06 maggio 2006

We Shall Overcome. The Seeger Sessions , il nuovo disco di Bruce Springsteen è l’incontro – imprevedibile e inevitabile – fra due giganti della musica e della cultura americana: un rocker archetipico come Bruce Springsteen e la voce di quasi settant’anni di canzone popolare e politica, come Pete Seeger. Imprevedibile perché l’industria musicale tiene tengono i generi separati come feudi incomunicanti; inevitabile perché ci dimostra l’unità profonda della musica americana. Banjo bluegrass, piano honky tonk, fiati dixieland, coralità gospel, energia vocale rock stanno insieme in un disco che, come nel meglio della cultura popolare, coniuga festa e coscienza, socialità e resistenza, realismo e speranza in una performance corale e praticamente dal vivo.

Se uno sa ascoltare, sa da sempre che fra il rock e le radici popolari non esistono cesure e fratture, ma una storia di evoluzione, trasformazione, cambiamento. Questo disco lo ribadisce fin dalla prima canzone: Ol’ Dan Tucker, scritta nel 1844 da Dan Emmett e subito immensamente popolare, voiene dall’umorismo iperbolico della frontiera, ma è soprattutto un prodotto di quel minstrel show col quale inizia un’ambigua tradizione di assunzione del nero nella musica bianca – una tradizione il cui punto d’arrivo è, guarda caso, proprio il rock and roll (e viceversa: che cos’è il dixieland, che suona nei fiati di questo disco, se non l’appropriazione nera di strumenti europei, nella più sincretica delle città americane, New Orleans? E il nomignolo “Dixieland” che designa il Sud deriva da una canzone di Dan Emmett…).

Perciò le fonti del rock and roll stanno nella musica profonda dello spiritual (Mary Don’t You Weep, Jacob’s Ladder), delle migrazioni (Mrs. McGrath), delle canzoni di lavoro (Erie Canal, John Henry, Pay Me My Money Down), delle filastrocche per bambini (Froggie Went a-Courtin’), della frontiera (Jesse James, Shenandoah, My Oklahoma Home), dei movimenti di liberazione (Eyes on the Prize, We Shall Overcome). Pete Seeger e Bruce Springsteen, e attraverso di loro ancora Dan Emmett, Woody Guthrie, Guy Carawan – non hanno fatto altro che cantare, a modo loro, l’America che vedevano e quella che speravano di vedere.

Mi hanno raccontato che qualche anno fa alla Rounder Records (un’etichetta di Boston) si presentò un ragazzotto locale: “Vorrei fare un disco con voi”. “Che musica fai?” “Rock and roll”. “Ma noi facciamo solo musica tradizionale”. “Be’, io faccio rock and roll tradizionale”. Si chiamava George Thorogood, e il disco si fece.

Ci ho ripensato perché We Shall Overcome mi ha fatto capire una ragione della mia passione per Bruce Springsteen: fin dall’inizio, infatti, lui suona e canta il rock and roll come se fosse musica tradizionale: un linguaggio musicale elaborato e condiviso socialmente, riconoscibile collettivamente e proprio per questo capace di raccontare vite singole, come le canzoni narrative di tradizione orale (e tante canzoni di Springsteen hanno un impianto più narrativo che lirico, raccontano storie più che effondere sentimenti). Era una musica che non cercava di essere innovativa e per questo ha fatto storcere il naso a più di un critico; ma era una musica fatta per durare, e infatti c’è ancora.

Era anche una musica capace di evolversi osmoticamente, restando se stessa ma mai identica, proprio come nella musica tradizionale – e come Bruce Springsteen: una persona che ha delle curiosità, che legge, che impara, che cresce. Forse nella storia del rock solo i Beatles sono stati così, loro con l’India e lui con le profondità della sua America. Penso all’impressione che mi fece, nel set quintuplo dal vivo, sentirlo spiegare This Land Is Your Land di Woody Guthrie (“è una canzone piena di rabbia”, non un inno patriottico) e dire che l’aveva capita leggendo un libro. Quanto spesso ci capita di sentire un rocker parlare di libri in un concerto? E poi legge Journey to Nowhere e ne tira fuori Youngstown, vede Furore e scrive The Ghost of Tom Joad… Non è nato intellettuale, non è nato con una coscienza sociale; ha imparato invecchiando (come quei “giovani ribelli” che finiscono di essere giovani ma non smettono di essere ribelli – anzi, trovano ragioni nuove e più profonde), gradualmente, in modo quasi riluttante.

Lui rifiuta di dire che questo è un disco “politico”; ma la politicità è intrinseca a questa musica. Non è solo We Shall Overcome, canzone simbolo dei diritti civili (e originariamente uno spiritual cantato da braccianti in sciopero in North Carolina). Sono l’incredulità di una madre davanti al corpo del figlio spezzato dalla guerra (Mrs. McGrath), la figura mitica del bandito sociale che ruba ai ricchi per dare ai poveri (Jesse James), l’orgoglio dell’operaio nero che si ammazza ma non la dà vinta alla tecnologia del padrone bianco (John Henry), l’ironica rivendicazione di Pay Me My Money Down (fuori i soldi: sembra la variante caraibica di Sciur parun da li beli braghi bianchi, con la stessa inflessibilità e la stessa ironia gioiosa).

