14 gennaio 2009

L'autobiogafia di Olaudah Equiano: alle origini della letteratura africana

il manifesto 13.1.2009

L’incredibile storia di Ouladah Equiano, o Gustavus Vassa, detto l’Africano, pubblicata in Inghilterra nel 1789, è un libro a cui mettono mano tre continenti: l’Africa in cui nasce il protagonista e da cui viene deportato come schiavo; i Caraibi e il Nord America, dove vive il tempo della sua servitù (e dove tornerà, liberato, come marinaio e come commerciante); l’Inghilterra, dove vive i suoi primi anni di schiavo e dove si stabilisce negli ultimi anni della sua vita di uomo libero e attivista della causa antischiavista. Se uno cercava un soggetto della globalizzazione ante litteram, ce l’avevamo sotto mano da due secoli e mezzo, ma, come spesso accade ai grandi libri non canonici, è stato a lungo dimenticato e, in Italia, viene tradotto solo oggi (peraltro, accuratamente e affettuosamente), per merito di Giuliana Schiavi, delle edizioni Epoché, e del progetto Slave Route dell’Unesco (solo un paio di capitoli erano stati pubblicati in italiano nel 1999 anni fa, in Libri parlanti. Scritture afro-atlantiche, a cura di un gruppo di studio dell’università La Sapienza).
Il protagonista del libro nasce in Africa, viene catturato ancora bambino nell’ambito di una guerra locale e venduto schiavo a una nave negriera inglese. Il percorso dal suo luogo di nascita nell’interno fino alla costa è l’inizio di uno sradicamento linguistico e culturale, in cui la schiavitù africana come forma di servitù domestica familiare si trasforma gradualmente nella schiavitù euro-americana come riduzione della vittima a uno stato di umanità negata. L’arrivo sulla costa è uno di quei momenti narrativi che dovrebbero far parte del bagaglio di tutti noi: è la prima narrazione scritta in cui noi “bianchi” europei veniamo guardati con lo stupore e il terrore dell’africano prigioniero. Equiano bambino si sente trasportato in ”un mondo di spiriti maligni” e si domanda “se non saremmo stati mangiati da quegli uomini bianchi dall’aspetto terrificante, con la faccia rossa e i capelli sciolti”. Non è solo il rovesciamento dell’etnocentrismo – sono gli europei a sembrare mostruosi e cannibali – ma anche la fondazione di tutta una tradizione afro-americana in cui noi bianchi, con la nostra pelle diafana, appariamo come spiriti e fantasmi (fino agli “uomini senza pelle” della nave negriera di Amatissima di Toni Morrison, che questo libro lo conosce bene).
Stupore e terrore sono le tonalità del viaggio di Equiano sulla nave negriera – da un lato, gli orrori del trasporto, l’ammassamento nella stiva, il fetore, le frustate, i morti gettati in mare. Dall’altro, le domande sulla “magia” europea che fa muovere la nave, lo spettacolo dei pesci e degli uccelli sconosciuti che accendono la fantasia feconda dell’involontario viaggiatore. In Inghilterra, Equiano, in omaggio a un sarcastico uso di dare agli schiavi nomi altisonanti di grandi uomini )e cancellare il loro nome africano), gli viene imposto il nome del re guerriero di Svezia, Gustavus Vassa. A seguito del suo padrone si imbarca sulle navi che combattono le guerre anglo-francesi, e a mano a mano si familiarizza con questo nuovo mondo, scopre che gli europei non sono maghi ma esseri umani con conoscenze che la sua società d’origine non possiede, e comincia a considerarsi “quasi” un inglese. Ovviamente, tutto sta in quel “quasi”: è ancora schiavo, non è bianco, e non ha ancora accesso a quelle conoscenze (e d’altronde, lo dice fin dal titolo, dove l’attributo The African figura accanto al suo nome, e dalla prima pagina: “se mi ritenessi un europeo potrei affermare che i miei patimenti furono grandi”, ma nonostante tutto non lo è diventato del tutto, e allora rispetto a tanti altri suoi connazionali le cui voci non sentiremo mai può dirsi fortunato).
