06 febbraio 2007

Il conformismo violento degli ultrà

Gli ultras amano dire che loro sono contro il “calcio moderno”. Io credo che loro stessi siano un prodotto e un’escrescenza di quel calcio moderno a cui dicono di opporsi. Intanto, per questioni cronologiche: il tifo organizzato, con lo stadio diviso in territori controllati da bande contrapposte e depositarie del monopolio della violenza, è un fenomeno relativamente recente, che non ha quasi niente in comune neanche con le occasionali “invasioni di campo” della massa tifosa di un tempo. Il tifo organizzato e separato ci ha privato della sfida e del piacere di sedere sugli spalti accanto a un tifoso dell’altra squadra, di discuterci e magari litigare (“Rigore!” “Ma se non l’ha nemmeno toccato!”) ma prendere atto che altri vedono in un altro modo (adesso, se quelli accanto a me gridano “Rigore” io non ho il coraggio nemmeno di sussurrare “mah, forse non c’era.” All’incolumità ci tengo).
In altre parole: lo stadio si trasforma in luogo di monoculture totalitarie, di conformismo imposto (anche per questo, negli ultras non ci vedo niente di trasgressivo. Sono conformisti fino al midollo, nei comportamenti, nei linguaggi e nell’ideologia). Una conseguenza naturalmente è che se poi l’arbitro il rigore non lo dà (magari perché non c’è) noi ci rinforziamo a vicenda nella convinzione di essere perseguitati e vittime di complotti degli arbitri o dei poteri forti o di chissà chi. E questa non solo è una convinzione che alimenta il furore ultra, ma si innesta direttamente dentro una radicata retorica della destra neofascista, che di una lamentela vittimistica e complottistica intrecciata con una pratica violenta si è alimentata fin dall’immediato dopoguerra. Naturalmente, questo vale anche per l’”altra” curva, il corral dei tifosi ospiti, pure loro corazzati in una identità conforme – e ben delimitati come bersaglio militare. Perciò, se proprio dovessi formulare una visione utopica direi: riportiamo il pluralismo allo stadio. Ricominciamo a mescolare i tifosi. Reimpariamo la difficile arte di stare insieme, come si fa in democrazia. Forse le botte, la scazzottata, non sparirebbero, almeno non subito; ma le violenze programmate e di gruppo, le bombe carta, la spranghe e i motorini tirati giù dalla curva, forse sì.
Punto due. Io allo stadio ci vado perché quando posso continuo a preferire di vedere le partite (e il mondo in genere) con gli occhi miei invece che attraverso lo sguardo altrui della telecamera. Ma ci sono momenti in cui mi vorrei nascondere e non esserci. Ne dico uno: lo schifoso rituale che accompagna sistematicamente il portiere avversario che rimette il pallone dal fondo con il grido scandito di “merda merda merda \ stronzo stronzo stronzo”. Come centinaia di bambini di quattro anni che tutti in coro gridano “cacca” e si sentono un sacco ribelli e antagonisti e invece sono infantili, volgari e subalterni. E lo gridano indipendentemente da chi è costui, da come gioca, da come si è comportato, semplicemente perché è un nemico. Anche qui la pratica della curva si intreccia con profonde correnti delle pulsioni di destra, con la costruzione a priori di una dinamica amico\nemico in cui il sostegno all’amico (il tifo per i tuoi) conta assai meno della guerra e dell’insulto al nemico. E questo atteggiamento resta di destra sotto qualunque simbolo o bandiera (quanto sono offensive le scritte che rivendicano la morte di Raciti come vendetta per Carlo Giuliani – una figura che la destra da stadio ha già tempo tentato di appropriarsi o di condividere, in nome di una presunta lotta comune contro la polizia).
Punto tre. Gli ultras sono il prodotto del calcio moderno perché molto spesso hanno le mani in pasta nella sua gestione. Il merchandising, le trasferte, i rapporti ambigui con le società sono il business organizzato di gran parte del tifo ultra. Restando a Roma, basta pensare all’interruzione del derby romano dello scorso anno, alle pressioni e ricatti di capitifosi su una società per tante ragioni a sua volta criticabile ma che comunque minacciava il loro monopolio e il loro potere: sono esempi di una vera e propria lotta di potere resa possibile dalla crescente trasformazione del calcio in merce che genera merci. Per esempio, un aspetto minore del “calcio moderno” che a me dà fastidio: la numerazione personalizzata della maglie anziché i tradizionali numeri dall’1 all’11. Mi dà fastidio perché faccio più fatica a capire i ruoli in campo. Ma mi dà fastidio soprattutto perché serve a immettere in uno sport di gruppo una dimensione individualistica: il giocatore non è più designato per il posto che occupa nello schieramento della squadra ma ha un numero, un identità a priori.Le squadre sono assemblaggi di individui separati da esse, una modalità che facilita il divismo, il consumismo televisivo delle star da velina o da isola dei famosi, e la vendita delle magliette. Su cui i capi ultras ci vanno a nozze.