Altre tre canzoni collegano la resistenza alla schiavitù con la lotta per i diritti civili attraverso il linguaggio di libertà dello spiritual. In Mary Don’t You Weep, forse il brano più travolgente del disco (c’è sempre una Mary nei dischi di Bruce Springsteen, da Thunder Road a Mary’s Place), l’annuncio dell’apocalisse – “questo mondo comincerà a scuotersi e tremare”, “reel and rock” - acquista un nuovo accento quando la parola “rock” la riprende il rocker Bruce Springsteen: l’apocalisse è la rivoluzione ma è pure una festa, una rivoluzione che si può ballare. We Are Climbing Jacob’s Ladder è l’assalto al cielo, gradino per gradino sulla scala di Giacobbe verso il paradiso e la libertà. La più radicale è Keep Your Eyes on the Prize: non perdere di vista il sogno, “hold on”, aggrappati, resisti. Forse proprio We Shall Overcome è meno entusiasmante; però il modo intimista con cui la canta Bruce Springsteen (come Piero Brega in Su comunisti della capitale) conferma un’intuizione presente già in classici come Badlands: il “noi” sociale comincia nel rapporto d’amore, già la coppia è una minisocietà che rompe con l’individualismo egoista – “Darling, we shall overcome”.

Anche stavolta, come per mantenere il senso delle proporzioni, Springsteen finisce un disco “serio” con una canzone scherzosa – come già in Tom Joad o Human Touch. Bruce Springsteen ha detto che una delle cose che apprezza in Pete Seeger è il fatto che ha sempre dedicato canzoni e concerti ai bambini (e lo stesso vale per Woody Guthrie: le sue Songs to Grow On non sono meno belle, e meno politiche, delle Dust Bowl Ballads). Chissà, un mondo migliore comincia già nel modo con cui giochiamo coi bambini.

Il giorno dopo l’uscita del disco, mi è arrivato un e mail di uno studente: “Non mi rendevo conto di quanto fosse mediocre il mondo, prima che uscisse questo disco”. Per la maggior parte di chi lo sente oggi, queste canzoni sono una scoperta. Per me (mi si conceda una nota personale), sono le canzoni con cui sono diventato adulto, che mi hanno appassionato alla politica, alla storia e alla libertà, e mi hanno spinto a ricercare le canzoni nostre. A diciott’anni sentivo Pete Seeger; a sedici, sentivo Elvis Presley,Jerry Lee Lewis e Little Richard. Grazie Bruce, per avere rimesso tutto insieme e avermelo riportato a casa.

4 Comments:

Blogger spanishjohnny said...

bellissimo, grazie

9:27 AM  
Blogger Remo said...

Finalmente l'ho comprato! Allinizio ero abbastanza scettico e allo stesso tempo curioso di come il Boss si sarebbe comportato con il suo primo album di canzoni scritte da altri. La maggiorparte delle canzoni sono canzoni tradizionali, ballate bellissime che Bruce ha conosciuto attraverso un mostro sacro della canzone folk e di protesta per i diritti civili: Pete Seeger. Le canzoni sono state riarrangiate e sono state registrate "live" improvvisando uno studio nella casa di Springsteen dove, per mancanza di spazio, i fiati sono stati alloggiati nell'ingresso. É un'omaggio alla musica degli schiavi nei campi di cotone, dei minatori delle montagne della Virginia, alla musica di protesta e ai gridi di dolore dei poveri e dei diseredati, alla gente comune, al sogno americano e al suo rovescio. Il disco é bellissimo, un gioco fitto di rimandi, di ricerca delle ascendenze e delle genealogie che hanno formato la trama straordinaria della cultura ameriana attraverso una commistione di stili che vanno dal gospel al dixieland, dalla musica zydeco al blue grass. Come hai scritto una volta: "possiamo imparare di piú da 3 minuti di disco che da tutta la scuola". Alla luce di questo disco non vedo come non si possa darti ragione.

12:27 PM  
Blogger giubattelli said...

è un album fantastico e il tour che ne è seguito lo è ancor di più. bruce fa parte della mia vita da 18 anni, ha risollevato la mia anima e i miei pensieri, mi ha fatto vivere l'america dalla provincia di Catanzaro, mi ha fatto guidare cadillac mentre ero dentro una ax, concetta diventava sandy, e la piazza del mio paese era asbury park. mi ha insegnato il rispetto, per le religioni, per le razze, per i pensieri altrui. e mi ha insegnato a saper sognare, a riconoscere e distinguere i sogni dalle illusioni. è stata la mia scuola, ho imparato più in una trentina di concerti che in tanti anni di scuola. senza cadere nel banale mi auguro, come posso non ringraziare quest'uomo? uso una frase che bruce ha usato per harry chapin: possano le tue canzoni essere cantate....

10:46 PM  
Blogger 言承旭Jerry said...

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3:33 AM  

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