Un paio di episodi sono destinati a restare canonici in tutta la narrativa afroamericana e afroeuropea. Il primo è quando Equiano si accorge che la faccia di una bambina sua coetanea, lavandola, diventa rosea; si affanna a cercare di fare lo stesso ma il nero della sua pelle non va via (un episodio analogo apre, per esempio, l’autobiografia afro-franco-italiana di Nassera Chohra (Volevo diventare bianca, 1993). Il secondo è quando si accorge che i libri “parlano” al suo padrone; cerca di farli parlare anche a sé, o di metterci dentro la sua voce, ma il libro non gli risponde. Per il critico afroamericamo Henry Louis Gates, Jr., questa è la metafora fondante di tutta la letteratura afroamericana, che ritroviamo in tutte le autobiografie di ex schiavi della stessa epoca: l’incontro non paritario fra la voce della cultura orale africana e la scrittura della cultura europea (e la storia rinvia ancora più indietro, all’incontro fra Pizarro e l’Inca Atahualpa: quando questi getta a terra la Bibbia, dicendo che il libro “non gli dice niente”, gli spagnoli approfittano del “sacrilegio” per saltargli addosso e farlo prigioniero, dando inizio così alla colonizzazione dell’America meridionale).
La figura del “libro parlante” sta alla base di tutto questo libro: non a caso, il titolo originale comprende anche la clausola Written by Himself, scritta da se stesso. Come tutte le grandi autobiografie afroamericane, questa è anche la storia delle condizioni della sua stessa scrittura: come il deportato ha saputo africano impadronirsi degli strumenti culturali dei suoi padroni fino a prendere lui stesso la parola in-scrivendosi in quell’universo delle lettere da cui (come ricorda Gates) i grandi filosofi dell’illuminismo – da Hume a Kant a Hegel – sostenevano che gli africani fossero ontologicamente incapaci di accedere. Ed è anche l’inizio di un processo di liberazione e trasformazione in cui Equiano mette insieme quanto basta a comprarsi la libertà, torna in Inghilterra, si battezza nella chiesa metodista, studia matematica e musica, lavora in navi mercantili (anche, brevemente, commerciando schiavi), impianta una piantagione in Nicaragua, si impegna nella causa dell’abolizione del commercio degli schiavi – e scrive questo memorabile libro.
Ma questa non è solo un’avventurosa storia di liberazione personale – non a caso, e a differenza da quasi tutte le altre autobiografie di ex schiavi, il libro non finisce con l’emancipazione ma continua con la sua storia da uomo libero. Scritto fra la rivoluzione americana e la rivoluzione francese, nell’Inghilterra della rivoluzione industriale, il libro di Equiano – merce che si fa mercante - è anche un sorprendente documento delle grandi rivoluzioni borghesi del diciottesimo secolo. Addetto ai commerci del suo padrone, Equiano può fare piccoli traffici per conto suo, che gli permetteranno di accumulare la somma necessaria a comprarsi la libertà. Ma in più di un’occasione si accorge che la sua condizione di schiavo interferisce col commercio: come altri suoi contemporanei (per tutti, Venture Smith, che scrive in Nord America qualche anno prima), si accorge che i bianchi possono costringerlo ad accettare moneta falsa, rubargli la merce, non rispettare i patti, senza che lui abbia strumenti legali per difendersi. La mancanza di eguaglianza giuridica fra i contraenti, insomma, interferisce sulla certezza dei contratti: è un vero e proprio apologo che spiega che cosa veramente significa l’odierno vangelo liberista della relazione fra capitalismo e democrazia.
