausole contrattuali derivanti da un rapporto di lavoro privato o da un contratto sindacale. Hai l’assistenza non perché sei cittadino, ma perché lavori alla General Motors o altro. (Nel 1962-63, ci fu una rivolta armata dei minatori in Kentucky, con sparatorie, ponti saltati in aria, dinamite, perché il sindacato gli aveva tolto la tessera sanitaria, finanziata con una percentuale sulla quantità di carbone estratto. Se la presero col sindacato corrotto e con le aziende che non pagavano, ma a nessuno venne in mente di rivendicare un’assistenza che non dipendesse dal contratto, dalla burocrazia sindacale e dal mercato dell’energia – e che non si applicasse solo a loro). In questo senso allora ha ragione la seconda signora: l’assistenza sanitaria non è un diritto, ma un privilegio – un “fringe benefit,” come si dice nel linguaggio sindacale, un vantaggio collaterale che spetta ad alcuni e ad altri no. Perciò se quaranta milioni di americani non hanno diritto alla salute, questo per gli altri non è uno scandalo – e chissà, forse anche per qualcuno di loro.
Proviamo a domandarci: come mai portare le armi è un diritto (assoluto e non regolabile), ed essere curati no? Semplice: il diritto alle armi sta scritto in un emendamento della costituzione, il diritto alla salute non sta scritto in nessun testo costituzionale. Esiste negli Stati Uniti un fondamentalismo giuridico conservatore che propone una lettura della costituzione altrettanto letterale di quella che il fondamentalismo religioso pratica sulla Bibbia. La forma della stato e i diritti dei cittadini sono incisi una volta per tutte in una venerabile costituzione di due secoli fa, e ogni idea di evoluzione della forma dello stato e di estensione della sfera dei diritti è pensata non come allargamento della sfera di libertà, ma come sua invasione da parte dello stato-leviatano.
L’idea di libertà che iscritta iscritta nella fondazione dello stato, nato da una rivolta periferica contro uno stato coloniale, è orientata più a una difesa dei diritti personali dallo stato che all’idea dello stato come fonte e garanzia dei diritti. La vita, la libertà, la ricerca della felicità nascono con l’individuo e sono esercitabili singolarmente (a differenza di altri diritti - per esempio, l’uguaglianza e la fraternità - che sono pensabili solo in rapporto con gli altri).
Ci si aspetta perciò che lo stato protegga i diritti individuali, ma è semplicemente anatema pensare che lo stato possa assumersi un compito sociale. Panzane paranoiche come le “commissioni della morte” che secondo la destra verrebbero istituite dalla sanità pubblica per decidere chi debba vivere e chi morire (come se non facessero così ogni giorno le assicurazioni private) diventano credibili se si immagina che ogni assunzione di funzioni sociali da parte dello stato sia un passo verso un “totalitarismo”, in cui lo stato diventa padrone della vita e della morte.
Questo aiuta a ragionare su un altro paradosso: si respinge come un’invadenza nella sfera di libertà del singolo un progetto che serve in fin dei conti a garantire proprio il primo dei diritti affermati dalla dichiarazione d’indipendenza, cioè la vita. Confrontiamo, ancora una volta, con il diritto alle armi, anch’esso rivendicato come protezione della propria vita. Con l’assistenza sanitaria, lo stato difende con mezzi istituzionali la vita di tutti; con l’autodifesa armata il singolo protegge con i propri mezzi privati la propria singola vita contro altri (l’unica protezione istituzionale che il fondamentalismo costituzionale riconosce allo stato è quella militare: perciò le spese belliche non sollevano lo stesso furore delle previste spese sanitarie, in un paese che spende per la salute più di tutti per avere un servizio peggiore).
L’assistenza sanitaria è un diritto che richiede una costruzione sociale di istituzioni, di rapporti, un’idea di stato solidale in cui un cittadino ha un diritto perché ce l’hanno tutti e non può esercitarlo da solo. Cosa difficilissima da pensare dopo secoli in cui i diritti riconosciuti sono stati quelli che ognuno poteva esercitare per conto proprio. La salute pubblica, in ultima analisi, smentisce il tremendo dogma liberale per cui “la mia libertà finisce dove comincia quella degli altri” : in questo caso, la mia libertà comincia dove comincia quella degli altri e non è concepibile senza. E questo vale per tutti i “nuovi” diritti che non stanno nella costituzione settecentesca, e che infatti gli Stati Uniti faticano a riconoscere – il diritto al clima, il diritto all’acqua, il diritto all’istruzione – di cui non si può usufruire se non ne usufruiscono tutti.
Ora, per fortuna gli Stati Uniti non sono tutti riducibili al fondamentalismo liberal-costituzionale e alla paranoia anti-“socialista.” Dopo tutto, sono il paese che ha inventato il New Deal, il paese in cui persino un presidente che abbiamo giustamente considerato nemico, come Lyndon Johnson, impegnava lo stato nella “guerra alla povertà” (un’altra delle guerre americane non vinte, peraltro).” Anche nel suo discorso dell’altro giorno, Obama ha usato ripetutamente quella che è forse la parola chiave di tutta la sua poetica e di tutta la sua politica: “we,” “noi.” Il “noi” di Obama non è un mero richiamo retorico all’unità nazionale; implica piuttosto la ricostituzione di un patto fa i cittadini e lo stato – e di un patto di tutti i cittadini fra loro, che reintroduca in un’età macchiata di egoismo un minimo di consapevolezza del fatto che i destini di ciascuno sono intrecciati con quelli di tutti. Non mi aspetto moltissimo da tutta questa vicenda; ma se, al di là dei contenuti specifici di quella che sarà la riforma, Obama potesse cominciare a (re)introdurre almeno qualche embrione di un’idea di diritti sociali condivisi, aprirebbe forse la strada a un altro futuro, un po’ più decente, anche per noi.

2 Comments:

Blogger Mohammed said...

Professor Portelli;
Hope all is well. I don't speak Italian, so my comment here is not related to your post. I have been trying to find your contact information, and this blog is the closest I got to getting in touch with you.

In your 'What makes oral history different,' you write that '...the control of historical discourse remains firmly in the hands of the historian.' You then elaborate on the statement by explaining how it is the historian that selects the people to be interviewed, shapes the interview through question-selection, and then giving testimony about the conducted interview.

Two questions:

-- does the role that the historian plays here make oral history as a method in inquirey less democratic? The final voice here belongs to the historian and his/her interpretation of the interview, not to the people, correct? The oral hisotry project might be ABOUT a marginalized social group, but it is not BY them, even through their voices may have shaped the final outcome, it is still about them, not by them.

-- second question: what if the historian is from the very people that oral history is working with? For example, what if it is the younger generation of refugees interviewing the older generation of refugees? So the questions, the meaning-making, and the negotiation of content is done entirely from within the social group...rather than having it done between the group and a historian. Does this make the process more democratic?

Random questions, I know. If you have a moment to spare and would care to write back, I can be reached at mohammed.naser48@gmail.com

Thank you for all you do.

5:32 AM  
Blogger fourth aly said...

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4:33 AM  

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