17 aprile 2007

Sprofondo americano

Kurt Vonnegut, che ci ha lasciato soli pochi gior­ni fa, l'aveva detto una volta per tutte: non c'è niente di intelligente da dire do­po una strage. Me ne sono ricor­dato dopo l’11 settembre, e mi torna in mente ancora una volta dopo la strage di Blacksburg in Virginia. Dopo una strage, dice Vonnegut, c'è solo il silenzio del­la morte, e forse qualche suono di uccelli fuori dal linguaggio. E dopo ogni immagine di morte, concludeva: così va.

Ho degli amici e colleghi al Vir­ginia Tech di Blacksburg, e spe­ro di averli ancora. In ufficio ri­sponde la segreteria telefonica; a casa, il centralino dice che le li­nee sono occupate. Immagino che mezzo mondo stia provan­do a chiamare.

A Blacksburg ci sono stato po­che ore, ho l'immagine di uno di quei campus provinciali da idil­lio cinematografico, soleggiati verdi e sereni. Alla ricerca un po' assurda di notizie aggiornate, ho chiamato «Virginia Tech shooting» su Google, e mi sono usciti i dati dei tiri a canestro dell'ulti­ma partita della squadra di casa; ho cercato «Virginia Tech massacre», ed è uscita, la storia di una massacrante batosta inflitta a una squadra rivale. Sparatorie, massacri - le solite metafore sportive della quotidiana norma­lità, improvvisamente riportate al loro senso materiale, di solito dimenticato ma sempre latente. C'è sempre una tenebra annida­ta sotto il sole di questa America, una foresta ai margini del villaggio, un Injun Joe nella caverna sotto il villaggio di Tom Sawyer. L'idillio del campus è un mondo separato, come tanta parte del­l'universo accademico america­no, ghetto e torre d'avorio. Dice­va un collega tanti anni fa: un ghetto nero disperato circonda la modernissima e iperliberista università di Chicago; e, aggiun­gerei, c'è una tormentata Appalachia attorno al sole e al verde del campus di Blacksburg. Sotto la pace ordinaria c'è sempre qual­cosa in attesa di esplodere.

Lynndie England, la protago­nista di Abu Ghraib, viene dal West Virginia, a un passo da lì. Viene da pensare che tanti bravi ragazzi americani di paese, spe­diti in Iraq, fanno laggiù col per­messo del governo quello che rischierebbero di fare a casa, e che altri ragazzi come loro a ca­sa fanno davvero. La Virginia nord-occidentale è una paese bellissimo di montagne ruvide e ripide, di valli strette, di boschi distesi, e - come tanta parte de­gli Usa - di violenza accumulata, di gente armata e risentita, che non si fa mettere i piedi sul collo da nessuno e che ogni tanto va fuori di testa, che si sente emargi­nata e spodestata ma non sa per­ché, in un'America che non capi­sce più e che non li capisce più, e scarica i risentimenti dove capi­ta, punendo torti immaginari perché non riesce a riconoscere e articolare quelli veri. Anche i paranoici hanno nemici veri; ma non sempre sanno riconoscerli.

Queste comunque sono paro­le. Diceva Bob Dylan, a proposi­to di un'altra strage: ci sono 7 persone morte in una fattoria del Sud Dakota; da qualche par­te, lontano, altre 7 persone na­scono. Ci sono 32 persone mor­te, a Blacksburg. Così va.

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