La grande trasgressione di Equiano infatti consiste nel fatto che questo schiavo non pensa come vuole il padrone, ma pensa come il padrone, e in questo modo afferma, rivendica e cerca la propria parità di diritti. Se uno legge i capitoli iniziali in cui Equiano descrive i costumi del suo paese d’origine in parallelo con certi passi dell’autobiografia di Benjamin Franklin, si accorge che le virtù che Equiano attribuisce agli africani sono sostanzialmente le stesse virtù di sobrietà, moderazione, castità, risparmio che Franklin cerca di interiorizzare per costruirsi come soggetto rivoluzionario borghese. Equiano non poteva conoscere il libro di Franklin che fu sì stato scritto negli stessi anni di Equiano, ma non sarà pubblicato che dopo il 1860; quindi la somiglianza fra questi due self-made men è un segno straordinario dello spirito del loro tempo e della costruzione della nuova identità morale rivoluzionaria borghese.
Equiano conclude con uno straordinario passo che anticipa il passaggio dalla schiavitù al neocolonialismo, e intuisce certe idee pre-keynesiane sull’economia dell’offerta. La fine del commercio di schiavi, suggerisce, converrà ai grandi interessi industriali della nostra Inghilterra. Quando si accorgeranno che invece di usare l’Africa come cava di manodopera si guadagnerà di più vestendo gli ignudi africani (all’uopo “civilizzati” e cristianizzati) con i prodotti dell’industria tessile di Manchester, il turpe mercato avrà fine. Certo, aggiunge con un sarcasmo degno del suo contemporaneo Jonathan Swift, alcuni settori dell’economia saranno danneggiati: in particolare, i fabbricanti di “gioghi, collari, catene, manette, ceppi, ruote, schiacciapollici, museruole di ferro e bare, sferze, staffili e altri strumenti di tortura usati nel commercio degli schiavi”.
Ho una sola perplessità rispetto a questa benvenuta e ben fatta traduzione. La curatrice scrive nella breve postfazione che un apparato critico lo avrebbe ridotto a un “reperto letterario” e “museale”, mentre leggerlo senza alcun corredo “restituisce voce e attualità” a questo “frammento della nostra storia umana”. Anche se la traduzione arriva solo adesso, tuttavia su Equiano, non solo in Inghilterra, Stati Uniti e Africa, ma anche in Italia, esistono almeno trent’anni di studi tutt’altro che museali. Farci in qualche modo i conti avrebbe potuto aiutare. Per esempio, in questa edizione si dà per scontato che la vita di Equiano sia andata esattamente come lui ce la racconta. Ma sulle autobiografia è sempre bene stare in guardia. Un documentatissimo libro di Peter Carretta (Equiano, the African: Biography of a Self-Made Man, 2005) sostiene, per esempio, che Equiano non era affatto nato in Africa: esistono registri in cui c’è scritto che era nato in South Carolina, in Maryland; e praticamente tutto quello che lui dice sull’Africa era desumibile dalle pubblicazioni coeve degli esploratori europei. Io su questa tesi ho ancora dei dubbi, ma certo non la possiamo ignorare. Perché se così fosse, allora non si tratterebbe solo di una “testimonianza”, livello a cui viene sistematicamente ridotto il lavoro narrativo dei subalterni (anche un paio dei primi romanzi scritti da immigrati in Italia sono stati pubblicati come autobiografie: ai subalterni non si riconosce il diritto a immaginare), ma di un’opera in cui esperienza, ricerca, immaginazione si intrecciano, anticipando sotterraneamente anche la nascita di quel romanzo afro-americano-europeo che non sarebbe emersa prima di un altro mezzo secolo. Insomma: il titolo originale era The Interesting Narrative; la traduzione si intitola L’incredibile storia. Con i sinceri e dovuti ringraziamenti a chi l’ha fatta e a chi l’ha resa possibile, credo che offrire un po’ di strumenti ulteriori di lettura forse avrebbe aiutato il lettore a trovare questa storia meno incredibile, e ancora più interessante.

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