07 febbraio 2008

Barak Obama, candidato post-razziale?

il manifesto 5.2.2008

C’è una curiosa aporia nella campagna presidenziale di Barak Obama. Da un lato, si presenta come un candidato “post-razziale,” evita accuratamente ogni tema che riguardi specificamente gli afroamericani, cerca di affermare con la sua stessa candidatura che è arrivato il momento di relegare le differenze “razziali” nel passato. Dall’altro, può assumere questa posizione proprio perché la differenza di colore la porta scritta addosso. Semplificando all’estremo: può affermare che la “razza” non conta precisamente perché la sua conta. Se no, non staremmo a parlare dell’importanza non solo simbolica di un candidato “nero” alla presidenza degli Stati Uniti.
In un certo senso, Obama sta su una strada già aperta da figure come Tiger Woods: rivendicando la complessità delle sue origini familiari nere, bianche, asiatiche, il grande golfista rifiuta di essere etichettato in base a quell’artificiale logica binaria nero\bianco che ha spaccato gli Stati Uniti dalle origini a oggi. Polemicamente, già faceva lo stesso il grande leader e filosofo nero W. E. B. DuBois quando nella sua autobiografia (Dusk of Dawn, 1940) elencava i suoi antenati, neri e bianchi, americani, caraibici e francesi, per smontare l’edificio ideologico della segregazione – salvo poi impegnarsi tutta la vita, a differenza di Baak Obama, all’interno delle organizzazioni politiche afroamericane.
Il fatto è che la “razza” non dovrebbe contare, ma conta. Ne sanno qualcosa gli abitanti dei quartieri neri di New Orleans, travolti non solo dall’uragano Katrina ma anche da una politica di “ricostruzione” che li espelle definitivamente dalla loro città. Se non contasse, non staremmo ancora a guardare le statistiche, a notare che Obama è stato plebiscitato dal voto “nero” in South Carolina e a salutare come un segno eccellente il fatto che ha preso anche il 25% del voto bianco (cioè, il 75% no ha votato per altri candidati). Obama parla e agisce come se il confine razziale fosse stato superato, e così contribuisce allo stesso tempo a superarlo e a lasciarlo dov’è. Ma il ftto che il confine esiste ancora lo testimonia, se non altro, il modo in cui l’entourage clintoniano gioca con allusioni e insinuazioni la cosiddetta “race card,” l’argomento razziale, bollando Obama come il “candidato nero” (e magari dando a Lyndon Johnson più meriti antirazzisti che a Martin Luther King). Obama non vuole essere il “candidato nero”; ma se non lo fosse, la sua candidatura sarebbe solo quella di un buon liberal magari meglio di tanti altri ma niente di speciale, e certo non avrebbe il valore simbolico che ha. E’ per questo infine che per la maggioranza degli afroamericani è logico sostenerlo.
Qui c’entra anche la specifica storia e identità personale di Barak Obama. C’è stato chi lo ha critica perché non sarebbe “abbastanza nero”: un’accusa abbastanza ridicola, che finisce per ribadire un’essenza normativa legata al colore della pelle e alle sue sfumature. Tuttavia, segnala un’effettiva alterità di Barak Obama rispetto a coloro che si identificano con lui. L’identità afroamericana non è un semplice fatto di pigmentazione: è la condivisione di una storia, di un ambito di linguaggi, di relazioni, di memoria. Ogni afroamericano sta in questa storia a modo suo, ma sostanzialmente ci stanno dentro tutti. Barak Obama invece viene da una storia differente: figlio di un kenyota, è certo più”africano” di tanti orgogliosi afrocentristi americani; ma nella sua storia personale e familiare non c’è la memoria della schiavitù, delle grandi migrazioni, dei ghetti, del movimento dei diritti civili, del Black Power, delle chiese nere (in questo, il suo rapporto con la storia degli afroamericani è diverso da quello di Hillary Clinton con la storia delle donne: in un modo o nell’altro, è anche la sua). Forse però è questa ambiguità che rende Obama un candidato di transizione ideale: è abbastanza “interno” allo stigma del colore da venire riconosciuto da coloro che stanno ancora al di là del confine razziale; ed è abbastanza diverso per storia, linguaggio, formazione, proposte, da indicare forse l’utopia di un mondo post-razziale (ma anche da non spaventare troppo quelli che ne hanno paura).
Alvin B. Tillery, un politologo della Rutgers University, scrive: “C’è da chiedersi come mai – in un momento in cui l’elettorato nero esprime il livello di ansia più alto degli ultimi 25 anni sul proprio status economico e sulla persistenza del razzismo in America, Clinton e Obama riescono a portare avanti campane elettorali in cui non c’è traccia di idee nuove su come colmare il divario fra bianchi e neri. Entrambi i candidati non fanno promesse specifiche all’America near e al tempo stesso insistono sul fatto che le loro identità li coinvolgono empateticamente con gli elettori neri.” In occasione della giornata dedicata a Martin Luther King, qualcuno a chiesto a Barak Obama: secondo te, King quale candidato avrebbe appoggiato? Con la sua straordinaria padronanza della retorica e della comunicazione, ma anche con un tratto di onestà, ha risposto: non avrebbe appoggiato nessun candidato, e avrebbe fatto pressione su tutti in nome della giustizia sociale. Ora, il problema è che né Barak Obama né Hillary Clinton hanno molto da dire sui temi della giustizia sociale. Nella misura in cui (New Orleans insegna) la realtà afroamericana è profondamente implicata in questioni di classe, forse quello che aveva le proposte concrete più vicine agli interessi e ai bisogni della maggioranza degli afroamericani era, paradossalmente, un candidato maschio e bianco, John Edwards. Uno degli intellettuali afroamericani più influenti, Bill Fletcher, ha scritto sul Black Commentator: “un mio amico e compagno di movimento, mi diceva che mentre era d’accordo con Edwards sui problemi concreti, sentiva che il mondo non voleva un altro maschio bianco come presidente degli Stati Uniti. Ho aspettato un momento e poi gli ho chiesto: va bene, ma che ne è dei problemi concreti? Che cosa ti aspetti che facciano davvero, Clinton o Obama, se sono eletti? Purtroppo, l’unica risposta che aveva da darmi era una ripetizione di quello che aveva detto prima: il valore simbolico di una faccia diversa così in una posizione così elevata.”
Non scherziamo coi simboli: sono importanti, sono una cosa concreta, che produce effetti concreti. Ma perché questo avvenga, devono uscire dall’autoreferenzialità: una faccia nera in alto loco significa qualcosa se smette di essere solo una faccia nera in alto loco, e mette in movimento cambiamenti non generici, che incidano sulla vita delle persone. E questo potrà avvenire, nel caso che la faccia nuova sia quella di Barak Obama, solo se metterà mano a quel confine che con la sua biografia e la sua politica si affanna a negare.