Io non lo so se davvero ci vogliano leggi più severe o leggi nuove (lasciamo perdere le “leggi speciali”: in Italia ci sono già state e non ne abbiamo nostalgia). A me pare che uno che tira una bomba carta e prende una persona a sprangate stia comunque facendo qualcosa che non può essere sopportato, e che va contro le leggi che ci stanno già. Dovremmo solo essere sicuri che le regole che esistono vengano rispettate e applicate, e l’intelligenza servirebbe più della durezza. Adesso tutti parlano del modello inglese, della repressione thatcheriana che ha eliminato gli hooligan. Benissimo. Io ho visto una partita del Manchester United stando seduto a quattro metri dalla linea del fallo laterale e senza neanche una rete fra me e il campo. Ma ho anche sentito che i tifosi del Manchester hanno applaudito la lettura della formazione ospite, invece di subissarla di fischi come si fa da noi. E facevano il tifo per i loro invece che contro gli altri. Non lo facevamo mica perché glielo imponeva la legge: lo facevano perché erano abituati così. Noi possiamo mettere tutta la polizia del mondo allo stadio, e magari per un po’ può anche servire, ma non caviamo un ragno dal buco se non cambiamo le pratiche culturali e rituali che allo stadio si manifestano.
Perciò io sono favorevole a una lunga interruzione del campionato, alle partite a porte chiuse (e ci metterei anche le partite in televisione). Sono favorevole, anche se lo stadio, e pure la TV, mi mancheranno assai, ma credo che abbiamo bisogno tutti di un periodo di disintossicazione, abbiamo bisogno di togliere l’acqua in cui nuotano i pescicani della violenza. Almeno per un po’.
Poi: per molto tempo abbiamo snobbato lo stadio, e quando abbiamo smesso di snobbarlo ci siamo accodati troppo spesso a un populismo di elite che per non demonizzare finisce per acconsentire. A me sta bene se proviamo a parlare con quegli ultras che ne abbiano ancora disponibilità, a cercare di sapere di più e di capire meglio; ma capire non significa sempre e necessariamente concordare. Non rendiamo un buon servizio neanche a loro. E poi, non possiamo identificare tutto lo stadio con gli ultras: è un posto pieno di altra gente che troppo spesso ne subisce l’egemonia. Abbiamo bisogno di parlare con la gente che va allo stadio, per cercare di costruire linguaggi e pratiche diversi. Ci sono altre modalità di aggregazione (non è detto che tifo organizzato coincida con gli ultras. I “circoli” di tifosi ci sono sempre stati e ci sono ancora), ci sono altri rituali possibili, altri atteggiamenti da immaginare, da ricordare, da costruire. Dopo tutto, il calcio è uno spettacolo divertente, un gioco e una festa.
La cosa più stupida di questi giorni l’ho letta in un’intervista dell’incredibile presidente della Lega Calcio, l’immarcescibile Matarrese. Prima dice “Noi siamo addolorati ma lo spettacolo deve continuare” (come se fosse un’incrollabile legge morale e di natura – ma chi l’ha detto?); e poi aggiunge: “I morti del sistema calcistico purtroppo fanno parte di questo grandissimo movimento”. Cioè: lo spettacolo deve continuare; i morti fanno parte dello spettacolo; ergo, lo spettacolo continua con i morti dentro. Signori miei, lo spettacolo è questo. Dicono, se fermiamo il calcio la diamo vinta agli ultras. E invece se andiamo avanti così chi ha vinto?

1 Comments:

Blogger nicola said...

Sui fatti di Catania politici, sociologi, giornalisti hanno giustamente detto la loro. Eppure qualcuno non ha esternato il suo pensiero nè in un intervista, nè in una lettera a Repubblica: l'ex premier, nonchè presidente di una delle squadre più prestigiose e influenti del calcio italiano, paradossalmente non ha aperto bocca a riguardo. Strano....
L'articolo da lei scirtto per il Manifesto è quanto di più saggio abbia letto su quanto è avvenuto venerdì scorso.

10:07 PM  

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